Era un sabato pomeriggio, vigilia di Pentecoste. Le campane delle chiese richiamavano i fedeli ai vespri, mentre nelle campagne del Sannio molti contadini lavoravano ancora nei campi. Nessuno poteva immaginare che in quel 5 giugno 1688, intorno alle 18:30, la terra avrebbe tremato con una violenza tale da cambiare per sempre il volto di un intero territorio.

Una scossa che cambiò la storia

Il terremoto che colpì il Sannio quella sera raggiunse un’intensità compresa tra il X e l’XI grado della scala Mercalli, con una magnitudo stimata intorno a 7.0. L’epicentro fu localizzato nell’area tra Benevento e Cerreto Sannita, in una zona ellittica che si estendeva per circa 70 chilometri da sud-est a nord-ovest. Ma gli effetti si avvertirono su un territorio vastissimo: le scosse raggiunsero Molise, Abruzzo, Lazio, Basilicata e Puglia, su un’area di oltre 80.000 chilometri quadrati.

Ciò che rende ancora più drammatico questo evento è la serie di segnali premonitori che, purtroppo, furono sottovalutati. Già a metà febbraio del 1688 a Benevento erano state avvertite due scosse sismiche che non avevano causato danni. Lo stesso giorno del 5 giugno, circa mezz’ora prima della scossa catastrofica, la terra aveva tremato nuovamente. Ma fu quello che accadde alle 18:30 a segnare indelebilmente la memoria collettiva del Sannio.

Le testimonianze dei sopravvissuti

Tra le testimonianze più toccanti c’è quella di una suora del Monastero delle Clarisse di Cerreto Sannita, che descrive con parole commoventi quegli attimi di terrore: “Nel tempo che ci ritrovammo a cantare vespera solenne, nell’intonare lo primo salmo di vespera fu la prima scossa, quali ci vidimo tutte morte, però la Madre Abadessa sor Giuditta Mazzacane diede loco di silenzio, e seguitimmo colo vespera, nel Benedicamus domino fu così terribile il terremoto, che ce retrovassimo tutte sepolte vive nel detto Coro”. Quaranta monache sopravvissero a quel crollo, tra cui l’abbadessa.

Un’altra testimonianza eloquente proviene da Vincenzo Magnati, abate del Santo Offizio di Napoli e testimone oculare, che scrive: “La presero quasi per burla e per ischerzo, nella seconda pensavamo che dovesse cessare e nella terza gridavamo: non è già burla”. Queste parole restituiscono l’incredulità iniziale delle persone di fronte a un fenomeno che si rivelò poi catastrofico.

Il vescovo di Cerreto, Giovanni Battista de Bellis, descrisse così la distruzione della sua città: “Hor questa terra con le Chiese, Monasteri, e tutto […] in tanto tempo, quando porria dirsi un Credo, cadde tutta, tutta, tutta, senza che vi rimanesse pure una casa da desolarsi”. Il tempo di recitare un Credo, pochi minuti che rasero al suolo un’intera cittadina.

Un bilancio devastante

Le vittime furono circa 10.000, anche se le fonti storiche non forniscono un numero preciso. A Cerreto Sannita, dove morirono 4.000 persone su 8.000 abitanti, la metà della popolazione fu spazzata via. A Benevento, dove più dell’80% degli edifici fu distrutto o gravemente danneggiato, si contarono 2.115 morti su 7.500 abitanti. A Guardia Sanframondi i morti furono 1.200, mentre a San Lorenzello 600 su 1.000 abitanti persero la vita, molti travolti da un’enorme frana che si abbatté sul villaggio.

Una circostanza fortunata limitò il numero delle vittime: l’ora della scossa principale. La maggior parte della popolazione rurale si trovava ancora al lavoro nei campi e non all’interno delle abitazioni. Già all’epoca si ritenne che se il terremoto fosse avvenuto in piena notte, il bilancio sarebbe stato ancora più tragico. A Civitella Licinio, le uniche persone sopravvissute furono proprio quelle che al momento della scossa si trovavano nei campi.

Quando la natura si ribella

Il terremoto non causò solo distruzione agli edifici, ma alterò profondamente anche l’ambiente naturale. Nei monti del Sannio si aprirono grandi spaccature, accompagnate in alcuni casi dalla fuoriuscita di gas. Nacquero nuove sorgenti, mentre altre già esistenti si intorpidirono. I fiumi Sabato e Volturno subirono deviazioni. Una testimonianza particolarmente suggestiva racconta di una “grande trave di fuoco” che attraversò la Valle di Vitulano, abbrustolendola letteralmente, seguita da una puzza nauseabonda di zolfo.

La rinascita di Cerreto: una città “pensata”

Dalla tragedia nacque però un esempio straordinario di pianificazione urbanistica. Il conte Marzio Carafa e suo fratello Marino, feudatari di Cerreto, presero una decisione rivoluzionaria: non ricostruire sulle macerie della città distrutta, ma fondare una nuova città più a valle, su un terreno geologicamente più stabile individuato dopo accurati studi del suolo.

Fu chiamato il regio ingegnere Giovanni Battista Manni, che progettò quella che ancora oggi viene definita la “città pensata”. Il piano urbanistico era all’avanguardia per l’epoca: strade larghe disposte a scacchiera, isolati ben squadrati, edifici bassi con al massimo due piani, ampie piazze dove la popolazione poteva raccogliersi in caso di nuove scosse. Una città aperta, senza mura, con criteri che oggi definiremmo antisismici.

La ricostruzione fu rapidissima: nel 1696, appena otto anni dopo il terremoto, la nuova Cerreto era già in gran parte realizzata. L’arrivo di maestranze napoletane, attirate da esenzioni fiscali, portò non solo competenze edilizie ma anche quella tradizione ceramistica che ancora oggi caratterizza la città. La fusione tra la solidità della pietra calcarea locale, lavorata dagli scalpellini del posto, e le fantasiose decorazioni barocche in stucco dei maestri partenopei creò quello stile architettonico unico che ancora oggi possiamo ammirare.

Il contesto politico

Il terremoto colpì due entità statali diverse: la maggior parte del territorio apparteneva al Regno di Napoli, governato da un viceré spagnolo per conto di Carlo II di Spagna, mentre Benevento costituiva un’enclave dello Stato della Chiesa all’interno del regno, con un governatore nominato dal Papa. Entrambi i governi tentarono di arginare il disastro con politiche di sgravio fiscale e interventi di vario tipo.

Una testimonianza prestigiosa del terremoto proviene da Pietro Francesco Orsini, che all’epoca era a Benevento e che nel 1724 divenne Papa con il nome di Benedetto XIII. Nelle sue memorie descrisse il terremoto come una grande sventura per la città. Diventato Papa, elargì cospicue donazioni per ricostruire gli edifici religiosi colpiti dal sisma, tra cui la chiesa di Santa Sofia, della quale erano crollati la cupola centrale e il campanile romanico, ricostruito poi nel 1703 in una posizione diversa da quella originale.

L’eredità del 1688

Il terremoto del Sannio del 1688 rimane uno dei disastri sismici più importanti della storia italiana per estensione dell’area colpita, gravità degli effetti e numero di vittime. La popolazione abbandonò gli abitati distrutti e visse a lungo in baracche e alloggi di fortuna. Mulini, forni e frantoi andarono distrutti, creando enormi disagi negli approvvigionamenti alimentari. Sciami sismici continuarono fino a dicembre del 1688, mantenendo la popolazione in uno stato di perenne angoscia.

Ma da quella tragedia nacque anche un modello di ricostruzione che rappresenta ancora oggi un esempio di lungimiranza. Cerreto Sannita, con la sua pianta regolare, le strade larghe e gli edifici bassi, è una testimonianza vivente di come si possa ricostruire dopo una catastrofe guardando al futuro con razionalità e coraggio. Non a caso, secoli dopo, questa città è stata insignita della Bandiera Arancione del Touring Club Italiano proprio per la qualità del suo tessuto urbano e dell’accoglienza turistica.

Il 5 giugno 1688 è una data che i sanniti incontrano spesso quando leggono la storia della loro terra. È la data che ha cambiato per sempre la fisionomia di questi territori, quella che ha ridisegnato borghi e strutture urbane. Ma è anche la data che testimonia la resilienza di una popolazione che, di fronte alla devastazione, ha saputo ricostruire non solo le case, ma un’intera identità culturale.


Riferimenti bibliografici

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  • Pescitelli, R. (1977). Chiesa Telesina: luoghi di culto, di educazione e di assistenza nel XVI e XVII secolo. Auxiliatrix.
  • Pescitelli, R. (2001). Palazzi, Case e famiglie cerretesi del XVIII secolo: la rinascita, l’urbanistica e la società di Cerreto Sannita dopo il sisma del 1688. Don Bosco.
  • Wikipedia. “Terremoto del Sannio del 1688”. Disponibile su: https://it.wikipedia.org/wiki/Terremoto_del_Sannio_del_1688

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