Domenico Cimarosa è uno di quei compositori che il tempo ha trattato con una certa ingratitudine, relegandolo troppo spesso all’ombra dei grandi nomi del Settecento musicale europeo. Eppure la sua parabola artistica e umana racconta una storia straordinaria: quella di un ragazzo cresciuto nella povertà dei vicoli partenopei che, a forza di talento e determinazione, divenne uno degli artisti più celebrati nelle corti d’Europa, dall’Austria alla Russia. Nato ad Aversa nel 1749, figlio di un muratore e di una lavandaia, Cimarosa trasformò le ristrettezze della sua origine in carburante creativo, lasciando al mondo un catalogo musicale immenso e un capolavoro assoluto — Il matrimonio segreto — che ancora oggi risuona nei teatri di tutto il mondo come una delle vette irraggiungibili dell’opera buffa settecentesca.

Domenico Cimarosa
Domenico Cimarosa – Fonte: dominio pubblico

Domenico Cimarosa: le radici aversane e il fermento culturale della diocesi

La città di Aversa, fondata dai Normanni nell’XI secolo, era nel Settecento un centro vivace e profondamente segnato dalla presenza ecclesiastica. Fu in questo contesto che il piccolo Domenico mosse i suoi primi passi, crescendo al vico II Trinità — oggi a lui intitolato — in un locale a pianterreno annesso a un palazzo nobiliare dove la madre svolgeva il suo lavoro di lavandaia. A favorire il precoce incontro del bambino con la musica contribuì in modo determinante l’intenso clima religioso e culturale che caratterizzava la diocesi aversana, profondamente rinnovata nel corso del Settecento dall’operato del vescovo Innico Caracciolo.

Statua di Domenico Cimarosa ad Aversa – Fonte: foto personale

Questo straordinario prelato, appartenente a una delle più illustri famiglie aristocratiche del Regno di Napoli, aveva governato la diocesi per oltre trent’anni imponendosi come autentico riformatore: aveva ridisciplinato un clero sovraffollato — si contavano novecento sacerdoti per una comunità di settantamila anime — e aveva investito ingenti risorse nella costruzione di un nuovo seminario, nella riforma degli studi e nell’istituzione di cattedre stабili che spaziavano dal latino al greco, dalla filosofia al canto gregoriano. Fu in quell’ambiente sonoro e spirituale che Domenico Cimarosa ebbe i suoi primi, inconsapevoli contatti con l’arte dei suoni.


Napoli, la tragedia familiare e il conservatorio di Santa Maria di Loreto

Le difficoltà economiche costrinsero la famiglia a trasferirsi a Napoli nel 1756, quando il padre Gennaro ottenne un impiego come manovale nei cantieri della reggia di Capodimonte, allora in costruzione per volere di Carlo di Borbone. La famiglia si sistemò nei pressi della chiesa di San Severo al Pendino, nel cuore pulsante della città bassa, e la madre riprese il suo mestiere di lavandaia per i padri domenicani del convento adiacente. La tragedia si abbatté pochi mesi dopo: Gennaro Cimarosa morì cadendo da un’impalcatura della reggia, lasciando moglie e figlio in una condizione di miseria assoluta. Fu la disperazione a spingere la madre ad affidare il piccolo Domenico alle cure dei padri conventuali, presso i quali il ragazzo ricevette le sue prime lezioni musicali.

Qui conobbe padre Polcano, organista di talento che ne intuì subito le straordinarie doti e nel 1761 gli procurò un posto al conservatorio di Santa Maria di Loreto, una delle più antiche e prestigiose istituzioni musicali napoletane. Nata come orfanotrofio nel XVI secolo, la struttura si era progressivamente trasformata in un vero e proprio vivaio di musicisti professionisti: dal 1644 le sue porte erano aperte anche a studenti non orfani, e tra i suoi maestri e allievi si annoveravano nomi illustri come Alessandro Scarlatti, Francesco Durante e Niccolò Porpora. Domenico vi trascorse dieci anni, indossando la caratteristica divisa degli orfanelli — zimarra scura, sottana bianca e cappello a tesa larga — e formandosi sotto la guida di Pietrantonio Gallo e Fedele Fenaroli.

Francesco Durante – Fonte: pubblico dominio

L’esordio teatrale di Domenico Cimarosa e la conquista dell’Italia

Uscito dal conservatorio nel 1771, Domenico Cimarosa trovò quasi subito una generosa protettrice nella cantante Caterina Pallante, che gli aprì le porte dei teatri napoletani. La sua prima opera, Le stravaganze del conte, andò in scena al Teatro dei Fiorentini nel 1772: l’accoglienza non fu trionfale — il marchese di Villarossa annotò che «la musica, per essere di un principiante, fu compatita» — ma il giovane compositore non si scoraggiò. Negli anni successivi affinò il suo stile nel genere dell’opera buffa, quella forma teatrale musicale nata proprio a Napoli nel 1733, quando Giovan Battista Pergolesi aveva presentato al Teatro San Bartolomeo “La serva padrona” come intermezzo all’opera seria “Il prigionier superbo”.

Nata come divertissement popolare tra gli atti soporiferi del melodramma aulico, l’opera buffa aveva saputo conquistare il cuore del pubblico di ogni ceto sociale, raccontando storie di amori segreti, scambi di persona e furbizie femminili con una vivacità melodica del tutto nuova. Raccolta l’eredità di Pergolesi, Cimarosa iniziò una stagione di intensa produzione e di viaggi attraverso l’Italia: Torino, Genova, Venezia, Firenze, Milano divennero le tappe di una carriera in rapida ascesa. A Firenze ebbe anche l’occasione di incontrare il granduca Leopoldo II di Toscana, appassionato dilettante di musica, con il quale si racconta abbia improvvisato piacevoli duetti durante un ricevimento di corte.


Le corti d’Europa: da Caterina di Russia a Leopoldo d’Austria

Nel 1787 Domenico Cimarosa accettò l’invito della zarina Caterina II e si trasferì a San Pietroburgo per assumere il ruolo di maestro di cappella e compositore di corte, succedendo a Giuseppe Sarti. Il soggiorno russo, durato quasi quattro anni, non fu tra i più felici della sua carriera: il clima rigido lo tormentò con lunghe malattie e le sue opere serie — “Cleopatra” e “La vergine del sole” — non incontrarono il favore della sovrana. Sul piano personale, tuttavia, quegli anni gli regalarono una gioia profonda: la sua seconda moglie Gaetana Pallante diede alla luce il primogenito Paolo, battezzato in onore del granduca Paolo Petrovic, figlio della zarina e padrino del bambino.

Lasciata la Russia nel 1791, Cimarosa si fermò a lungo a Varsavia prima di raggiungere Vienna, dove Leopoldo II — nel frattempo divenuto imperatore d’Austria — lo accolse con un contratto da 12.000 fiorini annui. Il confronto con il trattamento riservato a Mozart è emblematico: nel 1787 l’autore del Don Giovanni aveva percepito appena 800 fiorini per lo stesso incarico. Nella capitale asburgica nacque il capolavoro: “Il matrimonio segreto”, su libretto di Giovanni Bertati, debuttò nel febbraio 1792 con un successo talmente clamoroso che l’imperatore, entusiasta, pretese che l’intera opera fosse replicata nella stessa serata — un primato assoluto nella storia del teatro musicale.


Il tramonto di un genio tra rivoluzione ed esilio

Il ritorno a Napoli nel 1799 coincise con uno dei momenti più convulsi della storia della città: la breve stagione della Repubblica Partenopea, ispirata dagli ideali della Rivoluzione francese e sostenuta dall’avanzata delle truppe napoleoniche. Cimarosa, legato da profonda amicizia ai principali protagonisti del movimento rivoluzionario, compose la musica dell’inno patriottico su testi di Luigi Rossi, scegliendo così apertamente il campo dei repubblicani. Quando la reazione borbonica stroncò nel sangue l’esperienza repubblicana, il musicista pagò cara quella scelta: fu arrestato e, pur grazie all’intercessione dei sovrani russi e del futuro cardinale Ettore Consalvi, la pena carceraria fu commutata in esilio a vita.

Destinato a Venezia, Domenico Cimarosa vi morì l’11 gennaio 1801, in circostanze mai del tutto chiarite. Il suo funerale fu celebrato due volte — a Venezia e poi a Roma, il 25 gennaio, nella chiesa di San Carlo dei Catinari — con tutti i compositori presenti in città che si offrirono spontaneamente di eseguire la sua stessa Messa di Requiem. Il cardinale Consalvi volle che Antonio Canova ne scolpisse il ritratto in marmo, oggi custodito nella chiesa di Santa Maria ad Martyres a Roma (il Pantheon). A chi gli chiedeva il segreto della sua musica, Cimarosa era solito rispondere in napoletano, indicando il cuore: «È ‘nnicessario chistu’ ‘ccà!». Stendhal lo definì autore delle più belle melodie mai concepite dall’animo umano; il critico Eduard Hanslick ne parlò come di una «musica piena di sole». Aveva torto a essere dimenticato.

Busto di Domenico Cimarosa scolpito da Canova – Fonte: foto personale

Riferimenti bibliografici

G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017. 

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