La Napoli che festeggiava Umberto II di Savoia dopo la guerra

La Napoli che festeggiava Umberto II di Savoia dopo la guerra

Viva il re! Viva casa Savoia, Viva Umberto II!“. Sentire queste parole con accento napoletano sembra una delle cose più strane al mondo per chi osserva il filmato con occhi moderni. Eppure il 20 maggio 1946 ci fu una immensa festa a Piazza del Plebiscito per accogliere nella “fedelissima Napolil’ultimo re di casa Savoia.

Fu l’ultimo gesto disperato di Umberto II alla ricerca di consensi nelle provincie italiane, nel tentativo di non perdere il trono in vista del referendum del 2 giugno sulla forma dello Stato.

L’esito di quel referendum è cosa nota. Napoli, fu la “capitale della monarchia” con un 79% di voti a favore del re. E queste immagini d’altronde la dicono lunga sulla popolarità di cui godeva Umberto II in città.

Napoli e Umberto II, un legame molto stretto

Napoli è stata sempre nel destino dell’ultimo monarca italiano. Proprio come suo nonno, Umberto I, il nipote frequentò spesso l’ex capitale borbonica. Anzi, era così tanto affezionato alla città che decise di andare a vivere a Villa Rosebery nel 1931. E proprio in riva al golfo nacquero tre dei suoi quattro figli.

Già questo episodio fu un fatto inedito e di rottura per la tradizione sabauda, da sempre legatissima a Torino. Durante la guerra, nel periodo luogotenenziale, Umberto frequentò spesso anche Salerno, la capitale provvisoria d’Italia.
D’altronde, anche l’aspetto estetico era completamente diverso da quello corto e volgarotto del padre e del bisnonno: Umberto II era mediamente alto, aveva un fisico slanciato e modi tranquilli e raffinati ed era particolarmente simpatico agli occhi del popolo.

Umberto II Napoli
Umberto II con la figlia a Villa Rosebery. Immagine tratta da Historia Regni

Il giorno dell’incoronazione

Il 9 maggio 1946 Napoli entrò definitivamente nel destino di Umberto: il re Vittorio Emanuele III abdicò proprio nel Palazzo Reale di Napoli, lasciando l’eredità peggiore possibile al figlio: un regno dilaniato dal peso di due guerre mondiali e un ventennio fascista segnato dalle leggi razziali; un popolo in preda alla fame e alle tensioni sociali che, senza una soluzione, sarebbe piombato in una guerra civile.

C’è chi maligna che l’abdicazione di Vittorio Emanuele III a Napoli fu un “trucco” per non concludere la sua carriera con un golpe o con l’esilio. D’altronde ormai la sua immagine si era compromessa con il fascismo. Chi invece pensò che l’abdicazione fu l’ultimo disperato tentativo di ripulire l’immagine di Casa Savoia, quando ormai la politica italiana aveva già deciso che con i re non voleva più avere nulla a che fare.


Umberto II al balcone
Umberto II si affaccia al balcone per salutare i napoletani

Una campagna elettorale per la monarchia

Mentre l’Italia cercava di rialzarsi in piedi fra mille stenti dopo la guerra più tragica della Storia d’Europa, a Roma si discuteva sulla nuova forma di Stato che avrebbe guidato la rinascita. D’altronde, un golpe comunista era stato scongiurato proprio grazie alla “svolta di Salerno” di Palmiro Togliatti e, di conseguenza, tutti i partiti dovevano sedersi al tavolo delle trattative. C’era solo un punto che metteva d’accordo buona parte della politica: la monarchia doveva essere eliminata.

Umberto II si trovò quindi in grossi guai e sentiva il suo trono traballare più che mai in vista del referendum che il 2 giugno 1946. Decise così di tentare un disperato tour italiano delle maggiori città per convincere il popolo e i politici locali a dar di nuovo fiducia a Casa Savoia: si racconta che a Genova sia stato addirittura aggredito, mentre a Milano e nella Torino sabauda abbia ricevuto proteste e minacce. Nel Nord Italia non lo voleva proprio nessuno.
Differente fu invece l’approccio del Sud Italia, in cui fu accolto con feste di piazza.

Ed eccoci di nuovo nell’assolato 20 maggio 1946, quando Umberto si affacciò per salutare i cinquantamila napoletani festanti, fra bandiere, inni nazionali e canti alla patria: una cerimonia a tratti grottesca e fuori dal tempo che quasi sembrava rievocare le immagini dei quadri che dipingono l’ingresso di Garibaldi in città.
I moti del 1860 erano però figli di altre epoche. E l’ultimo monarca italiano salutò con un bagno di folla la città che, appena ottant’anni prima, fu conquistata da Vittorio Emanuele II.

-Federico Quagliuolo

La storia è dedicata a Caterina Moro per la generosa donazione a Storie di Napoli. Sostieni anche tu il sito, viviamo grazie al tuo supporto!

Riferimenti:
Ludovico Incisa di Camerana, L’Ultimo Re, Garzanti, 2016

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