Amedeo Maiuri è stato uno dei protagonisti più luminosi dell’archeologia italiana del Novecento, un intellettuale capace di restituire voce e corpo a civiltà sepolte sotto secoli di silenzio. Eppure la sua figura, pur centrale nella storia culturale del nostro Paese, non gode oggi della notorietà che meriterebbe al di fuori degli ambienti specialistici. Nato a Veroli, in provincia di Frosinone, il 7 gennaio 1886, Maiuri incarnò un modello di studioso ormai quasi scomparso: quello dell’archeologo a tutto tondo, capace di muoversi con eguale competenza tra epigrafia, topografia, storia dell’arte e narrativa scientifica. Il suo stile elegante e accessibile lo rese il principale divulgatore dell’archeologia colta in Italia, un maestro nell’arte difficile di raccontare il passato senza banalizzarlo. La sua parabola umana e professionale, tuttavia, non fu priva di ombre e sofferenze: accuse ingiuste, processi, e un’ultima umiliazione burocratica che lo accompagnò fino alla morte.

Amedeo Maiuri: l’archeologia come vocazione e come scienza
Prima di addentrarsi nella biografia di Amedeo Maiuri, vale la pena soffermarsi sulla natura stessa della disciplina che egli praticò con straordinaria dedizione per tutta la vita. L’archeologia, nell’immaginario popolare alimentato dal cinema e dalla narrativa d’avventura, è spesso ridotta a una sorta di caccia al tesoro esotica, popolata di esploratori audaci e manufatti misteriosi. La realtà è ben più complessa e affascinante: l’archeologo è uno scienziato che interroga i resti materiali del passato — architetture, oggetti, resti biologici, iscrizioni — per ricostruire le strutture profonde delle civiltà umane.
Il suo metodo ricorda quello dello psicoanalista, che scava negli strati nascosti dell’esistenza per restituire alla coscienza ciò che il tempo ha sepolto. I reperti, in questa prospettiva, non valgono per se stessi, ma per la luce che proiettano sul contesto che abitavano. Maiuri comprese questa verità meglio di chiunque altro: per lui gli oggetti dissotterrati erano esseri umani, non semplici cose, e ogni frammento ceramico o affresco sbiadito raccontava una vita, un’emozione, una scelta.
Dagli studi filologici all’avventura archeologica nell’Egeo
Sorprende sapere che la prima passione intellettuale di Amedeo Maiuri non fu l’archeologia classica, bensì la filologia medievale. La sua tesi di laurea, discussa nel 1908 presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, era dedicata a Teodoro Prodromo, un poeta bizantino del XII secolo noto per i suoi epigrammi satirici e le sue opere in greco volgare. Fu proprio questa solida preparazione letteraria ed epigrafica ad attirare l’attenzione di Federico Halbherr, uno dei massimi archeologi dell’antichità classica, celebre per le sue scoperte a Creta e in Grecia, che lo volle con sé alla Scuola Archeologica Italiana di Atene.

Vinto il relativo concorso nel 1908 e conseguito il diploma alla Scuola Superiore di Archeologia nel 1911, Maiuri mosse i primi passi sul campo a fianco di Halbherr, dedicandosi alla pubblicazione delle epigrafi greche rinvenute nell’isola di Creta. Fu l’inizio di una straordinaria avventura intellettuale che lo avrebbe portato, dal 1914 al 1924, a dirigere la Missione Archeologica Italiana a Rodi, dove organizzò il servizio di tutela dei beni antichi del Dodecaneso appena occupato dall’Italia. In quegli anni, Maiuri condusse ricerche che abbracciavano un arco cronologico vastissimo, dalla frequentazione micenea alle testimonianze medievali dei Cavalieri Crociati, e trasformò l’antico ospedale dell’Ordine dei Cavalieri in un Museo Archeologico, seguendone personalmente l’allestimento insieme all’amico storico Giuseppe Gerola.
Amedeo Maiuri e i capolavori sepolti della Campania
Il ritorno in Italia, nel 1924, segnò l’inizio della stagione più feconda e celebre della carriera di Amedeo Maiuri. Chiamato a sostituire Vittorio Spinazzola alla guida della Soprintendenza di Napoli — un incarico che mantenne per quasi quarant’anni, fino al pensionamento del 1961 — assunse contemporaneamente la direzione degli scavi di Pompei e di Ercolano, due dei siti archeologici più straordinari al mondo. A Pompei, Maiuri non si limitò a dissotterrare edifici: entrò nell’intimità delle case, ne interpretò gli affreschi, ne ricostruì le atmosfere quotidiane con una vivacità narrativa che affascinava i lettori comuni non meno degli specialisti. Mercanti, magistrati, usurai, donne imprenditrici, biscazzieri e prostitute rivivevano nelle sue pagine con la stessa concretezza con cui Petronio o Virgilio avevano abitato quelle strade.
Ai Campi Flegrei identificò nel 1932 l’antro della Sibilla a Cuma, una delle scoperte più suggestive del secolo, e avviò le prime esplorazioni subacquee delle strutture sommerse dal bradisismo nella baia di Baia. A Ercolano, abbandonato il vecchio metodo dei cunicoli settecenteschi, promosse campagne di scavo sistematiche che portarono alla luce una porzione significativa della città antica, pubblicandone i risultati in un volume fondamentale nel 1958. Non meno importante fu il suo impegno a Capri, dove a partire dal 1932 diresse gli scavi della Villa Jovis, la grande residenza imperiale di Tiberio, definendoli in seguito «lo scavo forse più inebriante» della sua carriera. Così affascinato dall’isola da acquistarvi un piccolo podere in località Caprile, vi fece costruire una casetta chiamata “L’olivella”, rifugio prediletto per le vacanze in famiglia con la moglie Valentina Maffei e le figlie Ada e Bianca.

Il fascismo, la guerra e la difesa del patrimonio
La lunga carriera di Amedeo Maiuri si svolse in uno dei periodi più tormentati della storia italiana, e non stupisce che la questione dei suoi rapporti con il regime fascista abbia alimentato discussioni storiografiche ancora non del tutto risolte. Quel che appare certo è che Maiuri riuscì con straordinaria abilità diplomatica a ricoprire il medesimo incarico attraverso tre regimi diversi — la monarchia costituzionale, l’impero fascista e la Repubblica — senza mai aderire a iniziative politiche lesive della dignità umana. Anzi, nella fotografia che lo ritrae come guida a Pompei accanto a Mussolini e ai gerarchi fascisti nel 1927, egli è l’unico a non indossare la camicia nera.
Nel suo archivio si conserva inoltre una lettera del 1934 in cui esprimeva solidarietà ad Hermine Speyer, studiosa ebrea tedesca allontanata dall’Istituto Archeologico Germanico di Roma in applicazione delle leggi razziali, augurando che potesse continuare «il più serenamente possibile la sua nobile professione di studiosa». Durante la Seconda Guerra Mondiale, Maiuri si adoperò con determinazione per salvare le collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli dai bombardamenti che martoriavano la città, trasferendole in salvo presso l’Abbazia di Montecassino. In questo servizio si fratturò una gamba durante un’incursione aerea sulla strada tra Pompei e Napoli, un’invalidità che lo costrinse a camminare con il bastone per il resto della sua esistenza. Finita la guerra, fu denunciato da Giuseppe Spano, direttore degli Scavi di Pompei, per presunti legami con il regime. Il processo che ne seguì si concluse con la piena assoluzione.
L’ultima ingiustizia e il lascito di un maestro
Il capitolo finale della vita di Amedeo Maiuri è anche il più amaro. Quando si trattò di eseguire il raddoppio dell’autostrada Napoli-Pompei, l’ormai pensionato Maiuri mise a disposizione dell’impresa costruttrice alcune tonnellate di materiale di risulta proveniente da due secoli di scavi, un gesto di generosa collaborazione istituzionale che un funzionario interpretò come condotta illecita. Ne conseguì il sequestro dell’unica proprietà privata che l’anziano studioso possedeva: la casetta di Capri, L’olivella, il suo rifugio dell’anima. Per difendersi, Maiuri redasse un memoriale di settantanove pagine, documento di straziante dignità in cui ripercorreva quarant’anni di servizio alla cultura italiana, rivendicando con fermezza la propria integrità morale e professionale.
«Ho la coscienza di aver compiuto il mio dovere di funzionario e di aver ben meritato della pubblica amministrazione», scrisse con la compostezza di chi non ha nulla da nascondere. Morì a Napoli il 7 aprile 1963, a settantasette anni, prima che l’indagine giungesse a conclusione. Solo dopo la sua morte fu decretata la sua assoluta buonafede, e il villino di Capri fu restituito alle figlie. I funerali, imponenti e commossi, filmati dall’Istituto Luce, mossero dal Museo Archeologico Nazionale fino all’Università: i due luoghi che avevano scandito una vita interamente dedicata alla custodia della memoria collettiva di un Paese spesso incapace di riconoscere i propri grandi uomini finché sono ancora in vita.

Riferimenti bibliografici
G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017.


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