La rivolta di Masaniello esplose il 7 luglio 1647 in piazza Mercato, scatenata dall’ennesima imposizione fiscale sulla frutta che il duca d’Arcos aveva deciso di imporre a una popolazione già stremata da carestie, epidemie e calamità naturali. Il giovane pescatore Tommaso Aniello, sostenuto dal giurista Giulio Genoino, guidò la plebe napoletana in una sollevazione che mise in ginocchio il potere vicereale, costringendo il duca ad abolire le gabelle più odiose. Il XVII secolo napoletano era stato segnato da una serie ininterrotta di crisi e malgoverno: viceré corrotti e disinteressati alle sofferenze popolari si erano succeduti imponendo tasse sempre più gravose per finanziare le guerre spagnole. La drammatica parabola di Masaniello, dal trionfo all’assassinio nel convento del Carmine appena nove giorni dopo, divenne il simbolo di un conflitto irrisolto tra le aspirazioni di giustizia sociale e l’oppressione del dominio spagnolo.

Un nuovo secolo di crisi e tensioni
La morte del secondo conte di Lemos, avvenuta il 19 ottobre 1601, parve segnare simbolicamente la conclusione di un secolo travagliato, caratterizzato da epidemie, catastrofi naturali e carestie. Tuttavia, il XVII secolo non si aprì sotto auspici migliori: le tensioni sociali, giunte ormai a un livello insostenibile, si intrecciarono a nuove calamità che misero a dura prova la città di Napoli.
I viceré tra imposte e corruzione
Il nuovo secolo ebbe inizio con il governo del conte di Benavente, Juan Alfonso Pimentel de Herrera, che resse il vicereame per sette anni. Il suo operato fu contraddistinto da un marcato disinteresse per le difficoltà della popolazione, gravata da povertà e soprusi. La carestia tornò a flagellare il regno, e il viceré, incapace di offrire soluzioni concrete, reagì con severità unicamente contro il mercato nero. Parallelamente, introdusse nuove imposte su generi di prima necessità – sale, vino, olio e farina – provocando diffuse proteste. A Madrid, sotto il regno di Filippo III, giunsero notizie della dilagante corruzione che pervadeva gli uffici finanziari napoletani: un’inchiesta portò all’esecuzione di alcuni funzionari minori, mentre i vertici dell’amministrazione restarono impuniti. L’unico elemento di rilievo positivo del suo governo fu l’abbellimento della città con nuove fontane, tra cui quella di Santa Lucia, sebbene le spese ricadessero interamente sul popolo e non sul governatore.
Rinascita culturale e nuove crisi
La situazione mutò con l’avvento di Pedro Fernandez de Castro, secondo conte di Lemos, uomo di cultura e grande mecenate, che ebbe come segretario personale Lope de Vega. Durante il suo vicereame (1608-1616), pur segnato da un eccessivo fasto di corte, furono introdotte riforme amministrative ed economiche di ampio respiro. Egli promosse soprattutto la rinascita culturale della città: riformò l’antico Studio napoletano e patrocinò la fondazione, nel 1611, dell’Accademia degli Oziosi, destinata ad affiancare quella dei Lincei. Questo fermento culturale, preludio a nuove istituzioni come l’Accademia degli Investiganti, favorì per alcuni anni un clima di dialogo e stabilità sociale, generando figure di rilievo come Giambattista della Porta, Ferrante Imperato e, più tardi, Giambattista Vico.

A lui succedette Pedro Téllez-Girón, duca di Ossuna, giovane ambizioso di temperamento militare. Il suo governo, se da un lato ebbe il merito di contrastare efficacemente le incursioni saracene sulle coste, dall’altro si distinse per il suo carattere autoritario e per le feste sfarzose che alienarono tanto la nobiltà quanto il popolo, stremato dalla fame. Dopo ripetute accuse, fu sostituito dal cardinale Gaspar de Borja y Velasco, accolto con favore dai napoletani; ma per le manovre dell’Ossuna fu presto rimpiazzato dal cardinale Antonio Zapata y Cisneros, la cui durezza generò nuovi contrasti, aggravati da due carestie nel 1621 e 1622.
Calamità naturali e dissesto finanziario: l’anticamera della rivolta di Masaniello
Un’inversione di tendenza si registrò con l’arrivo del duca d’Alba, Antonio Álvarez de Toledo y Beaumont, inviato da Filippo IV. Egli si rivelò amministratore capace, lasciando tra le sue opere urbanistiche la monumentale Porta che ancora oggi porta il suo nome presso l’attuale piazza Dante. Nel 1629 fu rimpiazzato dal duca di Alcalá, Fernando Afán de Ribera, il quale, nonostante iniziali diffidenze, si dimostrò un governante attento e provvido, riformando l’annona.
Tuttavia, gli intrighi politici, costante della vita vicereale napoletana, ne determinarono la destituzione nel 1631.
Gli subentrò Manuel de Acevedo y Zúñiga, la cui cattiva fama fu aggravata dall’eruzione del Vesuvio del 16 dicembre 1631 e dalle violente scosse sismiche che misero la città in ginocchio. Il viceré non fornì alcun sostegno concreto alla popolazione, alimentando malcontento e desiderio di rivolta. Il suo posto fu preso dal duca di Medina de las Torres, Ramiro Felipe Núñez de Guzmán, il quale tentò di frenare l’ormai irreversibile crisi finanziaria con un piano di riduzione fiscale nel 1640, senza però ottenere risultati.
Seguì il governo dell’ammiraglio di Castiglia, Juan Alonso Enriquez de Cabrera, legato alla casa reale spagnola, che, pur animato da buone intenzioni, si trovò costretto ad aumentare ulteriormente i tributi per finanziare la guerra dei Trent’anni. Esasperato dalle ostilità popolari, chiese di essere sollevato dall’incarico, e l’11 febbraio 1646 giunse a Napoli il duca d’Arcos, Rodrigo Ponce de León. Il suo governo fu improntato a un’unica finalità: spremere la popolazione per soddisfare le incessanti richieste finanziarie della Spagna. Ebbe persino l’ardire di imporre un contributo straordinario di un milione di ducati, con nuove imposte, tra cui una gabella sulla frutta, misura approvata dagli Eletti della nobiltà e dallo stesso Eletto del popolo. L’iniquità del provvedimento scatenò l’indignazione della plebe.
La rivolta di Masaniello e le sue conseguenze
Il 16 dicembre 1646 la notizia delle nuove gabelle si diffuse tra la popolazione. Poche settimane dopo, il 7 luglio 1647, giorno di pagamento dell’imposta sulla frutta, la situazione precipitò. In piazza Mercato, il giovane pescatore Tommaso Aniello, detto Masaniello, sostenuto dall’anziano giurista Giulio Genoino, incitò il popolo alla rivolta, proclamando la lotta contro il malgoverno nel nome del re di Spagna.
Le agitazioni si propagarono rapidamente: bande armate guidate da Masaniello assediarono il palazzo vicereale, costringendo il duca d’Arcos ad abolire la gabella. Sembrava un trionfo, ma le rivendicazioni di Genoino – che pretendeva il riconoscimento di un’antica concessione di Carlo V relativa alla parità di rappresentanza tra nobili e popolari – riaccesero i tumulti.

La plebe, inferocita, devastò le abitazioni dei funzionari e dei magistrati accusati di connivenza col potere. Solo il ritrovamento di una copia del privilegio, originariamente concesso da Ferdinando il Cattolico e confermato nel 1517, sembrò placare momentaneamente gli animi.
Nel frattempo Masaniello, proclamato capitano del popolo, divenne bersaglio di attentati e di manovre politiche. Il viceré tentò di neutralizzarlo attraverso lusinghe e promesse, inducendolo a un atteggiamento incoerente e instabile che gli alienò la fiducia del popolo. Il 16 luglio 1647 Masaniello fu assassinato nel convento del Carmine durante le celebrazioni per la Madonna Bruna: il suo corpo venne brutalmente mutilato e la sua testa mozzata.
La plebe, pentita dell’omicidio, ne ricompose i resti, dando a Masaniello sepoltura nella chiesa del Carmine. I tumulti proseguirono, ma le speranze popolari furono presto frustrate: le gabelle vennero ripristinate e la repressione fu affidata a don Giovanni d’Austria, figlio naturale del re, giunto a Napoli per sedare la ribellione. Infine, il 19 gennaio 1648, il duca d’Arcos lasciò la città, consegnando alla storia la vicenda di Masaniello, figura emblematica di un conflitto irrisolto tra giustizia sociale e potere vicereale.

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