La zumpata, il duello che si combatteva danzando

La zumpata, il duello che si combatteva danzando

La Zumpata è una forma particolare di duello con il coltello,  un rituale di origine antichissima che nel XIX secolo diventò il metodo preferito dalla delinquenza napoletana per fare regolamenti di conti.

Era una vera e propria danza della morte: i duellanti, molleggiando con le gambe e rimanendo sulla punta dei piedi, al momento giusto “zompavano” come felini, lanciandosi contro l’avversario per ferirlo o ucciderlo.

Il coltello usato solitamente dai contendenti era denominato la sfarziglia”, un coltello a serramanico estremamente sottile, che si ripiegava in modo da poterlo nascondere facilmente in qualunque inserto della giacca o del pantalone.

zumpata Ferdinando Russo
la zumpata in una cartolina firmata da Ferdinando Russo nei primi del ‘900

Un problema cittadino

Non si deve credere che il duello alla zumpata riguardi solo i camorristi: quella duellistica era infatti una tradizione ben radicata nella cultura napoletana ed interessava ogni ceto sociale, che lo affrontava con armi e tecniche diverse per ogni ambiente.

Aniello Ausiello, intorno agli anni 40 dell’800, era il camorrista più famoso per le sue zumpate, secondo le testimonianze di Monnier: la sua attività principale era quella di esercitare il monopolio sulle vendite dei cavalli: li acquistava a misero prezzo grazie a banditori corrotti e li vendeva a prezzi gonfiati negli stessi mercati, accumulando fortune immense grazie ai suoi traffici.
Questi guadagni facili attirarono presto le ire e le invidie di molti camorristi, che vollero inserirsi nel mercato dei cavalli malati: Ausiello sfidò tutti i capintriti dei quartieri e li uccise uno ad uno durante varie zumpate.

La zumpata come regolamento di conti va inoltre distinta dalla “tirata”, in quanto si tratta di una forma di duello necessario per la conclusione dei riti d’iniziazione alla Camorra.

La prima forma di duello come risoluzione dei conflitti fra schieramenti opposti napoletani era la petriata” o “petrajata”, ovvero il lancio di pietre fra due schieramenti opposti.
Era già citata da Basile nel Cunto de li Cunti, giornata I, trattenimento VII. Anche Benedetto Croce se ne occupò, indicando che, fra il XVI e il XVII secolo, i napoletani sassaioli si sfidavano fra quartieri nel campo dell’Arenacella (l’attuale Arenaccia), una zona paludosa e disabitata ad est di Napoli. Questi scontri, nei tempi più antichi, giunsero anche a contare duemila partecipanti, diventando un vero e proprio festival della violenza.

Il regolamento di conti della zumpata era privato, segreto e, soprattutto, tecnico. Non rispettare le regole della zumpata porta immediatamente alla squalifica dal duello, con conseguenze più o meno gravi per lo sfidante perdente.

sfarziglia
La sfarziglia, il coltellaccio utilizzato dai delinquenti napoletani. Non lasciamoci ingannare: aveva le dimensioni di uno spadino!

La poesia sulla zumpata

Cesare Cortese, uno dei massimi poeti napoletani, dedicò un poema proprio alla zumpata:

Se vedono, s’affrontano, e s’accostano,
rideno, se salutano, e se chiammano.
Se toccano le pratteche, e se mostano
ntrepete; po s’arraggiano e se sciamanno.
Se votano, s’allargano e se scostano
se stregneno, se mmestano, e s’arrammano.
Se zollano, e le coppole s’ammaccano.
S’abbasciano, po’ s’auzano, e se tirano,
se stizzano, se fermano, se scornano,
mo sciatano e se posano e retirano;
p’accidere e pe bencere po’ tornano.
S’acconciano, po’ passano, e se mmirano;
po’ jettano li fodere, e sferreiano,
se pesano, se pogneno e stroppiano

I versi dipingono lucidamente le mosse di una danza mortale svolta con maestria da ballerini che, come prezzo del fallimento, pagano con la morte:

Ragazzi zumpata
Due ragazzini che giocano al duello

Una visione giuridica

D’Addosio, alla fine della sua trattazione, arriverà infatti a dichiarare la morte per duello come forma di omicidio non intenzionale.

Il duellante, anche qualora si tratti di un camorrista, nella ricostruzione di D’Addosio non ha l’intento omicida nel momento in cui comincia il duello, in quanto è colto da stato d’ira e vuole semplicemente sottomettere fisicamente l’avversario.

Allo stesso modo, quando si presenta all’appuntamento per il duello, dato il peculiare svolgimento di quest’ultimo, il duellante non ha l’intenzione di uccidere, in quanto sa perfettamente che l’esito di un duello è casuale; anche il colpo di una pistola non è mirato ad uccidere, ma a ferire l’opponente. Non c’è infatti la possibilità di mirare con intenzionalità alle parti vitali di una persona nella rapidità di un duello svoltosi in poche frazioni di secondo.
Anzi, qualora si passi immediatamente da appicceco a questione per una improvvisa escalation di violenza, il reato è quello di rissa, nella visione (forse un po’ troppo garantista) di D’Addosio.

La morte per duello, al massimo, potrebbe avere i caratteri della preterintenzionalità.

Carlo d'Addosio
Carlo D’Addosio, il giurista che per la prima volta ha studiato e codificato il duello popolare e criminale a Napoli

Le varie tipologie di zumpata


L’idea di D’Addosio va però misurata con i vari tipi di zumpata:

Al primo sangue (ovvero: fermarsi appena si tocca l’avversario, basta una minima ferita)

Al musco (al braccio o alla gamba: vince chi ferisce un arto avversario)

Alla cassa (bisogna mirare al petto o allo stomaco, con colpi non mortali)

All’ultimo sangue (la vittoria può solo realizzarsi con la morte dell’opponente)

Nei primi tre casi è più difficile dimostrare l’intento omicida, mentre nella zumpata all’ultimo sangue è chiara la intenzione di voler eliminare fisicamente l’avversario, quindi si parla di omicidio volontario a tutti gli effetti.

Le regole del duello sono delimitate da rigidi paletti, entro i quali c’è grande libertà di interpretazione: i movimenti sono liberi, ognuno può scegliere la strategia che preferisce nell’attaccare e nel difendersi, purché non siano inferti colpi proibiti volti a menomare l’avversario e rendere iniquo il combattimento. Se l’opponente è ferito e la zumpata non è “a musco” o “al primo sangue”, allora si interromperà il duello per medicare le ferite e si continuerà a duellare fino alla resa o alla definitiva morte di uno dei due opponenti.

Seguendo poi le antiche regole di Frontone III, sono testimoniati duelli che dovevano essere svolti all’interno di un cerchio tracciato per terra: aveva la funzione di limite invalicabile, pena la sconfitta. Un esempio è la zumpata descritta in “Memorie di un Ladro” di Ferdinando Russo, cap. XXIX.

Procedura penale for dummies

Va infine sottolineato come la zumpata come risoluzione di controversie sia uno degli istituti di diritto processuale più antichi esistenti ancora oggi, sopravvissuto per quasi due millenni senza mai cambiar forma: dalle popolazioni germaniche al diritto medievale di molti stati nordeuropei, arrivando fino alla Bella Società Riformata: nei tempi antichi si diceva che Dio avrebbe aiutato il giusto nel duello, mentre nella Camorra, con più cinismo, meritevole di ragione diventava semplicemente il più forte.

duello zumpata
un duello con i coltellacci

Una novella di Ferdinando Russo

La novella di Ferdinando Russo chiamata Le due Madonne”, raccontata a puntate sul Mattino, aiuta a capire la diffusione in ogni strato sociale della pratica: interessante è soprattutto la conclusione (senza timori di fare spoiler!): la storia è ambientata sul finire del XIX Secolo, in una locanda sulla collina del Vomero in cui si erano riunite delle famiglie di borghesi per fare un grande pranzo di festa fra amici.

Al che, ormai ubriachi e deliranti, due signorotti cominciano a litigare su questioni insignificanti, finché la discussione non verte su quale delle tante madonne di Napoli faccia i miracoli migliori. Ognuno assume il partito della propria madonna preferita e, dopo essersi offesi reciprocamente, arrivano al momento in cui il diverbio può essere risolto solo con un duello: “Uh! – sbuffò Pascalotto scattando – ma fammi la finezza! Ci perderei la pazienza e pure l’amicizia di tanti anni! Mi vuoi imporre la tua Madonna e disprezzi la mia?” “Zitto! –interruppe brusco Totonno, accigliandosi concitato – e basta. Parla più basso! O vuoi fare il bello con le dame? Queste sono cose che si possono sempre impattare, ma senza vino in testa e senza occhi che ci guardano, quando ho detto che non si deve fiatare…”

E frantumando con rabbia il sigaro, lo buttò di violenza a terra, verso l’amico che era già un avversario.
Pascalotto lo guardò a lungo e tacque. Poi, facendo scattare il medio sul pollice della destra che aveva poggiata al ginocchio, spazzò alcune briciole di foglia di tabacco che vi erano cadute. Indi si levò, calmissimo, un po’ pallido.
“E va bene, quando la pigli tanto calda! Resta fatto! Non allarmiamo le comari! Domani, se non ti dispiace, e col permesso di questi signori, potremo vedere quale Madonna sa fare meglio il miracolo! E quella del Carmine mi deve uccidere se mi sono sbagliato!”

Tutti si levarono per tentare di aggiustare il litigio, ma non fu possibile.
(…)

Si erano dati convegno alla mezzanotte della sera seguente sotto il gruppo di alberi dietro la deserta contrada dell’acqua della Bufala alle Paludi (la zona che oggi si trova fra Corso Arnaldo Lucci e Via Galileo Ferraris); e vi si trovarono soli. Fu affare di pochi momenti.

Si scambiarono i coltelli, si baciarono; poi indietreggiarono di qualche passo. Indi s’incalzarono in quel duello mortale che si chiama la zompata. Le stelle occhieggiavano dal cielo sereno, sul silenzio e la solitudine, e videro, esse soltanto, gli assalti muti di quelle ombre di quei due amici di ieri che si battevano col selvaggio fervore della loro superstizione. E quando una stella filante, guizzando sull’arco del cielo, scomparve dietro la montagna di Somma, una delle due ombre cadde pesantemente fra l’erba con un gemito e un tonfo.

All’alba un ortolano che passava udì un lamento e ristette. Si voltò, si chinò sul caduto già oppresso dal rantolo dell’agonia e cercò di soccorrerlo gridando, nella speranza che qualcuno lo udisse. Ma il moribondo lo trattenne pel braccio.

“Che vi hanno fatto? Chi è stato?”

“Mi chiamo… Pascalotto… Pappone… lascia stare… me la sono meritata…”. E sollevando ancora la testa impiastricciata di sangue e di fango, con le labbra che gli tremavano: “È stata quella bella Mamma del Carmine… Sempre sia lodata. Ah!”.

-Federico Quagliuolo

Per approfondire:
Esgrima de Cuchillo Tradicional, a través del mundo. | Eskrima Kombat (in spagnolo)

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