La Real Repubblica Napoletana del 1647, storia di una strana rivolta popolare

La Real Repubblica Napoletana del 1647, storia di una strana rivolta popolare

Quando si parla di Repubblica Napoletana, si pensa spesso alla rivoluzione del 1799 e alla breve avventura francese che finì nel sangue. In realtà, nel turbolento periodo del Viceregno, c’è un’altra esperienza ugualmente breve e sanguinosa, ma non meno interessante: la Repubblica Napoletana del 1647 fu infatti un pazzo esperimento di indipendenza che provarono a lanciare alcuni capipopolo napoletani guidati, come sempre, dalla Francia.

Il nome che si era dato questo strano esperimento rivoluzionario è davvero strano: “Serenissima Monarchia Repubblicana di Napoli“. Non si era mai sentito prima uno Stato monarchico e repubblicano allo stesso tempo, per giunta governato da due dittatori. Ma a Napoli spesso tutto è possibile.

SPQN

Senatus PopulusQue Neapolitanus. Dal momento della fondazione, il 22 ottobre 1647, al momento del crollo, il 5 aprile 1648, la “Serenissima Repubblica di questo Regno di Napoli” si comportava per davvero come uno Stato sovrano, battendo moneta (oggi sono rarissime e valgono una fortuna) e legiferando per tutto il Regno, anche se in realtà riusciva ad avere influenza poco oltre i confini della provincia di Napoli, tant’è vero che la città di Nola ad esempio si ribellò e si dichiarò fedele agli spagnoli.

Repubblica Napoletana del 1647 moneta
Una moneta della Repubblica Napoletana del 1647

Una città stremata

La verità è che, dopo la rivolta di Masaniello del 1647, con il popolo napoletano che si sollevò contro il viceré e la sua politica corrotta (ma lo stesso accadde in tutto il resto delle province campane, come ad esempio a Salerno con Ippolito da Pastina), il Regno di Napoli continuava ad affogare in una crisi profondissima, fra il collasso dell’economia e delle strutture sociali.

Erano infatti passati da più di cent’anni i tempi di Don Pedro di Toledo, che aveva ricostruito mezza Campania, e la politica vicereale dimostrò di avere ben poco a cuore gli interessi del Regno: proprio di questo periodo sono le tantissime speculazioni edilizie o le concessioni fatte alla Chiesa, che occupò l’intera regione con monasteri ed edifici di culto costruiti in ogni dove.

Insomma, il popolo, sempre più affamato ed esasperato, trovava espressione nella violenza, come ben racconterà lo sfortunato Eletto Storace o come troveremo nelle forti intolleranze verso le altre province di Napoli. Le rivolte erano quasi all’ordine del giorno, come racconterà spesso Carlo Celano e tutti i contemporanei.

Rivolta di Masaniello Piazza Mercato
La rivolta di Masaniello a Piazza Mercato

Nobili e plebei al potere

In questo caos si mossero nello stesso verso due persone dal carisma straordinario: Enrico II di Lorena, duca di Guisa, e Gennaro Annese, l’armaiolo che diventò uno dei capi della rivolta più vicini a Masaniello. Fu proprio del napoletano l’idea di far contattare il condottiero francese, che nel 1647 era in visita a Roma, per stuzzicarlo: gli fu offerta la possibilità di riportare Napoli fra i territori d’oltralpe duecento anni dopo l’ultimo re angioino.

Ci troviamo infatti nel pieno della Guerra dei Trent’Anni e il mondo era diviso in due schieramenti: Francesi e Spagnoli. Napoli voleva cercare disperatamente di uscire dal controllo dei viceré spagnoli e sperava che, buttandosi nelle braccia dei francesi, almeno avrebbe avuto qualche libertà in più.

Franza o Spagna, purché se magna

I due personaggi erano completamente diversi: il duca di Guisa era un bell’uomo, alto e con i capelli biondi. Aveva gusti eleganti, un carattere cinico, cortese e dall’ambizione sfrenata. Era un cospiratore in rovina, dato che in patria diventò famoso per partecipato ad un complotto fallito per eliminare l’onnipotente Cardinale Richelieu;
Annese era invece abbastanza basso, dai modi sbrigativi e semplici, soffriva di balbuzie, era caratterizzato da occhi scavati e grandi orecchie e, soprattutto, girava sempre armato con tre pistole e un archibugio.
Questi due personaggi così diversi fra loro si incontrarono il 14 novembre del 1647 nel Castello del Carmine, la fortificazione che sorgeva proprio davanti alla bottega del Generalissimo della Real Repubblica Napoletana. Si dice che la riunione durò addirittura 24 ore, fra il napoletano che parlava un italiano stentato e non sapeva né leggere né scrivere e il nobiluomo francese, che doveva affidarsi a un traduttore per riuscire a trovare un colloquio.

Il linguaggio del potere, però, lo capiscono bene tutti. E alla fine i due uscirono mano nella mano, quasi come due sposi dopo un matrimonio. Il loro viaggio di nozze fu fatto pochi giorni dopo, quando Annese e Enrico II fecero una passeggiata a cavallo per tutte le strade di Napoli.

Enrico II duca di Guisa ritratto Repubblica Napoletana
Enrico II duca di Guisa

Il duca di Guisa ha la sposa in Francia, la moglie in Fiandra, la puttana a Roma e lascerà la pelle a Napoli

un detto popolare napoletano

Si sancì così un governo stranissimo della Real Repubblica Napoletana: era infatti uno Stato sottomesso al Re di Francia, ma repubblicano con due dittatori: per gli affari di guerra c’era il duca francese, mentre per l‘amministrazione dello Stato se ne occupava il buon generalissimo Gennaro Annese.

L’unico problema è che questo Stato, che pretendeva di amministrare tutto il Regno di Napoli, era in realtà confinato dentro la città e poco oltre la provincia. Ma la Real Repubblica Napoletana del 1647 riuscirà a resistere per altri 6 mesi.

Gennaro Annese Repubblica Napoletana 1647
Gennaro Annese, il generalissimo della Repubblica Napoletana del 1647

Le ambizioni di Enrico II, l’ingenuità di Annese

Spesso, commentando le decisioni degli statisti, ci sono persone che dicono: “potevo farlo meglio io!“. Ebbene, il coraggioso, ma modesto di cultura, Gennaro Annese capì sulla sua pelle quanto fosse difficile gestire uno Stato e affrontare gli intrighi della politica.

Piano piano il cinico ed ambizioso Enrico II cominciò a sottrarre poteri al “Generalissimo” Annese, fino a diventare di fatto il “re della Repubblica Napoletana”. L’altro invece diventerà castellano del Castello del Carmine.

Annese, sempliciotto ma vendicativo, capì di essere stato fatto fuori dai francesi, che non si degnarono nemmeno di inviare da Parigi le truppe per rinforzare il fragile potere napoletano. Provò prima a far uccidere il duca di Guisa, ma non ci riuscì.
Decise allora di trattare personalmente con gli Spagnoli per agevolare il loro ritorno e far le scarpe ad Enrico II: in questo caso le trattative andarono in porto e, ben contento fece entrare in città Don Giovanni d’Austria e il conte Inigo Velez de Guevara.
Sfilò assieme agli spagnoli credendo di aver riportato giustizia in città.

Inigo Velez de Guevara
Inigo Velez de Guevara, il conte di Ognatte che restaurò il potere asburgico a Napoli

Un duca testardo

La verità è che gli Asburgo di Spagna a Napoli non li voleva più nessuno, ma il popolo era stremato dalle continue guerre, vessazioni e trasformazioni politiche inconcludenti: Madrid era molto più armata e intenzionata a riprendersi Napoli che Parigi nel volerla conquistare.
E alla fine la Repubblica Napoletana del 1647 finì scoppiando come una bolla di sapone.

Annese, che pensava di aver fatto grandi cose trattando con gli Spagnoli, capì di essere stato solo usato come una pedina quando, all’indomani del ritorno del Vicerè, un sergente maggiore lo arrestò e lo condusse al tribunale della Vicaria dove fu processato e condannato a morte per decapitazione. Prima di morire volle comunque mandare un omaggio al Re di Spagna.

Il duca di Guisa invece provò a scappare il più lontano possibile, ma fu arrestato.
Riprovò altre due volte a riprendersi Napoli: la prima nel 1652, subito dopo il rilascio dalla prigione (dove in realtà visse per tre anni con cuochi, servitori e ogni onore), ma le truppe del Conte d’Ognatte non lo fecero nemmeno entrare in città, la seconda nel 1654 in cui riuscì a governare la città solo per un paio di mesi e poi fu scacciato di nuovo dagli spagnoli. Alla fine capì che i colpi di Stato non facevano per lui e decise di passare il resto dei suoi giorni come ciambellano di Luigi XIV.

Sembrava finita l’epopea politica di Napoli, ma le disgrazie peggiori erano alle porte: la peste del 1656, sterminò quasi tutta la città, già prostrata da 10 anni di fame e confusione.
Napoli avrà da soffrire ancora per un altro secolo prima di riconquistare la sua agognata indipendenza, che arriverà da Parma e avrà, paradossalmente, il nome di un regnante spagnolo.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Aurelio Musi, La rivolta di Masaniello nella scena politica barocca, Guida, Napoli, 2002
Innocenzo Fuidoro, Successi historici raccolti dalla sollevatione di Napoli dell’anno 1647.
Antonio Paduano, Ragguaglio del tumulto di Napoli, Edizioni Ripostes, Giffoni Valle Piana, 2001
Giuseppe Galasso, Storia del Mezzogiorno
1 (polodigitalenapoli.it)
Guisa, Enrico II duca di in “Dizionario di Storia” (treccani.it)

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