Nel cuore pulsante della Napoli settecentesca, mentre la città si preparava a vivere il suo momento di massimo splendore architettonico sotto i Borbone, un giovane architetto stava tracciando silenziosamente il passaggio tra due epoche. Giuseppe Astarita, nato nel 1707 e morto nel 1775, fu testimone e protagonista di una delle stagioni più straordinarie dell’architettura europea, quella in cui il barocco napoletano iniziava a cedere il passo a forme più contenute e classicheggianti.
L’allievo che divenne maestro
La formazione di Astarita avvenne alla scuola di Domenico Antonio Vaccaro, uno dei grandi maestri del rococò napoletano, famoso per le sue decorazioni a stucco sinuose e fantasiose. Ma il giovane allievo non si limitò a replicare pedissequamente lo stile del maestro. Collaborò anche con Ferdinando Sanfelice, il genio delle scale aperte che aveva rivoluzionato l’architettura dei palazzi napoletani con le sue spettacolari “ali di falco” – quelle scalinate a doppia rampa che sembravano sfidare la gravità.
In quegli anni, Napoli era un cantiere a cielo aperto. Nelle strade del centro storico si affacciavano contemporaneamente giganti come Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga, chiamati dai Borbone per progetti faraonici. Eppure, Astarita riuscì a ritagliarsi uno spazio distintivo, diventando Regio Ingegnere e ottenendo l’ambita carica di ingegnere camerale – una posizione che lo poneva al servizio diretto della corona.
Il teatro della fede: Sant’Anna a Porta Capuana
La chiesa di Sant’Anna a Porta Capuana, completata nel 1751, rappresenta forse l’esempio più eloquente del genio di Astarita. Immaginate di trovarvi nel vivace borgo di Sant’Antonio Abate, conosciuto dai napoletani come “‘O Buvero”, uno dei mercati rionali più antichi e caotici della città. Proprio qui, dove commercianti e artigiani si davano appuntamento all’ombra dell’antica porta medievale, Astarita creò uno spazio sacro che ancora oggi lascia senza fiato.
L’edificio nasconde una meraviglia architettonica: un interno circolare con pianta mistilinea, dove due ambienti ellittici si fondono in una sequenza spaziale che ricorda le sperimentazioni di Guarino Guarini. Ma è lo scalone a doppia rampa che conduce all’altare sopraelevato a rappresentare il vero colpo di teatro. Come raccontava un visitatore dell’epoca, questo accorgimento trasformava la celebrazione della messa in una vera e propria rappresentazione scenografica, dove il sacerdote sembrava elevarsi verso il divino sotto gli occhi dei fedeli.
All’interno della cupola, ancora oggi si può ammirare una tavola cinquecentesca di Marco Cardisco raffigurante la Sacra Famiglia con sant’Anna – un felice connubio tra la tradizione pittorica rinascimentale e la nuova architettura settecentesca. Un dettaglio curioso: nel 1753, appena due anni dopo il completamento della chiesa, vennero installati due grandi organi realizzati dai fratelli Nicola e Carlo Mancini, celebri organari napoletani. La musica sacra risuonava così in uno spazio progettato non solo per essere visto, ma anche per esaltare l’acustica.

Il palazzo del lutto eterno
Quando i duchi Serra di Cassano decisero di completare il loro maestoso palazzo a Monte di Dio, chiamarono Astarita per terminare l’opera iniziata da Sanfelice. A partire dal 1759, l’architetto realizzò l’attuale facciata con i suoi due portali bugnati su via Monte di Dio, creando un ordine gigante di lesene corinzie che ancora oggi conferisce all’edificio un’aria di sobria maestosità.
Ma è la storia del palazzo a renderlo indimenticabile. Il portone principale, che si apriva su via Egiziaca con vista diretta sul Palazzo Reale, venne murato per sempre il 20 agosto 1799.Quel giorno il giovane duca Gennaro Serra, appena diciottenne, venne decapitato in piazza Mercato per aver partecipato alla Repubblica Napoletana. Le cronache riportano le sue ultime parole rivolte alla folla che festeggiava: “Ho sempre lottato per il loro bene ed ora li vedo festeggiare la mia morte”.
Da allora, quel portone chiuso è rimasto il simbolo silenzioso dell’indignazione aristocratica contro la repressione borbonica – un monumento alla memoria più eloquente di qualsiasi statua. Ancora oggi, passeggiando per via Egiziaca, quel portone murato racconta una storia di ideali traditi e di gioventù sacrificata.
Tra due mondi
L’opera di Astarita si colloca in un momento di passaggio cruciale. Come notava lo storico dell’arte Arnaldo Venditti in uno studio pubblicato su “Napoli Nobilissima” nel 1962, le sue architetture mostrano “un graduale passaggio dal gusto rococò della tradizione vaccariana a più organiche strutturazioni spaziali di tipo pre-classicheggiante”.
Questa tensione è particolarmente evidente nell’abside di Sant’Agostino alla Zecca, dove Astarita creò una tribuna che scavalca il transetto per innestarsi direttamente nella prima arcata della navata. Una soluzione architettonica audace e originale, che però viene in parte attenuata dalla ricca decorazione a stucco delle pareti – come se l’architetto non riuscisse ancora a liberarsi completamente dall’horror vacui barocco.
Oltre alle chiese, Astarita fu direttore dei lavori nella Reggia di Capodimonte durante la costruzione delle sale destinate ad ospitare la prestigiosa collezione Farnese – uno dei tesori artistici più importanti d’Europa, portato a Napoli da Carlo di Borbone.
Un’eredità nascosta
A differenza di Vanvitelli o Sanfelice, il nome di Giuseppe Astarita non risuona immediatamente nella memoria collettiva. Eppure, la sua opera rappresenta uno snodo fondamentale nella storia dell’architettura napoletana. Come ha dimostrato la ricerca d’archivio condotta da Carolina De Falco nel suo fondamentale studio del 1999, basato su oltre 170 documenti inediti, Astarita fu un architetto prolifico e rispettato, capace di dialogare con i grandi del suo tempo pur mantenendo una voce distintiva.
Le sue chiese, i suoi palazzi, i suoi altari e pavimenti continuano a punteggiare il tessuto urbano di Napoli, testimoni silenziosi di un’epoca in cui l’architettura era teatro, devozione e potere insieme. Ogni volta che si sale lo scalone di Sant’Anna a Capuana o si passa davanti al portone murato di Palazzo Serra di Cassano, si tocca con mano il lavoro di un uomo che contribuì a plasmare l’identità di una delle città più affascinanti e contraddittorie d’Europa.
Riferimenti bibliografici
- De Falco, Carolina. Giuseppe Astarita. Architetto napoletano 1707-1775. Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane, 1999.
- Venditti, Arnaldo. “L’architetto Giuseppe Astarita e la chiesa di S. Anna a Porta Capuana”. Napoli Nobilissima, vol. 1, n. 5 (gennaio-febbraio 1962), pp. 172-181.
- Pane, Roberto. Architettura dell’età barocca in Napoli. Napoli, 1939.
- Regina, Vincenzo. Le chiese di Napoli. Viaggio indimenticabile attraverso la storia artistica, architettonica, letteraria, civile e spirituale della Napoli sacra. Newton and Compton editor, Napoli 2004.
- Leone, Teresa. Palazzo Serra di Cassano alla luce di documenti inediti. Napoli: Paparo, 2000.
