Li presero prigionieri con le armi ancora in pugno, mentre cercavano di difendere Napoli dall’ingresso delle truppe tedesche, subito dopo l’armistizio.
14 carabinieri

Erano 14 carabinieri italiani, in servizio presso la Caserma di Napoli Porto, fedeli fino all’ultimo giuramento alla Patria. Furono deportati, umiliati e fucilati a sangue freddo nelle campagne di Teverola, in provincia di Caserta.
Un massacro
Un massacro ordinato per vendetta e per dare un segnale chiaro: chi si opponeva alla Wehrmacht dopo l’armistizio del 8 settembre 1943 doveva morire. Nessun processo, nessuna colpa specifica, se non quella di essere rimasti al proprio posto mentre tutto il Paese cadeva a pezzi.
Cattura dei reparti italiani
Dopo la proclamazione dell’armistizio, i comandi tedeschi ordinarono la disarticolazione e la cattura di tutti i reparti italiani. A Napoli, i carabinieri della caserma di Porto opposero una resistenza attiva all’occupazione tedesca, ingaggiando scontri armati per difendere la città.
Furono in seguito catturati e disarmati. Alcuni tentarono la fuga, altri vennero rintracciati nei pressi di Aversa e condotti sotto scorta fino a Teverola, dove tra il 12 e il 13 settembre 1943, vennero giustiziati uno a uno, senza appello.
Assieme a loro, furono uccisi anche due civili, colpevoli di averli forse aiutati o semplicemente di trovarsi nel posto sbagliato.
“Morirono da servitori dello Stato”


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