Consalvo da Cordova entrò trionfalmente a Napoli nel 1503, inaugurando un’epoca di dominazione spagnola destinata a durare oltre due secoli e a trasformare radicalmente il destino della città partenopea. Il celebre condottiero, reduce dalle vittorie di Seminara e Cerignola, divenne il primo viceré di una lunga serie incaricata di governare il regno in nome della monarchia iberica. La sua abilità militare non trovò però corrispondenza nelle capacità amministrative: le pesanti imposizioni fiscali e la pretesa di onerosi donativi alimentarono rapidamente il malcontento popolare. Dopo di lui si succedettero viceré che dovettero fronteggiare carestie, tumulti e persino l’assedio francese del 1528, respinto grazie a una provvidenziale epidemia che decimò le truppe del conte di Lautrec. Con la pace di Cambrai, la supremazia asburgica sul Mezzogiorno venne definitivamente sancita.

L’ingresso trionfale di Consalvo da Cordova
Quando Consalvo da Cordova fece il suo ingresso trionfale a Napoli, reduce dalle vittorie di Seminara e di Cerignola, difficilmente avrebbe potuto immaginare di inaugurare un’epoca destinata a protrarsi, all’ombra del Vesuvio, per oltre due secoli. Con l’instaurarsi della dominazione spagnola, all’alba di quello che per la storiografia iberica rappresenta ancora oggi l’inizio del siglo de oro, Napoli cessò di essere capitale autonoma e divenne una delle province più importanti dell’impero, affidata all’amministrazione di viceré inviati dalla madrepatria. Questo lungo periodo, complesso e travagliato, fu caratterizzato da rivolte popolari, epidemie, catastrofi naturali ed esecuzioni pubbliche, ma al tempo stesso contribuì a plasmare in maniera profonda l’immaginario collettivo della città e la sua memoria storica.
Il governo difficile di Consalvo da Cordova
Consalvo da Cordova, raffigurato in un’incisione tratta dai Ritratti di cento capitani illustri con li lor fatti in guerra di Aliprando Caprioli (1596-1600), fu il primo di una serie di rappresentanti iberici incaricati di governare il Regno di Napoli in nome della monarchia spagnola. Il compito si rivelò arduo sin dall’inizio, a causa dell’instabilità politica e sociale lasciata in eredità dalle precedenti dominazioni. Eppure, i primi tempi sembrarono favorevoli: l’eroe di tante battaglie fu accolto dalla popolazione con un entusiasmo quasi regale. La sua abilità strategica in campo militare non trovò tuttavia corrispondenza nell’arte del governo.

Consalvo si rivelò infatti più conquistatore che amministratore, pretendendo subito dai napoletani un oneroso donativo di trecentomila ducati, il che alimentò malcontento e risentimento. Nondimeno, la sua azione si distinse per il contenimento delle antiche prepotenze baronali e per l’avvio della ricostruzione di numerosi castelli distrutti durante le guerre precedenti. La sua parabola politica si concluse quando fu accusato di trarre profitto dal riassetto dell’annona: le proteste ebbero tale risonanza da indurre Ferdinando il Cattolico a recarsi personalmente a Napoli nel novembre del 1506. Il sovrano, rimasto vedovo di Isabella di Castiglia e sposatosi con Germana de Foix, concesse ai sudditi una serie di capitoli e privilegi ai rappresentanti del popolo. Rientrato in patria, egli richiamò Consalvo, assegnandogli nuovi incarichi e onorificenze.
Giovanna d’Aragona e le prime tensioni
A sorpresa, Ferdinando affidò quindi il governo a Giovanna d’Aragona, vedova di Ferrante I e già regina fino al 1494. Ella nutriva l’illusione di poter restaurare la dinastia aragonese, ma il progetto risultò effimero: ben presto il sovrano provvide a sostituirla con il conte di Ripacorsa, viceré che restò in carica due anni, il tempo sufficiente per imporre un ulteriore donativo. Tale imposizione, sommata a una grave carestia, sfociò in tumulti popolari. Seguì il mandato di Alberto Ramón de Cardona, che resse fino alla morte, nel 1522. Nel frattempo era scomparso anche Ferdinando il Cattolico e il trono imperiale era passato a Carlo V d’Asburgo. In conseguenza dell’avvento del nuovo sovrano, i Napoletani furono costretti a versare un nuovo contributo straordinario di trecentomila ducati, ma le loro speranze di un’amministrazione più equa non si spensero, benché il disordine fosse diffuso, in particolare nell’ambito giudiziario.
Le riforme di Carlo di Lannoy
Il successivo viceré, Carlo di Lannoy, tentò di ristabilire l’ordine nelle strutture amministrative e di reprimere la criminalità dilagante, ricorrendo spesso alla forza. La sua morte ad Aversa, nel 1527, aprì la strada a Ugo de Moncada, che si trovò di fronte a un’erario ormai prosciugato.
L’assedio francese e la vittoria asburgica
In tale frangente la città dovette affrontare l’assalto francese: il generale Odet de Foix, conte di Lautrec, pose l’assedio a Napoli nell’aprile del 1528. A sostegno del Moncada intervenne il principe Filiberto d’Orange, che, alla morte del viceré, assunse la piena responsabilità del governo. L’assedio si protrasse per mesi, ma una devastante pestilenza, scatenata dalle esalazioni delle aree paludose circostanti, decimò l’esercito francese, provocando la morte dello stesso Lautrec. L’improvvisa epidemia si rivelò decisiva: Carlo V poté vantare la vittoria e la Francia, sconfitta, fu costretta a riconoscere con la pace di Cambrai la definitiva supremazia asburgica su Napoli e sull’intero Mezzogiorno italiano.
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