C'erano i complottisti anche durante l'epidemia di colera del 1837

C’erano i complottisti anche durante l’epidemia di colera del 1837

Qualcuno pensava che il governo di Napoli avesse diffuso il colera del 1836 per uccidere i meridionali e controllare la popolazione del Regno delle Due Sicilie.

Non sono fantasie, ma cronache di quasi 200 anni fa raccontate da un medico, Salvatore De Renzi, e dall’intellettuale Luigi Settembrini che ci fanno capire quanto il mondo davvero non cambia mai.

Al centro di questa storia c’è Mario Adorno, un avvocato di Siracusa che riuscì a convincere mezza Italia che il colera era stato creato da una setta segreta che manovrava le monarchie europee per creare un nuovo ordine mondiale. A capo della setta c’erano probabilmente l’Austria o la Francia e Ferdinando II era uno dei loro “soldati”.

Si scoprirà tempo dopo che il colera era arrivato dall’India e portato in Europa attraverso navi francesi e inglesi e che si diffuse nelle grandi città per le pessime condizioni igieniche. Senza dimenticare il contributo di chi tifava per riaprire la città nel pieno dell’epidemia, mentre i ceti ricchi falsificavano i numeri dei morti, in modo da evitare limitazioni alle loro libertà.

istruzioni colera sicilia

Bufale politiche e complotti mondiali

L’avvocato siracusano Mario Adorno era uno dei massimi intellettuali siciliani del tempo. Un personaggio insospettabile che ordinò al figlio di stampare un manifesto che raccontava l’esistenza di un “virus borbonico“, creato con l’aiuto di potenze straniere, in modo da controllare la popolazione. La posizione di grande stima di cui godeva Adorno facilitò la diffusione della notizia, che fu presa per buona non solo dal popolo ignorante, ma anche dalle classi sociali più acculturate.

Se la storia può strappare un sorriso e fa pensare alle polemiche moderne sul virus creato in laboratorio, al “5G” e a tutti gli altri argomenti che tengono banco sui social, anche all’epoca la cosa fu affrontata molto seriamente.

I movimenti antiborbonici utilizzarono infatti questa notizia falsa per agitare la Sicilia, che già era sul piede di guerra dato che Palermo non riusciva proprio a tollerare l’idea di essere diventata una “provincia” di Napoli dopo la restaurazione.

I siciliani erano infatti estremamente scontenti nei confronti dei Borbone di Napoli, accusati di aver ridotto l’influenza della Sicilia sul regno. Non di meno, i popolani erano impauriti e agitati per la paura del contagio. Anche nel resto del Sud Italia si diffusero a macchia d’olio complottismi, violenze e notizie false: racconta Settembrini che, quando il governo borbonico impose misure di lockdown, proprio come quelle moderne, i cittadini di alcuni paesi della Calabria si organizzarono in autonomia con turni armati davanti agli ingressi delle città, per sparare a vista contro qualsiasi avventore.

Lapide mario adorno siracusa
La lapide che ricorda Mario Adorno a Siracusa. Fu lui a diffondere la bufala del “virus borbonico”

La situazione degenerò presto in rivolte armate e cacce agli untori, con un vortice di violenze fra cittadini in tutto il regno. In Sicilia Ferdinando II fu addirittura costretto a mandare il marchese Ferdinando Del Carretto per placare le rivolte con l’esercito, dato che in città come Catania e Siracusa furono addirittura istituite amministrazioni autonome che avevano dichiarato “deposto il re avvelenatore.

Ricorda Settembrini, che ricevette una lettera da Cosenza in cui un amico lo avvisò di guardarsi le spalle perché giravano in città emissari del regno provenienti da Catanzaro, pronti ad avvelenare le acque. Lui rispose spiegando che “nemmeno il governo più triste avvelena i suoi sudditi“, meravigliandosi che anche persone molto intelligenti si siano lasciate suggestionare da fantasie.

Servì parecchio lavoro d’intelligence per ricostruire la vicenda e, una volta catturati i colpevoli, furono disposte più di 300 fucilazioni dai tribunali delle Due Sicilie. Dopo aver ristabilito la stabilità politica, fu fucilato anche Adorno perché “diffondeva voci contro il governo ed era anche un avvelenatore”. La parte finale della condanna lascia intendere che anche i magistrati borbonici, probabilmente, credevano in una teoria degli untori, ma al contrario.

Per rendere ancora più dolorosa la punizione di Adorno, l’avvocato fu costretto ad assistere di persona alla fucilazione del figlio. Poi fu passato per le armi anche il padre.

In Abruzzo il piccolo comune di Penne, guidato dal barone Sigismondo De Sanctis, dichiarò l’indipendenza dal Regno delle Due Sicilie e nominò re Luciano Murat. L’avventura bizzarra durò pochissimo tempo, dato che i cittadini fuggirono impauriti per paura dell’arrivo dell’esercito e il barone fu arrestato ma, poiché era molto potente, riuscì a corrompere i giudici ottenendo prima l’ergastolo (e non la condanna a morte come da codice) e poi la grazia.

colera napoli ospedale della conocchia
Una incisione dell’epoca

Una strage annunciata

Il Regno delle Due Sicilie, in realtà, era ben consapevole dei tantissimi limiti che presentavano i presidi sanitari nel territorio e, nello specifico, negli enormi problemi del sistema fognario di Napoli, che era aggiornato al XVI secolo, praticamente ai tempi di Don Pedro di Toledo.

I due acquedotti che rifornivano la città di Napoli, Bolla e Carmignano, erano inoltre del tutto inadeguati. Il primo, proveniente da Volla, era in gran parte all’aperto e questo favoriva ogni sorta di contaminazione; il secondo, invece, scorreva sotto terra ed era curato dalla corporazione dei Pozzari, ma era in pessimo stato di manutenzione e, soprattutto, c’erano numerose infiltrazioni dai pozzi neri delle case. Come se non bastasse, l’acquedotto correva sotto il cimitero di Santa Maria del Pianto, dove erano sepolti i morti di peste del 1656. E, successivamente, dove furono sepolti anche i morti di colera di quella famosa epidemia.

Ferdinando II, che era da pochissimo diventato re di Napoli, si mise subito all’opera per arginare il fenomeno già nel 1835, quando il Regno delle Due Sicilie era ancora lontano dai problemi dell’epidemia e il colera stava mietendo vittime nel Regno di Sardegna.

Il re si affrettò a chiudere i porti e ad adottare quante più misure possibili per tutelare i cittadini di Napoli. I risultati iniziali furono apparentemente buoni: furono istituite commissioni sanitarie a Napoli e a Palermo, formate dai migliori medici del tempo, furono istituiti dei presidi sanitari e lazzaretti per controllare la popolazione e furono predisposte delle postazioni per distribuire cibo e beni di prima necessità alla popolazione più povera della città, dato che la malattia era associata erroneamente alla fascia più povera della popolazione.

C'erano i complottisti anche durante l'epidemia di colera del 1837
Fuochi per disinfettare zone colpite dal colera

Il colera arriva in città

Il colera bussò alle porte di Napoli nel 1836. Leggenda vuole che sia stato un barbiere di Lecce il primo a morire in circostanze sospette. Quel che è certo è che intere famiglie del Porto furono completamente spazzate via fra mille sofferenze: racconta De Renzi che le condizioni di vita nei fondaci erano talmente malsane che “chiunque venga a Napoli può pensare di trovarsi avanti a due razze di esseri umani“, ovvero una nobiltà ricchissima e una popolazione poverissima. Dopo circa 6 mesi, i contagi arrivarono a zero e si credette che il peggio era passato. Non fu proprio così.

Nel 1837 morì improvvisamente una donna incinta, seguita subito dopo da altri morti. La seconda ondata di colera fu molto più disastrosa della prima e arrivò anche in Sicilia, che si era salvata durante la prima ondata perché aveva chiuso tutti i porti quando arrivò la notizia dei primi contagi da Napoli.

Molti commercianti, infatti, si rifiutarono categoricamente di rispettare le nuove regole di contenimento dell’epidemia, dato che i 6 mesi precedenti erano stati di grande danno per gli affari. Allo stesso modo, anche i ceti benestanti fecero truccare i dati sui contagi per non incorrere in limitazioni della libertà. Il bilancio traccerà decine di migliaia di morti fra tutte le classi sociali.

Napoli conoscerà altre ondate di colera, l’ultima nel 1973. Prima ce ne fu una nel 1855 e un’altra, famosissima, nel 1884. In quell’occasione si decise di risolvere il problema in modo draconiano: fu interamente raso al suolo cuore antico di Napoli, in modo da costruire un nuovo sistema fognario e nuove strade di concezione moderna: quell’epoca si chiamò Risanamento e, dopo gli interventi di ristrutturazione della città, la forma di Napoli cambiò completamente.

-Federico Quagliuolo

Per approfondire:
https://www.ferdinandopalasciano.it/wp-content/uploads/2019/09/Epidemia-colerica-a-Napoli-del-1836.pdf
https://espresso.repubblica.it/attualita/2020/04/06/news/il-colera-di-napoli-al-tempo-dei-borboni-1.346685?awc=15069_1592226773_18cb6484bfaf3018bf3f9fa536d5acf2&source=AWI_DISPLAY
https://www.internazionale.it/notizie/srecko-horvat/2020/03/06/virus-pericolo-politico
https://www.ilmattino.it/blog/controstorie/cronavirus_colera1837_storiaeanalogie-5112874.html
https://www.persee.fr/doc/mefr_0223-5110_1976_num_88_1_2349#
https://www.ora-siciliana.eu/blog/colera-1837-sicilia-coronavirus/
https://books.google.it/books/about/Ricordanze_della_mia_vita.html?id=4xHMHl1P8C4C&printsec=frontcover&source=kp_read_button&redir_esc=y#v=onepage&q=cholera&f=false
http://giannibonina.blogspot.com/2017/07/limpostura-siracusana-del-colera-di.html

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