Carlo Croccolo è una di quelle figure che il mondo dello spettacolo italiano fatica a classificare, perché sfugge a qualsiasi categoria consolidata. Non è il divo consumato dalla propria leggenda, né il caratterista rimasto per sempre nell’ombra: è qualcosa di più raro e, a suo modo, più prezioso. Un uomo che ha attraversato settant’anni di cinema, teatro e televisione con la stessa noncuranza con cui si passeggia in una piazza sotto il sole, godendosi l’aria senza preoccuparsi troppo della meta. Napoletano autentico ma atipico, privo di quella furbizia calcolatrice che Eduardo De Filippo gli rimproverò con la celebre sentenza — «È senza cazzimma» — Carlo Croccolo ha costruito una carriera fatta di occasioni colte a metà, di porte aperte e poi lasciate socchiuse, di talento mai completamente disciplinato. Eppure, proprio in questa indisciplina risiede il fascino di una vita che sembra un romanzo scritto senza scaletta.

Carlo Croccolo senza “cazzimma”, una definizione difficile da tradurre
Per capire davvero chi sia Carlo Croccolo, occorre prima fare i conti con quella parola napoletana che Eduardo usò come verdetto: cazzimma. Si tratta di un termine di non facile definizione, rimasto a lungo confinato nei vicoli della città partenopea prima di conquistare una certa circolazione nazionale, complice la crescente attenzione mediatica verso la cultura napoletana. L’Accademia della Crusca ne ha riconosciuto l’origine dialettale, individuandovi un modernismo lessicale dalle radici probabilmente assai profonde. La cazzimma descrive una disposizione dell’animo che mescola furbizia, scaltrezza opportunistica e una certa attitudine a trarre vantaggio da qualsiasi situazione, anche a scapito degli altri.
Chi possiede la cazzimma sa sempre come cavarsela, conosce i meccanismi del mondo e li piega a proprio favore con naturalezza istintiva. Ma la parola ha anche una sfumatura positiva: il cazzimmoso può essere semplicemente uno che ci sa fare con la vita, uno sveglio, uno che non si fa mai cogliere impreparato. È a quest’ultima accezione che hanno fatto riferimento personaggi come l’allenatore Maurizio Sarri o il compianto Pino Daniele, che già nel 1980 la citava nella canzone A me me piace ‘o blues con orgoglio quasi programmatico.
Un’infanzia tra contraddizioni e ribellione
Nato a Napoli il 9 aprile 1927 da genitori separati, Carlo Croccolo crebbe in un ambiente familiare segnato dall’instabilità. La madre, insegnante di storia e filosofia, era donna di forti convinzioni ideali; il padre, ebreo alessandrino approdato in Italia in cerca di fortuna, era invece un personaggio irresoluto e perennemente squattrinato, capace di parlare sei lingue ma incapace di mantenere una famiglia. Il distacco tra i due genitori segnò profondamente il carattere del giovane Carlo, che sviluppò ben presto un’insofferenza viscerale verso qualsiasi forma di autorità e convenzione.
Da bambino era la disperazione della madre: irrequieto, provocatorio, capace persino di non distribuire i confetti della prima comunione pur di tenerli tutti per sé. Terminata la scuola dell’obbligo si iscrisse a Medicina, frequentò per un periodo l’istituto di Anatomia, poi abbandonò. La necessità economica lo spinse verso la radio, grazie all’aiuto dello scrittore Luigi Compagnone, figura acuta e sarcastica del panorama intellettuale napoletano. Fu l’inizio di una carriera nata quasi per caso.
Tra Totò, Eduardo e le occasioni mancate
Nel 1947, innamorato, lasciò Napoli per Roma. Qui il regista radiofonico Nino Meloni lo scritturò nel teatro stabile della RAI, avviando una stagione intensa che lo portò presto al cinema. Il primo lungometraggio fu “I cadetti di Guascogna”, commedia corale con Walter Chiari e Ugo Tognazzi. Seguirono anni intensissimi, soprattutto al fianco di Totò, con cui girò una decina di film e con cui instaurò un rapporto di stima profonda. Fu proprio il grande comico a sceglierlo come doppiatore ufficiale quando, dal 1957 in poi, la perdita della vista rese necessario ridoppiare le scene esterne. «Avevamo la stessa pasta di voce», ricordava Carlo Croccolo.
Ma accanto ai successi si accumularono le occasioni perdute: Fellini lo volle per Lo sceicco bianco accanto ad Alberto Sordi, ma lui non si fece trovare e la parte andò a Leopoldo Trieste. Giuseppe De Santis lo inseguì inutilmente per Giorni d’amore. Giorgio Strehler lo cercò per “Il soldato Schweik”. Eduardo De Filippo stava provando con lui tre atti unici all’Eliseo, con l’intenzione di affidargli il ruolo che era stato di Peppino, quando Carlo accettò un film proprio con Peppino: Eduardo ruppe ogni rapporto e non gli rivolse la parola per anni.
Carlo Croccolo: una vita oltre il palcoscenico
La biografia di Carlo Croccolo non sarebbe completa senza i capitoli più romanzeschi e imprevedibili. L’arresto in Canada per droga — da cui uscì scagionato dopo sei mesi di carcere — lo costrinse a un esilio volontario oltre oceano, prima di rientrare in Italia agli inizi degli anni Settanta per riprendere una carriera che lo avrebbe portato a totalizzare quasi centoventi film. E poi c’è la storia con Marilyn Monroe, raccontata per la prima volta nel 2008: tre mesi di relazione con la diva più fotografata del Novecento, conosciuta a Los Angeles attraverso l’entourage di Kennedy, in un periodo in cui lei stava emergendo da una profonda crisi personale.
Una storia vissuta intensamente e poi abbandonata, come tante altre nella sua vita, perché stare accanto a Norma Jean significava accettare tutto, incondizionatamente, e a un certo punto Carlo non ce la fece più. Quando nel 1989 vinse il David di Donatello per “‘O re” di Luigi Magni corse ad annunciarlo alla madre: lei gli rispose che se avesse fatto il medico avrebbe vinto il Nobel. Ride ancora, raccontandolo.
Riferimenti bibliografici
G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017.


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