Silvana Fucito è il nome di una donna che ha trasformato la propria paura in resistenza, la propria solitudine in battaglia collettiva. La sua storia nasce nei vicoli di San Giovanni a Teduccio, quartiere della periferia orientale di Napoli, dove il confine tra vita ordinaria e sopraffazione criminale è da decenni sottilissimo e poroso.

In un territorio dove il silenzio viene imposto con la violenza e la complicità si trasmette come un’abitudine culturale difficile da sradicare, questa commerciante di vernici decise di alzare la voce, di indicare i propri aguzzini davanti alle autorità e di non cedere alla logica omertosa che aveva fino ad allora governato il suo quartiere. La sua vicenda, tuttavia, non è soltanto un racconto di eroismo civile: è anche una storia complessa, fatta di luci e ombre, che invita a riflettere sulle contraddizioni di una società che ha bisogno di simboli ma stenta a fare i conti con la loro fragilità.

Silvana Fucito
Silvana Fucito – Fonte: pubblico dominio

Il territorio e la cultura del racket

Per comprendere appieno la portata del gesto di Silvana Fucito, è necessario partire dal contesto in cui maturò. Il fenomeno estorsivo nelle regioni a più alta densità criminale dell’Italia meridionale non si distribuisce in modo uniforme: si addensa là dove le organizzazioni mafiose hanno saputo radicarsi nella cultura locale, costruendo un sistema di consenso e intimidazione che rende il pizzo quasi una consuetudine accettata. Studi condotti con il contributo dell’ISTAT, di numerose Procure della Repubblica e dei Comitati di solidarietà per le vittime di estorsione e usura hanno mappato il fenomeno su scala nazionale, confermando che il racket rimane la principale attività illecita attraverso cui la criminalità organizzata afferma il proprio controllo sul territorio e soffoca lo sviluppo economico.

In Campania, la pressione estorsiva è capillare, con punte particolarmente acute nelle province di Napoli e Caserta, dove la crisi dei clan storici ha paradossalmente favorito la proliferazione di gruppi minori, più instabili e inclini a una violenza sproporzionata rispetto ai profitti ottenuti. Il settore agricolo e quello edile sono tra i più colpiti: nei campi, la camorra impone il pizzo sul raccolto, controlla i canali di vendita e gestisce la manodopera clandestina attraverso caporali di fiducia; nelle costruzioni, le piccole imprese subiscono pressioni continue attraverso il sistema dei subappalti forzati.


San Giovanni a Teduccio: il triangolo della morte

La sesta municipalità di Napoli — che comprende i quartieri di Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio — è nota come il «triangolo della morte», un’espressione che dice tutto sulla densità e sulla brutalità dei conflitti tra clan che insanguinano questa parte della città. Le cosiddette «stese», sparatorie eseguite in motocicletta per terrorizzare i rivali e affermare il controllo del territorio, si alternano ad agguati, gambizzazioni e attentati a edifici civili in un ciclo di violenza che non risparmia nessuno. È in questo scenario che si inserisce la vicenda di Silvana Fucito, titolare di un’azienda di commercio all’ingrosso e al dettaglio di vernici a uso industriale.

Dal 1998 il suo negozio era nel mirino di tre clan camorristici locali. Le prime richieste erano modeste — qualche barattolo di vernice, pochi spiccioli — ma bastarono a innescare un meccanismo di dipendenza che negli anni successivi divenne sempre più gravoso. Come lei stessa ha raccontato, la cedevolezza iniziale si rivelò subito un errore: ogni concessione alimentava nuove pretese, in una spirale senza fine che nel 2002 la portò a dire basta.


Silvana Fucito: il rifiuto che cambiò tutto

Il 19 settembre 2002 il negozio di Silvana Fucito fu dato alle fiamme. Era la risposta dei clan al suo rifiuto di continuare a pagare il pizzo, ma anche alla sua audacia di essersi messa in prima persona a trattare con gli estorsori, sottraendo loro l’interlocutore maschile — il marito — che avevano tentato di prelevare con la forza. Quella notte segnò uno spartiacque. Invece di piegarsi, la donna scelse di denunciare, indicando circostanziatamente i responsabili alle autorità. Ne seguì un isolamento brutale: parenti e amici si allontanarono, il nuovo negozio aperto a Portici stentava a riprendersi, e intorno alla famiglia si fece un vuoto carico di paura.

Fu l’incontro con Tano Grasso, fondatore della prima associazione antiracket italiana, a restituirle speranza. Quell’abbraccio in una piccola chiesa napoletana, che Silvana ricorda ancora con emozione, segnò l’inizio di un percorso nuovo: l’accesso ai benefici previsti dalla legge per le vittime di estorsione, il risarcimento parziale dei danni subiti e soprattutto la scoperta di una rete di solidarietà che le permise di non sentirsi più sola. Gli estorsori furono tutti arrestati. Il negozio di San Giovanni a Teduccio riaprì, con la saracinesca volutamente lasciata annerita come monito permanente contro l’omertà.


Il riconoscimento internazionale a Silvana Fucito e le ombre del 2014

Il coraggio di Silvana Fucito non passò inosservato oltre i confini italiani. Nel 2005 il settimanale «Time» la inserì tra i trentasette eroi europei dell’anno, nell’ambito degli European Heroes Awards: era uno dei soli due italiani presenti nella lista, insieme a Beppe Grillo. La rivista la descrisse come una combattiva imprenditrice napoletana che aveva sfidato la camorra rifiutando il pizzo e costruito dal basso una rete associativa capace di restituire coraggio a commercianti e imprenditori. Due anni dopo, nel 2007, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le conferì l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, riconoscimento che presuppone, tra gli altri requisiti, una condotta civile irreprensibile e almeno vent’anni di attività svolta con autonoma responsabilità.

Nel 2008, la sua storia ispirò la miniserie televisiva Il coraggio di Angela, trasmessa in prima serata su Raiuno in due puntate e interpretata da Lunetta Savino: un racconto di finzione che traspose la sua esperienza nel personaggio di Angela Latella, portando la vicenda all’attenzione di milioni di telespettatori. Tuttavia, nel 2014, un’indagine della Procura di Napoli su presunte frodi fiscali legate ad aziende riconducibili al marito Gennaro Petrucci la coinvolse come amministratore unico di una delle società sotto esame. La donna si dimise dal coordinamento regionale delle associazioni antiracket campane aderenti alla FAI, pur mantenendo la propria posizione di innocenza. Il tribunale del Riesame revocò successivamente la misura cautelare a carico del marito, ma la vicenda lasciò aperte domande scomode.


La fragilità dei simboli e la complessità della legalità

La parabola di Silvana Fucito evoca, per certi versi, quella di altri paladini della legalità che si sono rivelati, nel tempo, figure ben più contraddittorie di quanto la narrazione pubblica avesse lasciato intendere. Roberto Helg, presidente di Confcommercio Palermo, fu arrestato con l’accusa di estorsione — lo stesso reato contro cui affermava di battersi. Antonello Montante, delegato per la legalità di Confindustria Sicilia, finì sotto inchiesta per concorso in associazione mafiosa. Rosy Canale, volto noto dell’antimafia calabrese, fu condannata dal tribunale di Locri per aver utilizzato fondi pubblici a scopo personale.

Questi casi non annullano il valore delle battaglie combattute, né azzerano il coraggio che certi gesti richiedono. Ma ci ricordano che la lotta alla criminalità organizzata non può fondarsi sull’edificazione di eroi infallibili: ha bisogno, piuttosto, di istituzioni solide, di leggi efficaci e di una cultura civile diffusa che non deleghi a singoli individui il peso di scelte che spettano all’intera collettività. Come scrisse Bertolt Brecht, «sventurata la nazione che ha bisogno di eroi»: un monito che, a distanza di decenni, risuona ancora come una provocazione necessaria.

Riferimenti bibliografici

G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017. 

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