Il Cristianesimo a Napoli si sviluppò precocemente, testimoniando il ruolo della città e della Campania come crocevia culturale e religioso, dove la fede in Gesù trovò terreno fertile in una regione ancora profondamente pagana, segnata dai culti locali e orientali. Gli apostoli Pietro e Paolo giunsero in Campania, fondando comunità cristiane e consacrando i primi vescovi, come Aspreno a Napoli, mentre alcune tradizioni avanzano anche l’ipotesi di un arrivo di Maria Maddalena a Pozzuoli, che avrebbe istruito i primi credenti. La nuova religione, universale e inclusiva, si diffuse rapidamente nonostante le persecuzioni romane e il martirio di numerosi fedeli locali.
Contemporaneamente, figure come Quadrato, Marciano e Teofilo svilupparono riflessioni teologiche e Napoli accolse gli scritti di Tertulliano e di altri apologisti africani, consolidando la propria centralità nel panorama cristiano. Con gli editti di Milano e di Tessalonica, il cristianesimo divenne religione ufficiale e la città trasformò luoghi pagani in chiese, dando particolare risalto al culto di San Gennaro, martire e patrono di Napoli, la cui venerazione rimane ancora oggi un elemento centrale della religiosità cittadina.

L’arrivo del Cristianesimo a Napoli e in Campania
Una delle prove più significative della capacità di Napoli e della Campania di fungere da crocevia e da catalizzatori dei grandi mutamenti epocali risiede nell’adozione precoce del cristianesimo, destinato a diventare la religione più diffusa al mondo, con oltre 2,2 miliardi di fedeli. La fede in Gesù di Nazareth – condannato alla crocifissione sotto il dominio romano, durante il principato di Tiberio che soggiornava a Capri nella villa di Jovis – trovò terreno fertile, sorprendentemente, proprio in una regione che vantava una forte tradizione pagana, legata ai culti della sirena Partenope e della Sibilla cumana.

Le prime testimonianze apostoliche
Le testimonianze della precoce diffusione del Cristianesimo in Campania, a pochi decenni dalla morte e resurrezione di Gesù, sono numerose. Sebbene restino discussi alcuni reperti, come la croce rinvenuta in una domus di Ercolano o l’interpretazione in chiave cristiana del palindromo “Sator” inciso nella palestra grande di Pompei, più solide risultano le attestazioni relative alla presenza degli apostoli Pietro e Paolo, approdati in Campania nel loro cammino verso Roma, dove avrebbero subito il martirio.
Del primo vescovo di Roma si tramanda un passaggio lungo la costiera sorrentina e soprattutto una permanenza a Neapolis, durante la quale avrebbe officiato la celebrazione e consacrato il primo vescovo della città, Aspreno, venerato come santo insieme alla devota Candida. Paolo di Tarso, invece, come attestano gli Atti degli Apostoli, giunse a Pozzuoli nel 61 d.C. a bordo di una nave alessandrina, fermandosi per una settimana con la comunità locale prima di proseguire lungo la via consolare che attraversava la cosiddetta “Montagna Spaccata” in direzione di Roma. Una leggenda posteriore attribuisce a Paolo la responsabilità del fenomeno del bradisismo come punizione per l’ostilità incontrata a Pozzuoli, città sotto la diretta influenza di Nerone residente a Baia. Tuttavia, fonti più attendibili riferiscono che l’apostolo riuscì a suscitare adesioni, stimolando la formazione di un nucleo cristiano sempre più saldo.

Cristianesimo a Napoli: ipotesi alternative e prime comunità
La presenza di una comunità già strutturata a Puteoli al tempo di Paolo può essere spiegata dal precedente passaggio di Pietro, ma non mancano ipotesi alternative. Una suggestione avanzata dallo studioso locale Antonio Isabettini, in linea con le tradizioni provenzali sull’arrivo di Maria Maddalena in Francia, individua infatti un suo possibile approdo a Pozzuoli intorno al 44 d.C., dopo aver lasciato Gerusalemme. Sarebbe stata la discepola del Maestro, durante una lunga sosta nell’importante porto campano, a istruire i primi gruppi di credenti.
Non era affatto scontato che, in un contesto permeato dal culto degli dèi olimpici, dalla venerazione della Sibilla e dalle divinità orientali come Baal e Atargatis, la nuova religione del Nazareno trovasse spazio. La forza del Cristianesimo risiedeva tuttavia nella sua universalità: a differenza dei misteri mitraici o di altri culti esoterici, esso si apriva senza distinzione a ogni individuo, offrendo speranza e dignità soprattutto ai poveri e agli oppressi. Proprio per questo la nuova fede si diffuse rapidamente, fino a trovare conferma nelle persecuzioni e nei martiri che, in Campania, segnarono una stagione di straordinaria testimonianza. I nomi di Patroba, Celso, Artema, Massimo, Giuliana, Sossio, Procolo, Eutiche, Acuzio, Festo, Desiderio e del vescovo di Benevento Gennaro si affiancano a quelli, meno noti ma attestati nel Martirologio Geronimiano, di Cyriacus, Cyminus, Zoticus, Crisius, Clicerius e Felicis, a testimonianza di una comunità che pagò con la vita la propria fedeltà.

Persecuzioni, apologisti e riflessioni teologiche
L’incomprensione con il potere romano era dovuta al carattere eversivo, per l’ordine imperiale, dell’annuncio cristiano: l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio minava la struttura gerarchica della società. Chi si rifiutava di sacrificare agli dèi era incarcerato, torturato o privato dei beni. Nonostante ciò, all’ombra del Vesuvio sorsero numerosi testimoni della nuova fede, non solo nella vita comunitaria ma anche nella riflessione teologica e filosofica. Tra gli apologisti legati a Neapolis si ricordano Quadrato, Marciano, Aristide, Atenagora, Taziano, Melitone e Teofilo, quest’ultimo vescovo della città. Nel III secolo, inoltre, giunsero a Napoli gli scritti degli africani Tertulliano, Minucio Felice, Arnobio e Lattanzio, segno della centralità acquisita dalla città nel panorama cristiano.

Cristianesimo a Napoli: dalla libertà di culto al culto di San Gennaro
La svolta avvenne con l’editto di Milano del 313 d.C., con il quale Costantino concesse la libertà di culto, comprendendo come le persecuzioni generassero disordini più che stabilità. Oltre alla celebre visione della croce in cielo prima della battaglia di Ponte Milvio, a influire fu probabilmente anche la consapevolezza dell’onestà e della disciplina dei cristiani, ritenuti cittadini leali all’impero. La piena affermazione della nuova religione si ebbe con l’editto di Tessalonica del 380, emanato da Teodosio, che impose il Cristianesimo come religione di Stato. Da allora, i culti pagani furono progressivamente sostituiti da chiese e monasteri, spesso edificati su templi preesistenti: a Napoli, il tempio dei Dioscuri divenne San Paolo Maggiore, quello di Cerere San Gregorio Armeno, quello di Diana Santa Maria Maggiore della Pietrasanta, quello di Antinoo San Giovanni Maggiore e quello di Apollo le chiese di Santa Restituta e Stefanìa, inglobate in seguito nel duomo angioino.
Ancor prima della cristianizzazione ufficiale, la vita della comunità trovò espressione nelle catacombe, cimiteri sotterranei ricavati nel tufo, già utilizzati in epoca pagana per la sepoltura dei defunti. Le catacombe di San Gaudioso, di San Severo e soprattutto quelle di San Gennaro divennero luoghi di culto e rifugio durante le persecuzioni. Proprio a San Gennaro furono trasferite le reliquie del vescovo di Benevento, martirizzato nel 305 d.C. durante l’ultima ondata di repressioni promossa da Diocleziano. Il giovane vescovo, recatosi a Pozzuoli per confortare il diacono Sossio incarcerato, fu catturato e condannato con i suoi compagni ad essere sbranato dalle belve nell’anfiteatro della città. Poiché gli animali si rifiutarono di attaccarli, fu deciso per la decapitazione presso la Solfatara.
Secondo la tradizione, il sangue del martire – destinato a divenire il patrono di Napoli – fu raccolto in due ampolle da una pia donna, dando origine a una delle reliquie più venerate della cristianità.

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