I Bizantini a Napoli avviarono una fase di rinascita dopo il 553, quando Narsete ricostruì le mura distrutte da Totila. La città, governata da un duca militare e un giudice civile, conobbe prosperità grazie ai mercanti orientali e a una vivace cultura bilingue greco-latina. Resistette ripetutamente agli assedi longobardi del VI secolo, mantenendo la propria autonomia pur circondata da minacce esterne. Dal 638 i duchi, formalmente sottoposti a Bisanzio, divennero i veri signori della città, stabilendosi sul colle del Monterone. Napoli intrecciò complessi rapporti commerciali persino con i Saraceni, alternando conflitti e alleanze. La rottura definitiva con l’impero avvenne nel 763, quando il duca Stefano II riconobbe l’autorità papale, pur mantenendo la piena autonomia cittadina.

# Il Ducato di Napoli: Trasformazioni Politiche e Istituzionali

## Introduzione

Il Ducato di Napoli rappresentò un'entità politica di straordinaria rilevanza nell'Italia meridionale altomedievale, caratterizzata da una complessa evoluzione istituzionale che condusse dalla concentrazione del potere civile ed ecclesiastico in Stefano II alla progressiva affermazione di dinastie ereditarie. La storia ducale fu segnata da continue tensioni con i Longobardi di Benevento, culminate nel trafugamento delle reliquie di San Gennaro (831), e da alleanze strategiche con Bizantini e Saraceni. Sul piano interno, il ducato conobbe profonde trasformazioni demografiche, economiche e urbanistiche, con una popolazione di circa trentacinquemila abitanti, un fiorente artigianato e intensi scambi commerciali con Bisanzio. L'età ducale si concluse nel 1137 con la morte di Sergio VII e la conquista normanna di Ruggero, dopo oltre tre secoli di autonomia politica e culturale che lasciarono un'impronta duratura nel tessuto urbano e sociale napoletano.

## La Concentrazione del Potere e la Svolta Monarchica

L'ascesa di Stefano II al duplice ruolo di duca e vescovo costituì un momento di cesura fondamentale nell'evoluzione istituzionale napoletana. Il ritorno da Roma con entrambe le investiture sancì la concentrazione delle prerogative civili e militari in un'unica figura, determinando una trasformazione strutturale del sistema di governo. L'ereditarietà della carica, favorita dalla presenza di discendenza diretta, comportò il passaggio da un assetto democratico a una configurazione sostanzialmente monarchica, sebbene formalmente mascherata.

La successione dinastica vide Gregorio, figlio di Stefano II, seguito dal genero Teofilatto. Durante questo periodo, il potere ducale raggiunse livelli di assolutismo tali da marginalizzare completamente l'aristocrazia e il clero dalle decisioni politiche. Il duca esercitava personalmente il controllo sulla nomina dei prelati, privilegiando membri della propria cerchia familiare, amministrava direttamente la giustizia e la fiscalità, oltre a sovrintendere all'esecuzione delle opere pubbliche. La giurisdizione si estendeva ben oltre i confini urbani, comprendendo un territorio che dalla foce del Clanio giungeva fino ad Amalfi, includendo centri di rilevanza strategica quali Cuma, Pozzuoli e Sorrento. Tale entità territoriale, configurandosi come un vero e proprio principato, dimostrò notevole capacità di resistenza anche di fronte alla pressione franca.

## La Crisi Successoria e il Ritorno Democratico

Nel 801, la morte di Teofilatto, privo di eredi diretti, interruppe la continuità dinastica. L'elezione di Antimo da parte dei cittadini napoletani segnò il temporaneo ripristino di meccanismi partecipativi dopo un prolungato periodo di governo autocratico. Gaeta e Amalfi colsero l'occasione per affermare la propria autonomia, pur mantenendo stretti legami commerciali con Napoli. Tuttavia, la decisione di Antimo di accordare asilo a Dauferio, protagonista di una congiura contro Grimoaldo IV, provocò una grave crisi diplomatica con Benevento, culminata nella ripresa delle ostilità longobarde. L'assedio che ne seguì fu caratterizzato da aspri combattimenti e ingenti perdite tra i difensori partenopei, che nondimeno riuscirono a preservare l'integrità delle fortificazioni urbane.

La successione di Antimo si rivelò estremamente problematica, dando luogo a prolungati conflitti intestini. La situazione richiese l'intervento del patrizio di Sicilia, che inviò Teocisto con funzioni di governatore temporaneo al fine di ristabilire l'ordine interno. Dopo la deposizione del suo successore Teodoro, e nel timore di ricadere sotto il controllo bizantino, i napoletani elessero Stefano III, nipote del vescovo, che esercitò il potere ducale dall'821 per circa un decennio.

## Le Reliquie di San Gennaro e le Tensioni con Benevento

L'ascesa di Stefano III provocò una nuova offensiva longobarda. Nonostante la tenace resistenza napoletana, le forze beneventane, guidate dal generale Sicone, riuscirono nell'831 a penetrare nel suburbio cittadino e a impossessarsi delle spoglie di san Gennaro conservate nelle catacombe di Capodimonte, ad eccezione del cranio e delle ampolle contenenti il sangue. Le reliquie vennero trasferite nella città sannita, dove rimasero fino al 1156, quando furono traslate nel santuario di Montevergine in Irpinia. Qui restarono per tre secoli, finché nel 1480, durante lavori di scavo, furono fortuitamente rinvenute sotto l'altare maggiore, identificate attraverso una lamina plumbea recante l'iscrizione onomastica. Il 13 gennaio 1492, dopo complesse negoziazioni con la comunità monastica, le reliquie furono restituite a Napoli e ricomposte con il capo e le ampolle nel succorpo della cattedrale.

Nell'831, non soddisfatti del trafugamento delle reliquie e determinati a vendicare il mancato assoggettamento della città, i Beneventani orchestrarono l'assassinio di Stefano III nel sagrato della basilica Stefania. Favorirono quindi l'elezione di Bono, uno dei congiurati, che mantenne il potere per circa due anni. La sua figura era particolarmente invisa alla popolazione napoletana, consapevole della sua natura di collaborazionista. Analoga ostilità incontrò il figlio Leone, deposto dopo sei mesi dal suocero Andrea, in un clima di generale malcontento dovuto al senso di tradimento e umiliazione diffuso nella cittadinanza, aggravato dall'incarcerazione del vescovo Tiberio per motivazioni politiche.

## L'Epoca di Sergio I e la Battaglia di Ostia

Dopo ulteriori vicissitudini, inclusa la resistenza a un nuovo tentativo di conquista da parte del longobardo Sicardo, i napoletani riuscirono a eleggere Sergio I, esponente dell'aristocrazia che si dimostrò degno della fiducia popolare. Egli si distinse per valore e magnanimità, alienando parte del patrimonio personale per sostenere i ceti più disagiati. Durante il suo governo si verificò uno degli episodi più gloriosi della storia napoletana. In seguito a un'incursione saracena che devastò quasi completamente Miseno, i napoletani parteciparono attivamente alla difesa di Roma, contribuendo alla vittoria nella battaglia di Ostia dell'849. Sotto la guida del valoroso generale Cesario Console, conseguirono un successo che rimase impresso nella memoria storica come la più significativa vittoria cristiana sui musulmani prima di Lepanto (1571).

Dopo il breve interregno di Gregorio III, Sergio II assunse la carica ducale. Le aspettative nei suoi confronti erano considerevoli, anche in virtù dell'omonimia con l'illustre predecessore. Tuttavia, Sergio II disattese completamente tali aspettative, entrando in conflitto con il vescovo Atanasio e destabilizzando l'equilibrio politico cittadino. Il prelato fu imprigionato e successivamente liberato grazie all'intervento dello zio, il potente Ludovico II. La collera indusse Sergio II a saccheggiare il tesoro ecclesiastico napoletano e a perseguitare sistematicamente il clero. Solo l'alleanza con i Saraceni e il confronto con l'impero carolingio determinarono, dopo un periodo considerevole, la sua caduta.

## Atanasio II e le Alleanze Strategiche

Atanasio II fu successivamente eletto sia alla dignità vescovile che a quella ducale. Egli tentò di ristabilire l'ordine precedente, ma dovette confrontarsi con le interferenze papali, giungendo fino alla minaccia di scomunica. Alla morte del pontefice Giovanni VIII, Atanasio poté liberamente rinnovare l'alleanza con i Saraceni, nella prospettiva di mantenere rapporti pacifici e di assicurarsi una valida protezione contro potenziali aggressioni di altre potenze.

Numerosi altri eventi caratterizzarono la vita politica napoletana fino all'elezione di Sergio IV, le cui incertezze determinarono la fatale alleanza con Rainulfo Drengot, condottiero normanno animato da ambizioni espansionistiche. Da quel momento il ducato intraprese un processo di progressivo declino, conclusosi nel 1137 con la morte dell'ultimo duca Sergio VII nella battaglia di Rignano Garganico, evento che spianò la via alla conquista normanna da parte di Ruggero.

## Trasformazioni Socio-Demografiche

L'età ducale rappresentò per Napoli un periodo di profonde trasformazioni, particolarmente sul piano demografico. Rispetto all'epoca romana, soprattutto in conseguenza delle guerre barbariche, la popolazione subì una drastica contrazione, attestandosi intorno alle trentacinquemila unità, con un'ulteriore flessione durante la fase di decadenza del ducato. Il ceto privilegiato era rappresentato dall'aristocrazia militare e fondiaria; i proprietari terrieri costituivano il principale sostegno dei duchi, pronti anche all'arruolamento in caso di conflitto. Essi godevano di numerosi privilegi ed erano frequentemente coinvolti direttamente nella riscossione fiscale. Ruoli di rilievo erano rivestiti dalle magistrature e dalle tesorerie pubbliche. Il clero rappresentava l'altra componente sociale rilevante, sebbene il suo contributo alla vita pubblica fosse limitato alla gestione di monasteri e strutture religiose, inclusi i terreni annessi. In quel periodo la proprietà fondiaria rivestiva un'importanza cruciale. Per questa ragione le aree coltivate nel suburbio urbano raddoppiarono, interessando le campagne precedentemente poco sfruttate di Antignano, del Vomero e di Posillipo, dove furono introdotte coltivazioni di agrumi di provenienza saracena.

## Economia e Urbanistica

L'artigianato costituiva una delle eccellenze della Napoli ducale – in particolare la concia delle pelli, la carpenteria e la lavorazione del lino – grazie alle numerose botteghe concentrate sul Monterone, in prossimità del palazzo pretorio. Altro settore di fondamentale importanza era quello commerciale, non solo con i navigatori corsari, ma soprattutto con la madrepatria bizantina. Le vie napoletane erano attraversate da merci pregiate: tessuti e tappeti, metalli preziosi e gemme. Per queste ragioni il porto fu potenziato e articolato in due settori: il vulpulum, localizzato nell'area dell'attuale piazza Municipio, e il de arcina, ovvero l'arsenale, situato presso l'attuale varco Immacolatella, dove si trovava anche il cantiere navale.

Per quanto concerne le trasformazioni urbanistiche, fu preservata la struttura viaria a impianto ortogonale di origine greca. In questo periodo si registrò tuttavia un innalzamento del piano stradale, lungo il quale nobili, mercanti e proprietari fondiari edificarono le loro residenze signorili. Frequentemente i monumenti di epoca greco-romana furono demoliti e i loro materiali reimpiegati per nuove costruzioni. Emblematico è il caso del campanile della Pietrasanta, il più antico della città, che incorpora elementi architettonici del dismesso tempio di Diana. Santa Restituta e la Stefania rimasero il fulcro della religiosità partenopea, sede del potere episcopale, dove si celebravano liturgie tanto in greco quanto in latino.

Numerose altre chiese furono edificate in quei secoli, delle quali purtroppo non rimangono che scarsi resti, essendo state demolite o ricostruite dal Rinascimento in poi. Un esempio significativo è tuttavia rappresentato dalla cripta di Sant'Aspreno, quasi dimenticata all'interno del palazzo della Borsa in piazza Bovio. Si tratta di un ambiente di suggestione particolare, dove ancora si conservano strutture di epoca ducale. San Giorgio Maggiore, i Santissimi Apostoli e San Giovanni Maggiore costituiscono altri complessi in cui è possibile apprezzare l'equilibrata architettura del periodo.

Le restanti strutture religiose erano prevalentemente monasteri fondati dai monaci basiliani. Oltre a quello di Megaride, il più rilevante fu San Sebastiano, situato su un'altura in prossimità delle mura, dove gli amanuensi preservarono la cultura classica attraverso la traduzione di testi fondamentali dal greco al latino.
I Bizantini a Napoli: un periodo di rinascita economica – Fonte: Immagine creata da IA (Gemini)

Bizantini a Napoli: la rinascita dopo le devastazioni gotiche 

Un primo segnale di rinascita per Neapolis si registra a partire dal 553, quando il generale Narsete provvide a ricostruire le mura cittadine distrutte da Totila. Tale intervento segnò l’inizio di una fase di recupero dopo anni di sanguinose devastazioni: la città poté beneficiare dell’arrivo di numerosi mercanti provenienti dall’Oriente bizantino, i quali contribuirono alla ripresa delle attività economiche e commerciali. Si ristabilì un clima di vivacità culturale, caratterizzato dalla coesistenza delle due lingue, greco e latino, e da un Cristianesimo che si esprimeva attraverso riti e tradizioni differenti. Anche l’edilizia conobbe una significativa espansione, soprattutto verso l’area sud-occidentale. Sul piano istituzionale, il governo locale fu affidato a due figure: un giudice, subordinato al prefetto d’Italia, e un duca con competenze militari che dipendeva dall’esarca di Ravenna, massima autorità bizantina nella penisola. 

Bisanzio in un’antica mappa di Cristoforo Buondelmonti stampata nel 1475 – Fonte: Pubblico dominio

Il ruolo della Chiesa e le minacce longobarde 

Con il progressivo rafforzarsi del potere temporale della Chiesa, la funzione giudiziaria perse importanza fino a scomparire, e le prerogative civili passarono al vescovo. Questi assunse un ruolo ben più ampio rispetto a quello dei tempi delle catacombe, diventando non solo guida spirituale, ma anche garante dell’ordine politico. Decisivo fu il sostegno papale nella difesa della città durante gli attacchi longobardi. Nel 592, infatti, un’alleanza tra Ariulfo, duca di Spoleto, e Arechi, duca di Benevento, portò all’assedio di Napoli. Il Pontefice sollecitò l’intervento dell’esarca di Ravenna tramite il vescovo locale, ma quest’ultimo inviò soltanto un tribuno, Costanzo, incaricato di organizzare le truppe già presenti. Nonostante la disparità di forze, i Longobardi non riuscirono a violare le robuste mura cittadine, limitandosi a conquistare Capua e i territori lungo i fiumi Volturno e Garigliano. 

I tentativi di conquista e la costante minaccia 

Un ulteriore tentativo di espugnare Napoli ebbe luogo nel 599, quando dal ducato di Benevento mosse un nuovo assalto, nonostante l’armistizio stipulato tra il re Agiulfo e l’esarca Callinico fosse ancora valido. Anche in quell’occasione la città resistette, grazie al valore del maestro dei militi Maurenzio, che si distinse nella difesa. La minaccia longobarda, tuttavia, rimase costante e avrebbe continuato a gravare sul futuro di Partenope. 

L’affermazione del potere ducale con i Bizantini a Napoli 

A partire dal 638, il potere dei vescovi andò progressivamente riducendosi, mentre quello dei duchi si consolidò. Questi ultimi, pur formalmente sottoposti a Bisanzio, divennero i veri signori della città, che si trovava a essere prospera e di fatto autonoma. Il loro prestigio aumentò ulteriormente dopo il fallimento della ribellione guidata da Giovanni Consino contro l’imperatore d’Oriente: catturato e giustiziato, egli lasciò campo libero alla riorganizzazione voluta da Costante II, il quale, giunto a Taranto con un esercito, nominò duca il napoletano Basilio. Da allora i successori – Teofilatto, Cosma, Andrea, Stefano I, Bonello, Teodosio, Cesario – designati direttamente da Costantinopoli, abitarono in sontuosi palazzi sul colle del Monterone, dove oggi sorgono la chiesa dei Santi Severino e Sossio e il complesso di San Marcellino. Tali duchi, dotati di autorità sia civile sia militare, erano subordinati allo stratego di Sicilia, principale rappresentante del potere bizantino nell’Italia meridionale. 

Pianta prospettica di Bisanzio del 1784 – Fonte: Pubblico dominio

Autonomia e relazioni internazionali 

La lunga durata del ducato napoletano rappresenta un caso singolare nella storia altomedievale: circondata dai Longobardi di Benevento e di Salerno e continuamente minacciata da incursioni saracene, Napoli riuscì nondimeno a mantenere la propria autonomia. La sua forza risiedeva nella capacità di difendersi da ingerenze esterne senza rinunciare al commercio, persino con quei medesimi Saraceni che spesso la assalivano. A seconda delle circostanze, infatti, si alternavano scontri e alleanze: alcuni duchi, per tali rapporti ambigui, furono persino scomunicati da Roma. I mercanti arabi trattavano soprattutto il lino, ma si rifornivano anche di schiavi, offrendo in cambio spezie, stoffe e metalli preziosi. La loro presenza divenne stabile in un’area esterna alle mura cittadine, detta “campo del Moricino” – corrispondente all’attuale piazza Mercato – che per secoli rimase legata alla memoria della loro permanenza. 

Piazza Mercato – Fonte: https://storienapoli.it/2020/08/27/piazza-mercato-storia-napoli/


Superata temporaneamente la minaccia saracena, Napoli dovette fronteggiare le tensioni tra Impero e Papato. Nel 726 l’imperatore Leone III Isaurico impose la proibizione del culto delle immagini sacre, avviando la stagione dell’iconoclastia. Tale decisione generò malcontento in varie aree della penisola, in particolare nel Mezzogiorno. In un primo momento la città, saldamente legata a Bisanzio e sensibile al culto delle icone, obbedì agli ordini imperiali. Tuttavia, nel 763, il duca Stefano II compì una scelta di rottura: riconobbe l’autorità papale e assunse egli stesso la carica episcopale. Questo atto, pur segnando un deciso distacco dall’impero, non determinò traumi evidenti; al contrario, contribuì a rafforzare la posizione della città, che da allora si rese pienamente autonoma, mantenendo con Bisanzio soltanto un legame formale e residuale. 

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