Isabella Mellone, la "santa pazza" della Pignasecca e la setta dei Sabelli

Isabella Mellone, la “santa pazza” della Pignasecca e la setta dei Sabelli

C’era un tempo in cui, dalle parti del Largo della Pignasecca, si radunava un gruppo di uomini disperati che toccava le mani di una donna seduta su una sedia, baciava i suoi piedi, chiedeva benedizioni e i numeri del lotto. Il nome della “santa” era Isabella Mellone (o Milone), una povera donna che era riuscita a crearsi presso il popolo un personaggio a metà fra la santità e la leggenda. Inutile dire che la storia finì malissimo.

Insomma, un po’ come un profilo fake su Instagram, la vita di Isabella cominciò ad essere circondata da storie di visioni mistiche, miracoli, pettegolezzi e ogni sorta di fantasia che attraversò addirittura i confini del Regno di Napoli: diventò uno dei primi “personaggi gossip” italiani.

Bizzoche Isabella Mellone
“Bizzoche”, ovvero “donne falsamente religiose”: era il soprannome di Isabella Mellone

Le visioni di “Santa” Isabella Mellone

Ci troviamo all’inizio del ‘700 e Napoli, dopo il disastroso vicereame spagnolo, era finita in una ancora più disastrosa dominazione austriaca che, oltre a graffe e brutte abitudini, fu assai opprimente per Napoli.

In una città poverissima si muoveva un sottobosco di uomini che cercava maghi, santi e incantatori per aggrapparsi alla speranza di una vita migliore. E Isabella Mellone, nata nel 1724 a Perdifumo, dalle parti di Salerno, finì al centro di uno spontaneo culto popolare sin dal suo arrivo a Napoli.

Già a 15 anni raccontò in parrocchia alcuni suoi sogni, chiamati “visioni“, che raccoglieva in diari. I testi furono presto scoperti da Giuseppe Abate, l’arciprete del luogo, che si infuriò e non tardò a chiamarla pazza. Nella speranza di una riabilitazione, fu mandata prima dai frati cappuccini e poi a Napoli, nel conservatorio di San Gennaro fuori le mura, alle spalle del moderno Corso Amedeo. Anche qui si distinse per uno spirito irascibile, un carattere ribelle e ingestibile per la rigida regola della Chiesa.

Una visione mistica
Una visione mistica

Strega, maliarda e fattucchiera

Isabella Mellone era giovane, pare fosse anche una bella donna, e sulla soglia dei 25 anni fu buttata fuori anche dal convento: convinse la Duchessa di Sant’Elia, nobildonna influente, che aveva visioni ed era una mistica. Grazie all’aiuto della duchessa riuscì a uscire dal convento e fu introdotta nell’alta società napoletana, affascinata dai “miracoli” e dalle “visioni mistiche” della giovane Isabella che, pur di dimostrare la sua “santità”, spiegò che lei non aveva bisogno di mangiare, ma si cibava solo di preghiere. Fu presto scaricata dai nobili perché, stando alle indagini scritte dai religiosi che anni dopo la condannarono, era “instabile mentalmente“.

E Isabella Mellone, divenuta “religiosa terziaria” (ovvero chi segue i precetti religiosi mantenendo una vita fuori dal convento). Fu ospitata a Via Foria, presso Pontenuovo, dallo zio Domenico Guariglia, un uomo che si avvalse della complicità di padre Apollinare di San Tommaso per far circolare voci sulla presunta santità della donna, vantandosi di aver accolto in casa un personaggio miracoloso.

Fu anche grazie a quest’attività che si intensificarono le voci sulla presunta santità della donna, che viveva di estasi mistiche e “visioni”. C’era chi diceva che bastava odorare il suo corpo per guarire dalle malattie della pelle e chi invece voleva baciare il sangue delle ferite che si autoinfliggeva la donna, pensando che il sangue fosse un medicinale.

Queste storie popolari arrivarono prestissimo alle orecchie del vescovo di Napoli, che cominciò una campagna denigratoria. Fioccarono le denunce contro la “strega” e, nel 1769, fu condannata dalla Gran Corte della Vicaria perché “Strega, maliarda e fattucchiera”. fu presto sbattuta in carcere, dal quale uscì una decina di anni dopo. Nel frattempo, continuava incessante l’attività di padre Apollinare, che aizzava il popolo contro il governo che stava imprigionando la santa “ispirata da San Michele”.

Un popolano, innamorato di donna Isabella Mellone, lasciò un cartello sulla cancellata della Cappella del Tesoro di San Gennaro: io Antonino Sersale, Gennaro ti comando che smetti di perseguitare Isabella mia sorella, se non vuoi soffrire i castighi di Dio“. In pratica aveva addirittura minacciato San Gennaro!

Tribunale della Vicaria Isabella Mellone
Il Tribunale della Vicaria a Castel Capuano, dove fu condannata e imprigionata Isabella Mellone

La setta dei Sabelliani

La donna si trasferì alla Pignasecca, da sola. Ma ormai era perseguitata, inseguita, toccata, baciata, strattonata, pregata, implorata, anche insultata da chi non aveva visto le proprie preghiere avverate. Era una tortura. Lei ormai era quasi cinquantenne e, stando alle voci del popolo, era una sorta di reliquia vivente.
Il popolo della Pignasecca, aveva una santa da venerare e non voleva sapere ragioni: a distanza di quasi tre secoli, non si può capire se lei era d’accordo o meno.

La setta dei Sabelliani cresceva. E superò presto i confini di Napoli, diventando un fatto che preoccupò tutte le autorità di polizia. Arrivò addirittura alle orecchie di Ferdinando IV di Borbone e del ministro Bernardo Tanucci, che furono costretti a intervenire.

Se ne cominciò a parlare in tutta Italia e, addirittura, il gossip di questa “santa che non mangia e ha le visioni” arrivò fino a Madrid, alle orecchie di Carlo III di Spagna che, pur avendo lasciato Napoli da quasi trent’anni, rimase sempre affezionatissimo alla “sua” città. Tanucci, in una lettera del 2 giugno 1772, spiegò all’ex re di Napoli che “si è spacciata per profetessa e operatrice di miracoli e santa, ha ingannato molta gente e cagionato molto rumore (…) Il cardinale arcivescovo ha ordinato che il Re tolga da Napoli questo scandalo“.

Bernardo Tanucci
Bernardo Tanucci, l’uomo più potente del Regno e tutore di Ferdinando IV

La colpa? La perduta verginità

Quella che visse donna Isabella, probabilmente fu una vera tortura psicologica di una donna che, sin dall’infanzia, fu trattata da pazza ed ogni tentativo di fuga fu frustrato da episodi che ingigantirono sempre di più la sua figura mistica.

E alla fine, come ogni tragica storia di stregoneria, a “smascherarla” ci pensò un certo padre Giacinto Rocco, che concluse la sua accusa con un lapalissiano: “Li muorte so chille ca non magnano; ma li vive, si non magnano morono“.
Isabella Mellone fu di nuovo processata, stavolta dal Tribunale Ecclesiastico di Stato, e fu costretta ad abiurare e a confessare le sue simulazioni. Poi fu sottoposta a una visita ginecologica e subito le ostetriche riuscirono ad individuare l’origine della sua pazzia: non era vergine.
Sentenza: isolamento a vita.

E fu così che Isabella Mellone passò la fine dei suoi giorni senza mangiare, chiusa in una stanza buia dell’Ospedale degli Incurabili, chiudendo così la storia di una delle più strane isterie popolari che, fra cronache e passaparola, fu capace di incuriosire tutta Italia.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Pasquale Palmieri, Le verità di Isabella. I falsi santi fra giustizia, propaganda e invenzioni letterarie
Yvonne Carbonaro, le donne di Napoli, Newton, Napoli, 1997

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