Il referendum a Napoli del 2 giugno 1946 vide circa l’80% della popolazione votare a favore della monarchia, in netto contrasto con l’esito nazionale che proclamò la vittoria della repubblica con 12,7 milioni di voti contro 10,7 milioni. L’11 giugno la città fu teatro di sanguinosi scontri in via Medina tra monarchici e comunisti che causarono nove morti e un centinaio di feriti, portando l’Italia sull’orlo della guerra civile. La partenza volontaria di Umberto II per l’esilio in Portogallo il 13 giugno chiuse la parabola sabauda, aprendo la strada alla Repubblica con il napoletano Enrico De Nicola eletto primo presidente provvisorio.
Negli anni successivi Napoli fu dominata dal fenomeno del “laurismo”, con l’armatore Achille Lauro che costruì un vasto consenso clientelare raggiungendo 300mila preferenze e promuovendo una massiccia speculazione edilizia denunciata nel film “Le mani sulla città”. Il miracolo economico degli anni Sessanta e le contestazioni studentesche del 1968 segnarono ulteriori trasformazioni fino all’istituzione della Regione Campania nel 1970.

Il referendum a Napoli del 2 giugno 1946
Il 2 giugno 1946 la popolazione napoletana, come il resto del Paese, fu chiamata alle urne per il referendum istituzionale volto a determinare la forma di governo tra monarchia e repubblica. La controversa condotta di Vittorio Emanuele III, la cui fuga dal Paese durante la guerra aveva profondamente segnato l’opinione pubblica, venne parzialmente compensata dalla sua abdicazione – avvenuta proprio a Napoli – in favore del figlio Umberto II, già luogotenente del regno. Tuttavia, il contesto di profonda crisi politica e sociale nel quale l’Italia si trovava al termine del conflitto costituì la premessa alla consultazione referendaria.

I risultati e i disordini dopo il referendum a Napoli
All’appuntamento elettorale parteciparono circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini, corrispondenti all’89,08% degli aventi diritto al voto. Il 10 giugno 1946 la Corte di cassazione proclamò i risultati ufficiali: 12.717.923 voti a favore della repubblica contro 10.719.284 in favore della monarchia. L’esito generò momenti di forte tensione, specialmente a Napoli, città nella quale circa l’80% dei votanti si era espresso per la continuità dinastica.

L’11 giugno, in attesa della proclamazione definitiva, via Medina fu teatro di sanguinosi disordini: presso la sede locale del Partito comunista, dove erano esposte una bandiera rossa e un tricolore privo dello stemma sabaudo, i monarchici tentarono un assalto. Gli scontri provocarono nove morti e circa un centinaio di feriti, segnando una fase di gravissima instabilità che lambì i confini della guerra civile. Di fronte al rischio di ulteriori violenze, Umberto II – ricordato come il “re di maggio” – il 13 giugno decise di partire volontariamente per l’esilio in Portogallo, chiudendo così la parabola della dinastia sabauda in Italia, in un destino paragonabile a quello che quasi un secolo prima aveva travolto Francesco II di Borbone.
La nascita della Repubblica
Dopo la partenza del sovrano, il Consiglio dei ministri affidò ad Alcide De Gasperi le funzioni di capo provvisorio dello Stato. Successivamente, il 28 giugno 1946, l’Assemblea Costituente elesse a capo provvisorio della Repubblica l’avvocato napoletano Enrico De Nicola, che ottenne 396 voti su 501 già al primo scrutinio. Con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, il 1º gennaio 1948, De Nicola divenne il primo presidente della nuova Italia, inaugurando una tradizione che vide altri due napoletani salire al Quirinale: Giovanni Leone nel 1971 e Giorgio Napolitano nel 2006.

L’ascesa di Achille Lauro e il laurismo
Negli anni successivi al referendum, la città di Napoli fu segnata dall’ascesa politica di Achille Lauro, soprannominato “il comandante”. Armatore originario di Sorrento, proprietario della più grande flotta privata d’Europa e già presidente della squadra calcistica cittadina fondata nel 1926 dall’imprenditore ebreo Giorgio Ascarelli, Lauro seppe costruire un consenso di massa, in parte alimentato dalla radicata nostalgia monarchica del popolo napoletano, tradizionalmente legato alla figura del sovrano. Divenne così il simbolo di quel fenomeno politico e sociale noto come “laurismo”, caratterizzato da un forte paternalismo e da un capillare sistema clientelare che assicurava vasto seguito elettorale.

Alle elezioni comunali del 1952 e del 1956, Lauro raggiunse cifre mai registrate prima nella storia amministrativa locale, toccando le trecentomila preferenze. Forte di un potere senza precedenti, promosse interventi urbanistici radicali che modificarono profondamente il volto della città: colline come quelle del Vomero e di Posillipo furono oggetto di una massiccia speculazione edilizia, con la costruzione di imponenti palazzi in deroga ai piani regolatori. Tale stagione di cementificazione selvaggia fu efficacemente denunciata nel 1963 dal film Le mani sulla città di Francesco Rosi.
Dal miracolo economico alle lotte studentesche
Negli anni Sessanta, il mutato quadro politico nazionale, con la nascita del centro-sinistra e l’alleanza tra Democrazia cristiana e Partito socialista, decretò la fine del modello laurista e aprì la strada all’ascesa della famiglia Gava, con Silvio e il figlio Antonio quali figure centrali della scena politica locale. Napoli visse allora il riflesso del “miracolo economico”, che alimentò nuove opere infrastrutturali, tangenziali e arterie autostradali, pur nel perdurare di un’edilizia fortemente speculativa.
Il 1968 rappresentò un ulteriore momento di svolta: le contestazioni studentesche investirono anche Napoli, mettendo a nudo contraddizioni sociali a lungo occultate. Negli anni Settanta, con l’istituzione delle regioni, la città assunse il ruolo di capoluogo della Campania. Il 6 luglio 1970, nell’aula consiliare dell’antico convento di Santa Maria la Nova, si riunì per la prima volta il Consiglio regionale, che elesse Antonio Gava quale suo primo presidente.
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