Il fascismo a Napoli si affermò nel contesto di una profonda crisi economica e sociale seguita alla Prima Guerra Mondiale, trovando terreno fertile nella disperazione di una città devastata da lutti, disoccupazione e fame. Il 24 ottobre 1922 Benito Mussolini tenne in piazza del Plebiscito il suo primo comizio davanti a sessantamila camicie nere, preludio alla Marcia su Roma che avrebbe instaurato la dittatura. Nei primi anni l’opposizione democratica guidata da Benedetto Croce, Giovanni Amendola e Matilde Serao resistette, ma fu progressivamente annientata dalla violenza squadrista, dalla censura e dalle persecuzioni. Il ventennio fascista portò trasformazioni urbanistiche come la Mostra d’Oltremare e la Stazione Marittima, ma i problemi sociali rimasero irrisolti con oltre 61.000 disoccupati nel 1931. La Seconda Guerra Mondiale trasformò Napoli in obiettivo strategico con bombardamenti che causarono ventimila morti, fino alle eroiche Quattro Giornate del settembre 1943 che liberarono la città dall’occupazione nazista.

Fascismo a Napoli
Fascismo a Napoli – Fonte: Immagine create da IA (Gemini)

Dalla Grande Guerra all’ascesa del fascismo a Napoli 

La Prima guerra mondiale non si limitò a disseminare lutti e devastazioni, ma accentuò drammaticamente le tensioni politiche interne al Paese e, di riflesso, alle sue città. Anche Napoli non restò immune da tale frattura, manifestatasi soprattutto nello scontro tra correnti militariste e antimilitariste. Nel 1919 vide la luce il Partito Popolare Italiano, fondato da esponenti cattolici e moderati, che trovò un ampio seguito anche all’ombra del Vesuvio. Il quadro economico cittadino era segnato da gravissime difficoltà: l’amministrazione municipale fu costretta ad affrontare una crisi finanziaria e annonaria senza precedenti, che rese impossibile ogni effettiva ripresa. Questo contesto di sofferenza sociale ed economica costituì il terreno fertile per l’affermazione del totalitarismo fascista. 

Il 24 ottobre 1922, in piazza del Plebiscito, Benito Mussolini, ex sindacalista socialista ed ex direttore dell’«Avanti!» di Milano, già espulso dal Partito socialista per il suo sostegno all’interventismo, tenne il suo primo comizio a Napoli di fronte a circa sessantamila camicie nere. Già nel 1914 egli aveva fondato «Il Popolo d’Italia» e i Fasci di combattimento, nucleo originario di quel Partito Nazionale Fascista destinato a conquistare consensi, spesso forzati, su scala nazionale, con forte radicamento anche a Napoli. L’adunata partenopea rappresentò un vero preludio alla Marcia su Roma, resa possibile dall’inerzia del re Vittorio Emanuele III, la cui indecisione spalancò di fatto le porte alla dittatura fascista. 

Mussolini a Piazza Plebiscito – Fonte: pubblico dominio

Opposizione e repressione del regime 

Nei primi anni del regime, Napoli ospitò una significativa opposizione democratica e intellettuale, guidata inizialmente da Benedetto Croce e sostenuta da figure eminenti quali Giovanni Amendola, Roberto Bracco, Leonardo Bianchi, Giustino Fortunato, Paolo Scarfoglio, Michelangelo Schipa, Arturo Labriola e Matilde Serao. Tuttavia, tale fronte si indebolì progressivamente sino a dissolversi: ogni forma di dissenso venne soffocata dalla censura, dalla violenza squadrista, dalle persecuzioni poliziesche e dalle condanne all’esilio o alla morte, come nel caso emblematico dell’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti. 

Giovanni Amendola – Fonte: pubblico dominio

A Napoli il fascismo trovò inizialmente un protagonista di rilievo in Aurelio Padovani, a capo delle squadre d’azione. Figura energica e carismatica ma insofferente alla disciplina del regime, Padovani si scontrò ben presto con Mussolini e venne marginalizzato a seguito dell’arrivo di Italo Balbo in città. Espulso dal partito, morì nel 1926 in circostanze mai del tutto chiarite, precipitando dal balcone di un palazzo in via Generale Orsini durante un comizio in cui denunciava l’allontanamento del fascismo dalle masse popolari. 

Urbanistica e propaganda del fascismo a Napoli 

Il ventennio di dittatura comportò per Napoli una stagione di profonde trasformazioni urbanistiche, che intrecciavano modernizzazione e retorica celebrativa. Furono realizzate la galleria Laziale e quella della Vittoria, la Mostra d’Oltremare, il Palazzo delle Poste, la nuova Questura e il quartiere Carità, sorto sulle macerie del preesistente rione San Giuseppe. La Stazione Marittima divenne il simbolo di questa stagione edilizia, in quanto il porto cittadino fu designato tra gli scali principali dell’Impero. Nonostante tali opere, che costituivano soprattutto un’operazione di prestigio e propaganda, i problemi strutturali della città rimasero irrisolti: nel 1931 i disoccupati erano ancora oltre 61.000. 

Facciata del Palazzo della Posta – Fonte: foto personale

Napoli in guerra: bombardamenti, persecuzioni e resistenza 

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale la condizione di Napoli precipitò ulteriormente. L’alleanza con la Germania nazista trasformò la città in un obiettivo strategico di primaria importanza. Nel marzo 1943 la nave Caterina Costa esplose nel porto causando centinaia di vittime e danni enormi. Nei mesi seguenti gli anglo-americani sottoposero Napoli a incessanti bombardamenti che distrussero infrastrutture, industrie, abitazioni e monumenti, con un tributo di circa ventimila morti. L’attacco più devastante ebbe luogo il 4 agosto 1943, quando furono colpiti ospedali, orfanotrofi e la chiesa di Santa Chiara, poi ricostruita fedelmente negli anni Cinquanta. 

In questo stesso periodo la città fu segnata dall’orrore delle leggi razziali. Particolarmente tragica è la vicenda di Luciana Pacifici, neonata ebrea napoletana arrestata con la famiglia nel dicembre 1943 e deportata ad Auschwitz, dove morì a soli diciotto mesi. La sua memoria è oggi onorata in una via del quartiere Orefici, a testimonianza della persecuzione subita dai più innocenti. 

Luciana Pacifici, la più piccola italiana deportata ad Auschwitz – Foto: pubblico dominio

Il crollo del regime fascista, il 25 luglio 1943, e l’armistizio dell’8 settembre segnarono l’inizio dell’occupazione tedesca, caratterizzata da razzie, rastrellamenti e fucilazioni. Il colonnello Walter Scholl assunse il comando della città con pieni poteri, suscitando l’esasperazione della popolazione. L’insurrezione popolare scoppiò tra il 27 e il 30 settembre nelle celebri “Quattro Giornate di Napoli”, quando studenti, ragazzi di strada, antifascisti e monarchici imbracciarono armi improvvisate e costrinsero le truppe tedesche a ritirarsi. Con 178 partigiani caduti, 162 feriti e circa 150 vittime civili, la città conquistò la medaglia d’oro al valor militare, prima in Europa ad essersi sollevata autonomamente contro l’occupazione nazista. 

Iscrizione in memoria del luogo dove iniziarono le “Quattro giornate” di Napoli presso la masseria Pagliarone a via Belvedere – Fonte: foto personale

Dalla liberazione dal nazifascismo alla difficile rinascita 

Il successivo arrivo delle truppe statunitensi il 1° ottobre 1943 sancì la liberazione della città, ma anche l’inizio di un difficile periodo di amministrazione militare. Napoli appariva devastata: priva di energia elettrica, con distribuzione idrica irregolare e migliaia di sfollati costretti ancora nei rifugi antiaerei. L’occupazione alleata fu segnata da fenomeni di degrado sociale come mercato nero e prostituzione, resi celebri dalle testimonianze letterarie di Norman Lewis, Curzio Malaparte e Roberto Rossellini. Emblematica di questa condizione fu la diffusione della canzone Tammurriata nera, simbolo di un’infanzia e di una società ferite dalla guerra. 

La situazione fu aggravata dall’eruzione del Vesuvio del marzo 1944, che distrusse interi centri abitati, mentre l’Allied Military Government impose coprifuoco e introdusse la valuta “Am-lira”. La fame e la speculazione alimentarono nuove reti camorristiche, descritte con straordinaria efficacia da Eduardo De Filippo nella commedia Napoli milionaria! (1945), parte della raccolta Cantata dei giorni dispari. Attraverso le vicende della famiglia Jovine, costretta al commercio clandestino per sopravvivere, l’autore restituì lacerazioni morali e sociali del dopoguerra, sintetizzando nella celebre espressione “Adda passa’ ’a nuttata” la speranza di una rinascita dopo anni di tragedie. 

Eruzione del Vesuvio del 1944 – Fonte: pubblico dominio

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