Nel 1583 fu vietata la musica a Napoli

Nel 1583 fu vietata la musica a Napoli

Sembra follia, ma c’è una ragione seria. Nel 1583 fu vietata la musica a Napoli. L’autore di questo provvedimento legislativo fu Pedro Tellez-Giron, primo duca d’Ossuna (da non confondere con il suo omonimo, il terzo duca d’Ossuna, che fu anche viceré di Napoli).

L’origine di questa storia fu l’esasperazione dell’entourage del nobile spagnolo che non ne potevano più delle serenate notturne degli innamorati.

Vietata la musica a Napoli

Vietata la musica a Napoli

Ci aveva provato anche Don Pedro di Toledo in passato: tutti gli amministratori spagnoli cercavano disperatamente di vietare le serenate dei napoletani perché erano esasperati dalle canzonette d’amore che il popolo declamava fino a notte fonda. E probabilmente, anche per un’evoluzione dei costumi e dei tempi, anche molti napoletani ormai si ribellavano a quest’usanza antichissima che, per quanto affascinante, era davvero fastidiosa per i cittadini che cercavano solo un po’ di riposo dopo una giornata di lavoro.
La Gran Corte della Vicaria, infatti, è ricchissima di procedimenti penali per risse, accoltellamenti e violenze contro i giovani innamorati troppo rumorosi che di notte rovinavano il sonno all’intero vicinato con i loro canti d’amore.

Il provvedimento del Duca d’Ossuna, però, fu ancora più severo di quanto ci si possa aspettare e giunse a settembre del 1583, appena un anno dopo l’insediamento del viceré e presumibilmente dopo un’estate ricca di serenate.
La prammatica recitava così: dopo che il Campanile di San Lorenzo aveva rintoccato la mezzanotte (che non corrisponde all’attuale mezzanotte, ma all’ora del tramonto) era vietata in città qualsiasi forma di musica in pubblico, da soli o con un gruppo, con pene severissime che andavano dalla multa alla prigione.

Pedro tellez giron duca di ossuna
Pedro Tellez-Giron, primo duca di Ossuna

La Serenata napoletana, una tradizione antichissima

Eliminare a Napoli la serenata fu un po’ come togliere il pane al popolo. Ancora oggi, nei quartieri popolari, si assiste a dichiarazioni d’amore che sono lontane eredi delle antichissime serenate, mentre nel XVII secolo gli innamorati sotto ai balconi, con due “comparielli” che suonavano gli strumenti, erano la normalità.

D’altronde, sulla serenata Napoli ha fatto un vero e proprio genere musicale a sé stante in cui numerosissimi autori, i più famosi, si sono cimentati.
La serenata napoletana, d’altronde, compare continuamente in poesie, brani e racconti fino ai primi anni del ‘900.
Pensiamo ad Edoardo Nicolardi, nella sua famosissima “Voce ‘e notte”, che racconta proprio la serenata di un uomo con il cuore infranto, davanti a una donna promessa sposa ad un uomo che non la ama.

Roberto Murolo, uno dei maestri della musica napoletana. Il testo è di Rodolfo Falvo

Il suonatore molesto di Roberto d’Angiò

Si ha notizia di serenate d’amore sin dai tempi di Roberto d’Angiò. Addirittura, riferisce Fabio Colonna di Stigliano, che è noto un processo del XIV secolo contro un notaio troppo molesto.
Un tale Jacobello Fusco, che era un giovane notaio, si era innamorato di Giovannella de Gennaro, una bellissima ragazza già sposata. Nonostante il vincolo matrimoniale, però, il notaio innamorato si presentava ogni sera sotto la finestra della bella Giovannella, intonando ad altissima voce canzoni d’amore tanto belle da far commuovere anche un cuore di pietra.
Ma la donna, fedele al suo vincolo coniugale, decise di non aprire mai la finestra per ricambiare l’amore, anzi, scrisse addirittura una lettera al re Roberto per chiedere al re di fermare il molestatore notturno. Il monarca, dall’alto della sua saggezza, decise di far cominciare un processo dinanzi alla Gran Corte di Napoli perché, a suo avviso, la ragione si sarebbe stabilita solo alla fine di un giusto processo dinanzi ai giudici.

Alla fine la donna vinse la causa, dato che i giudici dimostrarono la sua assoluta fedeltà coniugale, e al povero Jacobello fu intimato con decreto del tribunale di star lontano dalla casa della sua amata.

serenata napoli chiaro di luna
Una serenata al chiaro di luna – Franz Ludwig catel

Un duca antipatico

In realtà il Duca d’Ossuna non amava i napoletani e i napoletani non amavano il duca. Basta pensare che, quando fu nominato viceré di Napoli, prese l’incarico malvolentieri. Era infatti uno degli uomini più potenti di Spagna ed era vicinissimo al Filippo II, l’uomo che governò l’impero spagnolo nel momento massimo della sua potenza.
Il suo intervento diplomatico fu fondamentale per realizzare l’unificazione del Portogallo con la Spagna e, proprio per questa ragione, credeva di essere il candidato numero uno per sedersi nelle stanze del palazzo reale di Lisbona. E invece Filippo II sorprese tutti e lo mandò a Napoli.

Il nuovo viceré, giunto in città con un animo poco allegro, organizzò presto un incontro con tutti i nobili dei Sedili di Napoli per conoscerli e approfondire con loro le problematiche e le esigenze di un territorio che, di fatto, non conosceva e nemmeno avrebbe voluto conoscere. I cronisti dell’epoca raccontano che i nobili napoletani furono costretti a sedersi su sgabelli di legno vecchi e traballanti, stretti e vicini fra loro, con il solo viceré che invece possedeva una poltrona ampia e comoda. Fu chiaramente uno sgarbo nei confronti del ceto dirigente della città, che ricambiò subito l’antipatia del duca implorando la sua rimozione all’imperatore Filippo che, però, aveva ben altri pensieri per la testa mentre gestiva l’impero più grande del mondo.

Il governo del viceré, per il piacere di tutti, durò solo 4 anni, nei quali Pietro de Giron si impegnò particolarmente a migliorare la viabilità in Campania, investendo risorse sulla pavimentazione delle strade principali che collegavano Napoli con le sue province.

Il divieto della musica a Napoli, invece, sparì dalle cronache e probabilmente, come accade spesso ai tanti provvedimenti severissimi ed esemplari, cadde nel dimenticatoio dopo la morte del viceré.

-Federico Quagliuolo

Riferimenti:
Gio. Antonio Summonte, Historia della Città e del Regno di Napoli, Antonio Bulifon, Napoli, 1575
Fabio Colonna di Stigliano, Napoli d’altri tempi, Ricciardi Editore, Napoli, 1913
https://archive.org/details/coleccindedocu23madruoft

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