La Repubblica Napoletana del 1799 rappresentò un esperimento rivoluzionario di breve durata ma di grande significato storico, nato sulle ceneri della fuga dei sovrani borbonici a Palermo. Proclamata il 23 gennaio dopo l’ingresso delle truppe francesi del generale Championnet, questa repubblica giacobina fu sostenuta da un’élite illuminata di intellettuali, aristocratici e borghesi che introdussero riforme radicali come l’abolizione dei diritti feudali e delle decime ecclesiastiche. Figure eminenti come Eleonora Pimentel Fonseca, Mario Pagano, Domenico Cirillo e Gennaro Serra guidarono un governo provvisorio che però non riuscì a conquistare il sostegno popolare, percepito come distante dalle reali necessità del popolo. La controrivoluzione guidata dal cardinale Ruffo con l’Armata della Santa Fede e l’arrivo della flotta di Nelson portarono alla caduta della repubblica nel giugno 1799, seguita da una feroce repressione che vide l’esecuzione di 122 patrioti e il tragico ritorno dei Borbone.

Repubblica Napoletana
Repubblica Napoletana del 1799 – Fonte: Immagine creata da IA (Gemini)

Dalla monarchia illuminata al regime repressivo 

Impegno, iniziative e riforme non furono sufficienti a garantire stabilità al regno di Ferdinando IV, soprannominato dal popolo “re lazzarone”, e della consorte Maria Carolina d’Austria. I fermenti rivoluzionari provenienti dalla Francia, diffusi rapidamente in tutta Europa, non tardarono a raggiungere anche Napoli, capitale tra le più vivaci del continente. La reazione della corte borbonica fu immediata e di segno negativo: da monarchia che si era presentata inizialmente come moderatamente illuminata e riformatrice, essa si trasformò progressivamente in un regime fortemente repressivo e poliziesco. Il timore costante della diffusione di idee giacobine e filo-francesi nel regno irrigidì drasticamente i rapporti tra la corona e i sudditi, generando tensioni che si rivelarono presto esplosive. 

Maria Carolina d’Austria – Fonte: pubblico dominio

L’isolamento della coppia reale 

Un anno prima della Rivoluzione francese, nel 1788, era venuto a mancare in Spagna Carlo III, padre di Ferdinando, spentosi a settantatré anni per una febbre dalle cause mai del tutto chiarite. La morte del sovrano privò la coppia reale di Napoli di un fondamentale punto di riferimento in un momento delicatissimo, reso ancor più doloroso dalla recente perdita del figlio Gennaro, stroncato dal vaiolo. Isolati e privi di un solido appoggio dinastico, Ferdinando e Maria Carolina dovettero affrontare da soli le convulsioni politiche che attraversavano l’Europa. 

L’eco della rivoluzione francese 

Gli eventi seguiti alla presa della Bastiglia ebbero conseguenze immediate a Napoli, anche per il legame personale che univa Maria Carolina alla regina di Francia, Maria Antonietta, sua sorella, giustiziata assieme a Luigi XVI. Il trauma della decapitazione dei sovrani di Francia rese la regina di Napoli ostile a qualsiasi apertura progressista, che identificava come causa diretta della rivolta transalpina. Ella abbandonò ogni simpatia verso la massoneria, da lei in precedenza ben accolta, e si fece sostenitrice di una politica rigidamente reazionaria. Nonostante ciò, gli echi del giacobinismo si diffusero anche sotto il Vesuvio, alimentati da intellettuali e circoli culturali che guardavano con entusiasmo all’esperienza francese. Già nel 1794 una congiura di ispirazione giacobina, scoperta e repressa dalla polizia borbonica, costò la vita a tre giovani patrioti: Emanuele De Deo, Vincenzo Galiani e Vincenzo Vitaliani. Era soltanto un preludio a ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco. 

Emanuele De Deo – Fonte: pubblico dominio

Dalla fuga dei sovrani alla Repubblica Napoletana

Nel 1798 l’espansione francese raggiunse la penisola italiana, minacciando lo Stato Pontificio e imponendo a Roma la nascita di una repubblica. Per reagire, i Borbone affidarono l’esercito al generale austriaco Karl Mack e la flotta al celebre ammiraglio britannico Horatio Nelson, già trionfatore nella battaglia di Abukir. Tuttavia, il tentativo di soccorrere il Papa si rivelò disastroso: l’esercito borbonico venne travolto prima ancora di giungere in Campania e la flotta non riuscì a rimediare alla disfatta. I sovrani decisero allora di imbarcarsi per Palermo, scegliendo di fuggire a bordo della Vanguard di Nelson e non sulla nave dell’ammiraglio napoletano Francesco Caracciolo. Tale scelta, percepita dal popolo come un atto di abbandono, segnò una frattura insanabile con i sudditi. 

L’ammiraglio Francesco Caracciolo – Fonte: pubblico dominio

Il 15 gennaio 1799, lasciata senza difese, Napoli dovette arrendersi. Il vicario Girolamo Pignatelli firmò l’armistizio con il generale francese Championnet, mentre i lazzari fedeli ai Borbone tentarono invano una resistenza guidata da capipopolo come Michele Marino, detto ’o pazzo, e Peppe Paggio. Ben presto, le forze francesi ebbero la meglio e il generale entrò a Napoli proclamando libertà e pace. Sostenuti da numerosi aristocratici simpatizzanti delle idee rivoluzionarie, i Francesi promossero la nascita della Repubblica Napoletana, ufficialmente proclamata il 23 gennaio 1799. L’evento fu solennizzato con un inno alla libertà scritto da Eleonora Pimentel Fonseca e dal rinnovato prodigio di san Gennaro, presentato al cospetto di Championnet. 

L’inizio del governo repubblicano

Il nuovo governo repubblicano si costituì in forma provvisoria il 26 gennaio presso San Lorenzo Maggiore, sotto la presidenza di Carlo Laubert. Vi presero parte figure eminenti come Gennaro Serra di Cassano, Domenico Cirillo, Vincenzo Russo, Pasquale Baffi, Domenico Bisceglia e la stessa Pimentel Fonseca, che diresse il «Monitore napoletano». Seguendo un progetto di Mario Pagano, la città fu suddivisa in sei cantoni dai nomi simbolici, mentre piazze, strade e persino la reggia mutarono denominazione. Vennero aboliti i diritti feudali e le decime ecclesiastiche, ma tali misure non soddisfecero la popolazione contadina e urbana, che percepiva il governo repubblicano come emanazione di un’élite borghese distante dalle proprie necessità. La mancanza di radicamento sociale e la dipendenza dalla protezione francese decretarono l’inizio della crisi del nuovo regime. 

Statua di Domenico Cirillo a Grumo Nevano (NA) – Fonte: foto personale

La rivoluzione napoletana del 1799 si distinse nettamente da quella di Masaniello del secolo precedente: non fu un moto popolare, bensì l’esito dell’influenza di idee nuove su una ristretta élite colta e inesperta. Benedetto Croce sottolineò come i patrioti, pur animati da nobili ideali, si rivelarono incapaci di affrontare la politica concreta, mentre Vincenzo Cuoco, nel suo Saggio storico, osservò che l’eccesso di riformismo accelerò la controrivoluzione. 

La restaurazione borbonica dopo la Repubblica napoletana e la repressione  

Il malcontento verso la presenza francese crebbe quando Championnet fu sostituito dal generale MacDonald, sotto il quale i beni della corona di Napoli furono dichiarati patrimonio della Francia. In tale contesto Ferdinando IV tentò la riconquista affidandola al cardinale Fabrizio Ruffo, che al comando di un esercito eterogeneo di briganti e contadini armati, sotto il vessillo della Santa Fede, risalì il Regno di Napoli infliggendo sconfitte ai repubblicani. Il 13 giugno 1799 il forte di Vigliena cadde e poco dopo ebbe inizio l’assedio della capitale. Le difese repubblicane, concentrate nei principali castelli cittadini, furono sopraffatte, e il 14 giugno anche il forte del Carmine cadde dopo un massacro. Il 24 giugno, con l’arrivo della flotta di Nelson, i patti di resa firmati da Ruffo furono annullati per ordine dei sovrani, e i patrioti, che avrebbero dovuto godere dell’esilio, furono consegnati al carnefice. 

Il cardinale Fabrizio Ruffo – Fonte: pubblico dominio

L’8 luglio la Repubblica napoletana fu ufficialmente soppressa e Ferdinando rientrò a Napoli il giorno successivo. La repressione fu durissima: 122 repubblicani furono giustiziati, tra cui Eleonora Pimentel Fonseca, Domenico Cirillo, Gennaro Serra e l’ammiraglio Caracciolo, impiccato alla sua nave e gettato in mare. Le esecuzioni, prevalentemente per impiccagione, ebbero luogo nelle piazze principali di Napoli e delle isole vicine, concludendosi nel settembre 1800 con la morte di Luisa Sanfelice. Il ritorno dei Borbone si fondò dunque sul sangue dei patrioti e sulla memoria di una rivoluzione che, pur segnata da alti ideali, naufragò nella distanza tra élite e popolo e nella ferocia della restaurazione monarchica. 

Eleonora Pimentel Fonseca – Fonte: pubblico dominio

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