La congiura di Macchia esplose a Napoli all’inizio del Settecento nel contesto della Guerra di successione spagnola, quando parte della nobiltà tentò di abbattere il governo vicereale e liberarsi definitivamente dal dominio spagnolo. Il principe di Macchia guidò questo moto insurrezionale sperando che l’arciduca Carlo d’Asburgo potesse restituire al regno quella sovranità perduta secoli prima, ma la rivolta fu soffocata e i congiurati pagarono con la vita. La morte di Carlo II, ultimo degli Asburgo spagnoli, aveva aperto un periodo di profonda instabilità aggravata da terremoti ed eruzioni del Vesuvio che resero ancora più complessa l’amministrazione vicereale. Nel 1707, dopo che san Gennaro si rifiutò di liquefarre il sangue davanti a Filippo V in quello che fu interpretato come presagio infausto, le truppe austriache conquistarono Napoli inaugurando un dominio che sarebbe durato ventisette anni, preludio all’arrivo dei Borbone.

Calamità naturali e instabilità politica prima della Congiura di Macchia
Nel 1694 la città di Napoli fu nuovamente colpita da gravi calamità naturali: un violento terremoto e una drammatica eruzione del Vesuvio. Questi eventi contribuirono a rendere ancor più complessa l’amministrazione del nuovo viceré, il conte di Santo Stefano Francisco de Bovavides, la cui gestione risultò subito problematica. Egli fu ben presto sostituito dal duca di Medinaceli, Francisco de la Cerda, la cui azione politica rimase segnata da incertezze e contraddizioni. Proprio durante il suo mandato sopraggiunse un fatto decisivo per le sorti del regno: la morte improvvisa del re di Spagna, Carlo II, ultimo degli Asburgo spagnoli.
La congiura di Macchia e la Guerra di successione spagnola
Il vuoto di potere e il clima di instabilità che seguirono favorirono la nascita di un movimento insurrezionale a Napoli, noto come “congiura di Macchia”, dal nome del suo promotore, il principe di Macchia. Si trattò di un vero tentativo rivoluzionario, in cui alcuni settori della nobiltà cercarono di abbattere il governo vicereale e di liberarsi definitivamente dal dominio spagnolo. Tale progetto si inseriva nel più ampio contesto europeo della Guerra di successione spagnola, che opponeva il nuovo re Filippo V, nipote di Luigi XIV di Francia e primo sovrano della dinastia borbonica in Spagna, all’imperatore Leopoldo I d’Asburgo.
I congiurati speravano che l’arciduca Carlo d’Asburgo, figlio di Leopoldo, potesse ascendere al trono di Napoli, restituendo così al regno quella sovranità che aveva perduto secoli prima. L’Austria decise effettivamente di aprire un fronte in Italia, ma le sue fortune iniziali non bastarono: il moto insurrezionale, ordinato a Palazzo Marigliano, fu soffocato e i principali protagonisti della congiura pagarono con la vita.

La visita di Filippo V e il presagio di San Gennaro
Eppure la parabola politica non era conclusa. Una volta ristabilita la propria autorità, Filippo V volle visitare Napoli, accompagnato dal nuovo viceré, il marchese di Villena Juan Manuel Fernández Pacheco. Fu in quell’occasione che, secondo la tradizione, san Gennaro si sarebbe rifiutato di compiere il prodigio della liquefazione del sangue, evento interpretato dai napoletani come un presagio infausto. Poco dopo, la guerra riprese con vigore e l’Austria, questa volta, ebbe la meglio. Le truppe asburgiche avanzarono fino alle porte della capitale, mentre Filippo V, consapevole di non godere né dell’appoggio popolare né del sostegno della nobiltà — apertamente simpatizzante per gli Asburgo — fu costretto ad abbandonare il regno.
L’instaurazione del dominio austriaco
A partire dal luglio 1707 Napoli passò dunque sotto il controllo austriaco, che si protrasse per ventisette anni. Per molti si trattò di una svolta significativa, un momento di respiro dopo due secoli di dominazione spagnola. In realtà, la gestione politica non si discostò molto dalla precedente: il governo rimase affidato a viceré, spesso di origine italiana, come Giorgio Adamo von Martinitz e Vincenzo Grimani. Le difficoltà da affrontare erano numerose: dalla crisi economica, aggravata dal ricordo recente della peste, ai vincoli edilizi derivanti dalle prammatiche che, per quasi due secoli, avevano impedito l’espansione urbanistica oltre la cinta muraria cinquecentesca. Invece di avviare riforme strutturali, l’amministrazione asburgica ricorse ai consueti strumenti fiscali: tasse e donativi.
Tensioni religiose e preludio all’età borbonica
A complicare ulteriormente la situazione vi furono i rapporti con gli ordini religiosi, rimasti in larga parte legati alla Spagna. L’adozione di una politica anticuriale, che limitò la costruzione di nuove chiese e conventi già presenti in numero eccessivo, acuì le tensioni sociali. Anche la nobiltà e il clero furono duramente colpiti dalla pressione fiscale, generando delusione e disincanto verso i nuovi governatori. Tuttavia, nonostante queste difficoltà, il regno si avviava verso una nuova fase della sua storia: pochi anni più tardi, l’ascesa di Carlo di Borbone avrebbe aperto per Napoli una stagione di trasformazioni profonde e durature.
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