Bernardo Tanucci, ritratto dell'uomo più potente del Regno di Napoli

Bernardo Tanucci, ritratto dell’uomo più potente del Regno di Napoli

L’uomo più potente di tutto il Regno Napoli non era napoletano. Si chiamava Bernardo Tanucci ed era originario di Stia, in provincia di Arezzo: fu il responsabile di tutta la politica napoletana per un secolo intero.

Uomo dalla stazza enorme, dallo sguardo austero e dall’aria severa: era un giurista straordinario e un politico dall’intelligenza fuori dal comune: fu infatti lui la persona che rivoluzionò completamente l’assetto giuridico del Regno di Napoli, facendolo uscire dal pantano di burocrazia, corruzione e complotti nobiliari del Viceregno.
Non dimenticò mai le sue origini toscane: volle farsi seppellire nella chiesa dei fiorentini, che fu barbaramente distrutta dopo la II Guerra Mondiale.

Bernardo Tanucci ritratto
La stazza e la presenza austera di Bernardo Tanucci: è perfetto in questo ritratto

Giovane, polemico e riformista

In un piccolissimo paese dell’aretino, Stia, nacque nel 1698 un ragazzetto vivace e curioso nella casa di una famiglia benestante che, pochi anni dopo, si trasferì a Pisa. Bernardo Tanucci si laureò in legge a quasi trent’anni, cosa strana per l’epoca, e subito diede prova della sua intelligenza riuscendo a creare una polemica gigantesca sulle leggi feudali che, con l’illuminismo, si provavano finalmente a superare. Era un giovane studioso e appassionato e, per le sue “battaglie”, fatte di principi giuridiche e filosofie, era capace di buttarsi in polemiche furiose con chiunque difendesse l’establishment: odiava i “vecchi” e chi li difendeva, si batteva per la giustizia e fu capace di accusare un docente universitario di plagio, dimostrando che “i suoi testi erano traduzioni di altri autori“. Un fatto gravissimo che non deponeva bene per la carriera di un giovane accademico che proprio era insofferente nell’ambiente austero di “vecchi accademici“.

Bastò il rumore che sollevò il giovane intellettuale ribelle negli ambienti culturali dell’epoca per farlo subito notare dal Granduca Gastone de’ Medici, che lo presentò al giovanissimo Carlo di Borbone che, prima di diventare re di Napoli, fu duca di Parma per pochi anni.
Fu per questa ragione che, quando Carlo partì verso il Sud Italia, chiese allo studioso di Pisa di seguirlo alla conquista del Regno di Napoli.
Bernardo Tanucci aveva vent’anni in più rispetto a Carlo di Borbone: nel 1734 aveva quasi 36 anni, mentre Re Carlo era appena ventenne, ma fra i due c’era una intesa perfetta. L’intento politico era lo stesso: creare uno Stato nuovo, riformandolo secondo i nuovi principi illuministi che caratterizzarono il ‘700. Un progetto affascinante che cominciò in una Napoli paradossalmente incancrenita da 400 anni di abbandono politico.

Carlo di Borbone e Tanucci
Carlo di Borbone e la consorte, a fianco compare Bernardo Tanucci, suo fedelissimo, per la cerimonia della posa della prima pietra della reggia di Caserta

L’uomo più potente di Napoli che riformò il Regno

La carriera di Bernardo Tanucci volò, sotto la protezione dell’amico e Re Carlo: prima Consigliere di Stato, poi Ministro delle Poste, poi Ministro della Giustizia, poi degli Affari Esteri, infine Segretario di Stato. Tutto in soli 10 anni. E, quando Carlo se ne andò, diventò anche Reggente del Regno, dato che il figlio Ferdinando IV aveva appena 9 anni quando diventò re di Napoli.

Tanucci aveva un progetto politico chiaro: eliminare i privilegi feudali e riformare l’intero apparato della giustizia. Nominò anche una commissione per far redigere nuovi codici civili e penali a Napoli, ma il progetto non fu mai portato a termine, mentre il codice marittimo vide la luce. Era un uomo dalla cultura infinita e, oltre alla passione per lo studio del diritto, continuò a coltivare anche da adulto l’interesse verso la filosofia e la matematica, senza trascurare la letteratura.

Spese ogni energia per combattere “la mala bestia baronale del Regno che me solo teme“, “la tirannide feudale” e “la mollezza delle popolazioni napolitane“: il progetto ambizioso di Carlo di Borbone e di Tanucci si realizzò combattendo gli infiniti privilegi ecclesiastici (fu ad esempio espulso dal Regno l’ordine dei Gesuiti e e tutti i patrimoni ecclesiastici furono ceduti ai contadini: un progetto rivoluzionario!), furono soppressi monasteri e conventi, per la prima volta i religiosi furono costretti a pagare le tasse e la Chiesa non poteva più acquisire nuove proprietà senza il consenso dello Stato: per la prima volta, grazie a Bernardo Tanucci, un Re riprese il controllo di una città rimasta senza Stato per 300 anni.

Carlo di Borbone abdicazione
L’abdicazione di Carlo di Borbone a favore di Ferdinando IV. Tanucci è la persona che legge l’atto. Dipinto di Antonio Joli

Un “vecchio” fedelissimo alla Spagna

Se c’è una cosa che caratterizzò il buon Tanucci fu la fedeltà assoluta, che poteva dirsi quasi amore, verso Carlo di Borbone. Anche quando il re lasciò Napoli e partì verso la Spagna, Tanucci gli inviava continuamente lettere per informarlo sullo stato del Regno e sui fatti interessanti che accadevano in città, come nel caso della “Santa Pazza” Isabella Mellone. E fu proprio questa la ragione che portò i primi screzi con Ferdinando IV che, ormai diventato adulto, cominciava a scalpitare per gestire il Regno senza più l’influenza del padre e di Tanucci.

Allo stesso modo anche i ministri borbonici erano ormai insofferenti verso l’ultrasettantenne Tanucci che continuava, con dignità ed eloquenza sopraffina, a voler imporre le sue ragioni sulle discussioni politiche moderne. una sorta di “ok boomer” in salsa settecentesca.
Il potente segretario di Stato era infatti trattato dalle nuove generazioni di politici come un personaggio incapace di comprendere i nuovi scenari politici europei, ma che non aveva la minima intenzione di andarsene in pensione.
Allo stesso modo, dopo la partenza di Re Carlo, tutti i progetti politici di Tanucci furono combattuti e ostacolati dai nobili napoletani e dalla Chiesa, tutti terrorizzati dalla prospettiva di perdere i loro secolari privilegi. E nelle lettere del politico toscano inviate a Re Carlo si legge la tristezza del confronto fra il “potere regio”, che voleva migliorare le condizioni del Regno di Napoli, e “la corte e i religiosi”, che combattevano ogni innovazione.

La fine di Tanucci

Ci pensò la moglie di Ferdinando IV, Maria Carolina d’Austria, che, una volta entrata nel Consiglio di Stato, fece in modo di isolare politicamente Bernardo Tanucci: ottenne il supporto dei nobili, della Chiesa e dai proprietari terrieri, che odiavano il politico riformatore. Era infatti decisa ad affidare il Regno di Napoli all’Austria, sua terra natale, contro ogni volontà del Segretario toscano, che ricordava bene i disastri della dominazione austriaca. Ma Re Carlo era ormai morto e la Spagna di Carlo IV non forniva alcun supporto a Tanucci.

Giunsero in campo anche gli inglesi: fu nominato sir Herald Acton come Segretario di Stato nel 1776, mettendo a riposo il vecchio Bernardo, che si ritirò a vita privata nella sua villa di San Giorgio a Cremano.

Una fine ironica per un uomo che, da ragazzo, fece di tutto per combattere gli anziani conservatori e, paradossalmente, fu trattato dai suoi pari come un pensionato molesto. Ma anche Antonello Venditti, 200 anni dopo, raccontò dei sessantottini che poi diventarono dirigenti di banca.

Bernardo Tanucci
Bernardo Tanucci ai tempi della reggenza di napoli

Dov’è Bernardo Tanucci?

Non si sa. Dopo la sua morte avvenuta a 92 anni, fu sepolto nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, che si trovava. Fu anche posta una lapide che raccontava bene la stima di cui godeva:

Nonostante avesse retto il governo di questo regno per più di quarant’anni, giammai impose alcun tributo

Lapide di Bernardo Tanucci

La chiesa dei fiorentini sparì negli anni ’50, tempo dopo la II Guerra Mondiale. Si trovava nell’attuale Via Ferdinando del Carretto, alle spalle di Via Toledo, e fu dichiarata “a rischio crollo”. In realtà, in seguito, si scoprì che la chiesa non era stata minimamente toccata dai bombardamenti. Ma era troppo tardi: nel 1950 fu demolita per far spazio all’espansione di Palazzo Fernandez, un edificio residenziale. La chiesa fu ricostruita, con stile moderno, nel 1957 al Vomero.

I corpi di Bernardo Tanucci ed Artemisia Gentileschi andarono irrimediabilmente persi. La memoria dello statista toscano non è però stata del tutto violentata: il suo nome sopravvisse anche alla “censura” post-unitaria e, ancora oggi, c’è una strada a lui dedicata alle spalle dell’Albergo dei Poveri, un’altra opera ambiziosa, ma sfortunata. Proprio come la sua politica.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Aurelio Cernigliaro, Bernardo Tanucci
Girolamo Imbruglia, Bernardo Tanucci, Dizionario Biografico degli Italiani
Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Laterza, Bari, 1966
Sergio Zazzera, C’era una volta il Vomero, 1999
Silvio De Majo, Biografie Napoletane, Belle Epoque Edizioni, Napoli, 2018

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