La piemontesizzazione di Napoli dopo l’Unità d’Italia trasformò l’antica capitale del Regno delle Due Sicilie in una città “assassinata”, per usare le parole di Gaetano Salvemini, precipitata in una crisi economica e sociale senza precedenti. L’annessione al Regno d’Italia, sancita dal controverso plebiscito del 21 ottobre 1860, portò certamente libertà civili e garanzie costituzionali, ma al prezzo di politiche improvvide che marginalizzarono sistematicamente il Mezzogiorno. Le industrie locali, un tempo protette dalle tariffe doganali borboniche, furono travolte dalla concorrenza settentrionale, mentre il sistema fiscale piemontese gravò pesantemente sulla popolazione già impoverita. Il trasferimento del tesoro delle Due Sicilie – 443 milioni di lire in oro – servì a risanare le finanze piemontesi senza che nulla tornasse al Sud, ora ridotto a periferia. La repressione del brigantaggio, la crisi delle manifatture come Pietrarsa e il drammatico aumento della disoccupazione portarono a un’emigrazione di massa che svuotò il Mezzogiorno di milioni di persone.

Piemontesizzazione di Napoli dopo l’Unità: la “città assassinata”
«Se dall’Unità d’Italia il Mezzogiorno fu rovinato, Napoli fu addirittura assassinata. Essa precipitò in una crisi che tolse il pane a migliaia di persone».
Così scriveva Gaetano Salvemini nei suoi Scritti sulla questione meridionale (Einaudi, Torino 1955), sintetizzando con cruda efficacia la condizione della città partenopea nei decenni successivi all’unificazione. L’avvento della dinastia sabauda aveva senza dubbio introdotto libertà civili più ampie, un assetto costituzionale garantito, principi di eguaglianza e un più vasto accesso all’istruzione, diffondendo altresì concetti moderni e identitari come quelli di “Nazione” e di “Patria”.

Tuttavia, tali progressi furono ben presto incrinati da politiche improvvide e scarsamente lungimiranti nei confronti del Mezzogiorno, aggravate dall’assenza di una solida classe dirigente locale e dal ridimensionamento di una capitale che, da centro di un regno plurisecolare, si ritrovava relegata a un ruolo marginale nella nuova compagine statale. Così, le speranze di quanti avevano visto nel Risorgimento un momento di riscatto e di rigenerazione civile furono in larga misura disattese.
Il plebiscito e la dittatura garibaldina
Già il plebiscito del 21 ottobre 1860 per l’annessione al nuovo Regno d’Italia – segnato, come la storiografia ha più volte rilevato, da pressioni indebite e ingerenze della camorra e delle forze garibaldine – segnò l’inizio di quella “questione meridionale” destinata a condizionare per oltre un secolo i rapporti tra Nord e Sud della Penisola. Durante la breve dittatura garibaldina, esercitata dal generale all’interno di Palazzo Doria d’Angri, emersero con immediatezza i gravi problemi sociali ed economici della città e del regno conquistato.

Garibaldi intuì la necessità di una riforma profonda: abolì il gioco del lotto, considerato un mezzo di sfruttamento dei ceti popolari; istituì asili infantili gratuiti e un collegio per i figli del popolo, dove all’istruzione tradizionale si affiancava l’apprendimento di un mestiere; avviò trasformazioni urbanistiche, tra cui il progetto di una nuova arteria viaria che collegasse via Foria al porto e la creazione di un quartiere residenziale nella zona marinara di Chiaia.
Inoltre, utilizzò i fondi della rendita borbonica – circa undici milioni di ducati rimasti depositati nelle banche dal sovrano fuggito – per la costruzione di alloggi popolari. Contestualmente, confiscò beni ecclesiastici e il tesoro lasciato nelle regge, suscitando la protesta di patrioti come Scialoja, Poerio e Spaventa, nonché il vano appello di Francesco II alle potenze europee. La politica garibaldina si estese anche alla marina militare, annessa alla flotta piemontese, e al simbolico cambio di denominazione delle strade legate alla dinastia borbonica.
Piemontesizzazione di Napoli: dalla speranza al disincanto
Eppure, malgrado il contributo determinante del tesoro delle Due Sicilie al risanamento delle esauste finanze piemontesi – pari a ben 443 milioni di lire in oro – il governo di Torino, guidato da Cavour e sostenuto dai moderati napoletani, guardò con crescente sospetto all’azione del generale, temendo un’evoluzione in senso dittatoriale e popolare. Garibaldi fu così esautorato, lasciando spazio alla luogotenenza del generale Cialdini, che sancì il definitivo inserimento della città nell’orbita sabauda e avviò quel processo di piemontesizzazione che caratterizzò l’amministrazione meridionale nei primi due decenni post-unitari.
Il peggioramento delle condizioni sociali ed economiche dopo la Piemontesizzazione di Napoli
Il disincanto fu rapido. L’aspettativa che l’annessione avrebbe ridotto miseria e arretratezza lasciò il posto alla constatazione opposta: le condizioni materiali della popolazione napoletana – e meridionale in generale – peggiorarono. Le ragioni furono molteplici: le politiche agrarie del nuovo Stato si rivelarono meno efficaci di quelle borboniche; la vendita dei demani favorì speculazione e usura; il sistema fiscale piemontese gravò pesantemente sulle rendite fondiarie e colpì indiscriminatamente la popolazione; l’industria locale, fino ad allora protetta da tariffe doganali, fu esposta a una concorrenza che ne compromise la sopravvivenza. Napoli, privata del suo ruolo centrale, divenne sempre più periferica, mentre una classe dirigente cittadina debole e compiacente contribuì all’inerzia del nuovo governo.
Emarginazione, brigantaggio ed emigrazione
Nel tessuto urbano, la miseria si tradusse in sovraffollamento, carenze igieniche, fame ed epidemie, mentre il baricentro economico del Paese si spostava decisamente al Nord. La ferrovia Lecce-Bari-Ancona-Milano incanalò la produzione agricola pugliese verso i mercati settentrionali, marginalizzando il resto del Sud; il triangolo industriale Milano-Torino-Genova catalizzò investimenti e fabbriche, lasciando abbandonate le strutture manifatturiere e cantieristiche del Mezzogiorno, un tempo orgoglio del regno borbonico. L’Opificio di Pietrarsa, simbolo di quella stagione, conobbe il suo declino e nel 1863 fu teatro di uno sciopero represso nel sangue. Analoga sorte toccò alle campagne, dove i contadini, privati delle tutele precedenti, si ritrovarono in condizioni di estrema precarietà. Da tali dinamiche scaturì il brigantaggio, fenomeno che, tra richiami nostalgici ai Borbone e ribellione sociale, assunse i tratti di una vera e propria guerriglia, repressa con estrema durezza dal nuovo Stato.
Le tensioni sociali si estesero anche ai centri urbani, dove le proteste furono represse senza indugi. Tra le conseguenze più drammatiche di questo complesso processo storico vi fu l’aumento esponenziale della disoccupazione e, di riflesso, il fenomeno dell’emigrazione. Dal 1880 in poi, circa nove milioni di italiani lasciarono la penisola in direzione delle Americhe; quattro quinti di essi provenivano dal Mezzogiorno, in particolare da Calabria, Campania, Abruzzo, Molise e Sicilia. Napoli, che pochi decenni prima si era potuta confrontare con Londra e Parigi per densità e vivacità culturale, divenne progressivamente un porto di transito: non più capitale, ma punto di partenza verso terre lontane, da cui ricominciare.
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