Matteo Schilizzi, l'affarista livornese che diventò il fantasma di Posillipo

Matteo Schilizzi, l’affarista livornese che diventò il fantasma di Posillipo

Matteo Schilizzi torna in vita durante quella che i fotografi chiamano “Blue hour”, l’ora dopo il tramonto. Alcuni residenti di Piazza Salvatore di Giacomo affermano infatti di sentire distintamente rumori di passi, altri vedono un’ombra proprio di fronte all’ingresso del suo mausoleo di Posillipo, una strana tomba in stile egizio che oggi è diventato un altare per i militari napoletani morti durante le due guerre mondiali.

Se però il mausoleo è diventato famoso, la vita di Schilizzi è avvolta nell’ombra perché ordinò di far distruggere qualsiasi documento che lo riguardasse. Cerchiamo di ricostruirla.

Matteo Schilizzi, un Jep Gambardella di fine ‘800

Definito da alcuni “commerciante“, da altri “banchiere”. Da Camillo Guerra “ebreo megalomane“. Probabilmente era tutte e tre le cose. Anche se pare che la sua religione, ad onor del vero, fu il cristianesimo ortodosso.
Nacque a Livorno da una ricca famiglia di origini cipriote, passò i primi trent’anni della sua vita tra Livorno e Genova, i due porti commerciali dell’Italia preunitaria. Solo dopo l’Unità, intorno al 1880, si trasferì a Napoli per motivi di salute, dato che l'”aria di Napoli” era considerata miracolosa dai medici. Fu ospitato da un suo fraterno amico, l’ingegner Tommaso D’Angelo.

La sfortuna diventò un segno del destino: proprio in città l’astuto banchiere ebbe modo di ascoltare diverse voci sugli investimenti che il Governo aveva intenzione di effettuare a Napoli, per “piemontesizzare” la città. E il colera del 1884 diventò l’occasione perfetta per cominciare una gigantesca opera di risanamento, che cambiò per sempre il volto di Napoli.
Schilizzi partecipò alle attività speculative, inserendosi nella costruzione della rete fognaria di Napoli. Fu anche filantropo: finanziò diverse opere di sostegno alle vittime del colera e, nel 1900, aprì l’Ospedale Ravaschieri, la prima clinica ortopedica pediatrica della città. Grazie alla sua influenza sui media locali, riuscì a garantirsi il favore dell’opinione pubblica e ottimi affari in città.

Era descritto dalle cronache dell’epoca come un uomo magro, dai lineamenti molto raffinati e dai modi di fare cortesi ed eleganti. Fu scapolo per tutta la vita e, considerato il suo patrimonio di oltre 40 milioni di lire, un’enormità per l’epoca, lo rendeva l’uomo più desiderato della città. Ma non si sposò mai: in privato soffriva di forti attacchi depressivi e lui stesso, forse in preda a momenti negativi, si autodefiniva come “spregevole”. Le fonti di giornale e gli amici, infatti, lo descrivevano come persona amabile e piacevolissima.

Nei primi anni, mentre si arricchiva a Napoli, dava nella sua casa di Mergellina dei ricevimenti sfarzosissimi, con banchetti e feste in cui invitava tutta la nobiltà napoletana. Lui, che nobile non era, cercava spesso di frequentare “la città che conta”. E fu proprio in queste feste che strinse i migliori affari. Poi, verso i 40 anni, si isolò completamente nella sua villa, che era ricca di arazzi e reperti “come un museo” (come racconta il francese Marcelin Pellet) e diventò solitario e taciturno.
Insomma, un Jep Gambardella di fine ‘800.

Matteo Schilizzi caricatura
La caricatura di Matteo Schilizzi quando provò l’avventura politica nel 1889. Da Napoli Retrò, post di Orlando Catalano

Matteo Schilizzi e la nascita del giornale “Il Mattino”

Gli affari a Napoli andavano bene. Anzi, molto bene. I movimenti economici del Risanamento portarono una buona liquidità a Matteo Schilizzi, che decise di puntare con forza all’editoria. Ebbe modo di conoscere Edoardo Scarfoglio, che all’epoca stava vivendo una piccola avventura con il Corriere di Roma, e lo convinse a tornare a Napoli. Gli fece una proposta secca: tu trova gli uomini, io penso ai soldi.
Non se lo fece ripetere due volte: il giornale romano era sommerso dai debiti e non c’erano finanziatori. Scarfoglio e Matilde Serao trovarono quindi spazio nel “Corriere del Mattino”, il giornale finanziato dal livornese, che diventò per l’occasione “Corriere di Napoli“.

Ma due personalità come quella dell’imprenditore e del giornalista non potevano convivere sotto lo stesso tetto: nacquero presto conflitti politici e ideologici che li portarono allo scontro. E la vicenda finì in tribunale, con Schilizzi che chiese i danni a Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio per la direzione del giornale e per il “tradimento” con l’addio improvviso dei due.

Fu da questa separazione che nacque il giornale “Il Mattino” nel 1892.

Alla fine, allontanati Matilde Serao e Scarfoglio dal giornale, Schilizzi finì per chiudere la sua testata nel 1891. E il dissidio fra i tre continuò in tribunale, che diede ragione al milionario livornese.

Schilizzi contro Serao e Scarfoglio
Verbale della Corte d’Appello del 1894: “Schilizzi contro Serao e Scarfoglio”, da Libri antichi e rari.

Il mausoleo di Schilizzi, la tomba del “faraone napoletano”

Matteo Schilizzi era tanto bravo nella finanza quanto terrorizzato dalla fine dei suoi giorni. Era ossessionato dalla questione della vita dopo la morte e dalla possibilità di vedere la sua eterna dimora profanata, come accaduto proprio alla sua famiglia.

Quand’era ragazzo, infatti, la vita del giovane Matteo fu piena di dolori: quand’era giovanissimo perse la madre per malattia, poi i due fratelli. E infine se ne andò anche il padre, lasciando a un giovane ventenne l’impresa di famiglia, come ultimo superstite della dinastia. Come se non bastasse, la tomba di famiglia fu profanata da un gruppo di ladri che, in cerca di tesori, distrussero ornamenti e bare, disperdendo le ossa dei cari. Praticamente non era nemmeno più possibile salutare i resti mortali della famiglia.
Questa scena sconvolse il ragazzo, che da allora sviluppò una vera e propria ossessione verso il concetto della morte e verso il fratello Marco: si dice che nella sua casa di Napoli avesse eretto una sorta di tempietto con la fotografia del fratello, illuminato da candele sempre accese.

Facciamo un salto di quarant’anni. Matteo Schilizzi, giunto a Napoli, che era una delle capitali dell’esoterismo in Italia, chiese di poter essere sepolto in un luogo indimenticabile, maestoso, magico: “dovrà essere magnifico come un tempio egizio e ricco come una moschea“. Affidò il progetto ad uno dei migliori architetti napoletani, Alfonso Guerra, che prima dell’Unità era accreditato presso la Real Casa di Borbone.

Non badò a spese. Non era proprio un progetto rispettoso della religione, ma tant’è. L’idea dell’oltretomba andava oltre ogni freno razionale. Si dice che lui stesso abbia dettato ogni singolo dettaglio dell’opera all’architetto: il Mausoleo di Posillipo doveva essere una sorta di chiave per la resurrezione, un luogo che nessuno avrebbe mai dovuto profanare. E fu immaginato come la tomba di un faraone.

Letteralmente, riprendendo la citazione contenuta nel testo di Camillo Guerra, doveva essere “il monumento dell’infinito“.
Una citazione che nemmeno gli Avengers se la sognano!

Abbiamo raccontato la storia del mausoleo nel dettaglio in questo articolo.

Mausoleo Schilizzi in costruzione
Il mausoleo in costruzione, 1886

Abbattiamo il Mausoleo Schilizzi!

Schilizzi investì tutti i suoi capitali in quest’opera grandiosa. E arrivò presto il crack finanziario delle sue imprese, che nel frattempo soffrirono di una certa mala gestione. Il cantiere fu interrotto e, nel 1905, morì Schilizzi senza la sua tomba. Poco dopo morì anche l’architetto, Alfonso Guerra, e si sviluppò nell’ambito culturale cittadino un vivace dibattito. Il Comune di Napoli voleva infatti abbattere il “mostro” che aveva creato il banchiere livornese, deturpando il dolce panorama di Posillipo.

Nel 1921, davanti ad una certa demolizione, fu proprio il figlio del progettista, Camillo Guerra, insieme ad un folto gruppo di intellettuali dell’epoca (fra cui Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo), a convincere il Comune ad acquistare la tomba di Schilizzi, che fu trasformata in un monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale. Fu infatti sfruttata la forte sensibilità dell’opinione pubblica verso gli eroi della Grande Guerra. Trent’anni dopo il mausoleo ha ospitato anche le vittime del secondo conflitto mondiale. Ed oggi è abbandonato.

Ed oggi, prima che cali la notte, il signor Schilizzi torna a fare una passeggiata nei giardini del luogo nel quale sperava di riposare eternamente. E che, in un certo senso, fu profanato nella purezza del suo intento originario.

-Federico Quagliuolo

-Video di Chiara Sarracino

Mausoleo di Matteo Schilizzi facciata
La facciata del Mausoleo Schilizzi, fotografia di Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Antonio Lazzerini, Il sacrario militare del mausoleo di Posillipo, Youcanprint, 2016
Giancarlo Alisio, Napoli e il Risanamento
Achille della Ragione, Il Mausoleo Schilizzi

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