'O Serraglio: la storia del Real Albergo dei Poveri

‘O Serraglio: la storia del Real Albergo dei Poveri

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Nella seconda metà del ‘700 Napoli fu un grande centro culturale: alla corte del sovrano illuminato Carlo di Borbone spiccavano importanti personalità come Gaetano Filangieri, il principe di Sansevero Raimondo di Sangro, Eleonora Pimentel Fonseca e Antonio Genovesi.

Quest’ultimo, primo docente europeo di economia politica, ebbe un grande ruolo nel rinnovamento del sistema economico del tempo. Egli sosteneva che il guadagno non dovesse essere personale, quanto comune: il suo progetto era il raggiungimento, attraverso la solidarietà fra tutti i cittadini di una stessa nazione, di un benessere assoluto che andasse al di là di quello di ogni classe sociale.

E fu proprio in quest’ottica che, nel 1751, il re chiamò a Napoli Ferdinando Fuga.

I poveri del Regno erano troppi e le comunità caritatevoli cattoliche non riuscivano a sfamarli tutti; in più fra papato e corte non scorreva buon sangue: in quel periodo, infatti, nella città ebbe luogo l’abolizione di molti  privilegi fiscali che spettavano agli ecclesiastici.

Per aiutare i suoi più miseri sudditi, il sovrano commissionò all’architetto fiorentino un grandioso progetto: un gigantesco palazzo nel quale accogliere tutti gli sfortunati che avevano bisogno di un tetto sopra la testa, interamente finanziato dalle casse della monarchia: il Real Albergo dei Poveri.

Ma la somma di denaro necessaria al completamento della monumentale opera edilizia non era sufficiente così, anche a causa della rivoluzione del 1799, Ferdinando IV, figlio del precedente monarca, molto meno convinto delle finalità caritatevoli della struttura, cercò di convertire ciò che era già stato costruito in una fabbrica tessile. Facendo in seguito ritornare il palazzo al suo originario utilizzo benefico, i lavori proseguirono a singhiozzo, per poi essere definitivamente arrestati nel 1829  lasciandoci l’edificio che possiamo ammirare oggi.

Per immaginare quanto grande l’avesse pensato re Carlo, basti pensare che ciò che possiamo vedere con i nostri occhi è la realizzazione di un quinto del progetto ideato da Fuga.

Comunque, nonostante le buone intenzioni con cui venne costruito, ben presto al palazzo venne affibbiato il nomignolo di  serraglio”; anche se ci si proponeva non solo di accogliere i ceti meno abbienti, ma anche di educarli, venne etichettato come un luogo dal quale, una volta entrati, non era più possibile uscire: insomma, era considerata una vera e propria prigione.

Vi era inoltre una rigorosa divisione fra uomini e donne: esistevano addirittura due porte differenti per separarli fin dall’ingresso. In più, oltre a compiere studi teorici, essi si dedicavano ad imparare mestieri pratici, al fine di lasciare al più presto l’ albergo.

A causa della sua grandezza il palazzo, oltre ad accogliere un ospizio per poveri, una scuola di musica ed una per sordomuti, nel 1838 fu scelto come sede di un carcere minorile, quasi per giustificare il nomignolo che si era già guadagnato fra il popolo in precedenza.

Nel 1857 le persone all’interno della struttura divennero più di 5000 e le condizioni sanitarie scarseggiavano così come il cibo. Molte persone morivano al suo interno anche per malattie poco gravi, in quanto non c’erano abbastanza soldi per curarle.

I sorveglianti non riuscivano a far rispettare le regole ed alcuni ospiti iniziarono a commettere furti o a prostituirsi.

La situazione peggiorò talmente tanto che nell’agosto del 1866 le autorità dovettero sedare una rivolta nata fra le mura.

Attualmente molti residenti della zona credono che quella moltitudine non abbia mai lasciato il luogo in cui visse e che bagliori, lamenti, rumori e grida rauche provengano ancora oggi dall’interno.

E che delle volte, quasi come se si aprisse una finestra nel tempo, d’incanto il palazzo sembri tornare nel ‘700, a quell’epoca nella quale si sperava, illusoriamente, che il tanto caritatevole quanto utopico sogno del re Carlo potesse davvero realizzarsi.

-Federica Russo
Lo splendido disegno è di Lisa Mocciaro!

2 comments
    1. Si la struttura esiste, dove un tempo c erano le officine ora ci sono associazioni sportive gestite dal sig Peppe Marmo che negli 70 fu educatore, Mio papà visse li negli anni dal 45 al 64 circa. Attualmente vive a Torino.
      Cordiali saluti

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