Roberto Murolo è stato molto più di un cantante: è stato il custode vivente di un patrimonio sonoro antico e prezioso, l’interprete che ha saputo restituire alla canzone napoletana la sua dignità più autentica, liberandola dagli eccessi del melodramma per riportarla alla purezza essenziale delle origini. Napoli, città da sempre crocevia di civiltà e culture, ha prodotto nel corso dei secoli una tradizione musicale di straordinaria ricchezza, capace di raccontare la vita quotidiana, i sentimenti, le contraddizioni sociali e la bellezza paesaggistica di un territorio unico al mondo. In questo ecosistema culturale vibrante e complesso, la canzone non è mai stata semplice intrattenimento: è stata specchio e memoria collettiva, strumento di identità e di resistenza. Ed è in questo solco profondo che si inscrive l’opera di un artista straordinario, la cui voce ha attraversato quasi un secolo di storia italiana lasciando un’impronta indelebile.

Una città, una musica, un’identità
Per comprendere appieno la grandezza di Roberto Murolo, occorre prima soffermarsi sul contesto culturale che lo ha generato e nutrito. Napoli non è soltanto una città: è un organismo sonoro in perenne movimento, uno spazio in cui i suoni, i ritmi e le melodie costituiscono da secoli elementi fondanti dell’identità collettiva. Come ha osservato il sociologo Lello Savonardo, Napoli ha sempre vissuto la condizione di «terzo spazio», territorio di confine e luogo ibrido in cui culture diverse si incontrano, si mescolano e si trasformano in qualcosa di nuovo e originale.
Dalle antiche melodie arabo-napoletane alle contaminazioni con i ritmi afroamericani, la musica partenopea ha saputo reinventarsi senza mai perdere il filo della propria tradizione. La canzone napoletana, nelle sue mille sfumature espressive, ha funzionato nel tempo come un vero e proprio sismografo della realtà sociale: ha registrato trasformazioni, ansie collettive, gioie popolari, tragedie storiche e slanci lirici con una sensibilità che pochi altri generi musicali possono vantare. È in questo humus fertile e straordinariamente vivo che affonda le radici l’arte di Roberto Murolo.
Roberto Murolo: le radici di un predestinato
Nato a Napoli il 19 gennaio 1912, penultimo di sette figli, Roberto crebbe in via Cimarosa, nel quartiere Vomero, in una famiglia straordinariamente votata all’arte e alla cultura. Suo nonno materno era pittore, sua madre Lia Cavani una donna di grande sensibilità, e suo padre Ernesto era un giornalista, scrittore teatrale e poeta di successo, considerato uno dei massimi artefici della cosiddetta epoca d’oro della canzone napoletana, insieme a Salvatore Di Giacomo e Libero Bovio.
Ernesto Murolo fu autore di centinaia di poesie che si tradussero in canzoni celeberrime, intrise di dialetto, di paesaggi vesuviani e posillipini, di leggerezza e di malinconia. Scrisse testi indimenticabili come Pusilleco addiruso, vincitrice a Piedigrotta nel 1904, e collaborò con i più grandi compositori del suo tempo. La sua poesia, pittorica e visiva, tutta imperniata sull’amore e sui panorami napoletani, rappresentò per il giovane Roberto una scuola di vita e di arte senza pari. Crescere in quella casa significava respirare ogni giorno la bellezza del verso, la musicalità del dialetto, il profumo inconfondibile di una cultura millenaria.
Dalla chitarra ai palcoscenici d’Europa
Roberto Murolo non approdò alla musica per una scelta immediata e lineare: il suo percorso fu fatto di tappe, deviazioni e passioni parallele. Da giovane si dedicò con grande impegno allo sport, eccellendo nel nuoto, nel canottaggio e nel pugilato. Nel 1935 conquistò addirittura il titolo di campione universitario italiano nei tuffi, ricevendo il premio direttamente da Mussolini in piazza Venezia. Quello stesso anno fu assunto come impiegato in una compagnia del gas, esperienza che abbandonò dopo soli tre anni, attratto irresistibilmente dalla musica.

Aveva cominciato a studiare il sassofono e la fisarmonica da ragazzo, ma fu la chitarra, presa in mano a quindici anni, a diventare il suo strumento d’elezione e la sua voce seconda. Nel 1936, ispirandosi ai grandi gruppi vocali jazz americani, fondò il Mida Quartet, con cui intraprese una lunga tournée europea durata quasi otto anni, toccando Ungheria, Bulgaria, Germania, Grecia e Spagna. Fu un’esperienza formativa e avventurosa, che lo portò a misurarsi con pubblici diversi e a raffinare ulteriormente il proprio stile. Nel 1939, durante questi anni di peregrinazioni artistiche, morì il padre, lasciandogli in eredità un patrimonio poetico e musicale di inestimabile valore.
La consacrazione e il lungo sodalizio con la canzone classica
Terminata la guerra, Roberto Murolo intraprese la carriera solista con la determinazione di chi sa esattamente qual è la propria missione. Dopo le prime esibizioni come chansonnier al Tragara Club di Capri, dal 1947 avviò la sua prolifica attività discografica, registrando nei successivi dieci anni oltre trecentosessanta canzoni su 78 giri, diventando grazie alla radio una presenza familiare e amata in tutta Italia. Fu tuttavia la monumentale antologia Napoletana a consacrarlo definitivamente: dodici volumi che raccoglievano il meglio della tradizione partenopea dal XIII secolo all’epoca postbellica, un’opera di recupero e valorizzazione culturale senza precedenti nella storia della musica italiana.
Con quella chitarra discreta e quella voce capace di sussurrare e commuovere, Roberto Murolo dimostrò che la grande canzone non aveva bisogno di orpelli o virtuosismi: bastava la verità del sentimento e la precisione della dizione. Come autore vinse il Festival della Canzone Napoletana nel 1959 con Sarrà… chi sa e nel 1962 con Marechiare, Marechiare. Nel 1977 pubblicò Roberto Murolo cantautore, raccolta delle sue creazioni più personali, e nel 1982 Napule chiagne, Napule ride, contenente anche tre brani firmati da Domenico Modugno.
Il canto finale e l’eredità immortale di Roberto Murolo
La seconda e forse più intensa stagione artistica di Roberto Murolo prese avvio nel 1990, quando l’anziano cantante, ormai ultraottantenne, tornò in studio con energia rinnovata incidendo Na voce ‘na chitarra, seguito nel 1992 da Ottantavoglia di cantare, titolo eloquente di un artista che non aveva mai smesso di amare la scena. In questi anni strinse collaborazioni straordinarie con alcune delle voci più significative della musica italiana: cantò con Fabrizio De André la celeberrima Don Raffaé, con Enzo Gragnaniello e Mia Martini la toccante Scinn cu’ mme’, brano che contribuì a rilanciare la canzone napoletana con sonorità contemporanee senza tradirne l’anima più profonda. Il sodalizio con Renzo Arbore, cominciato anni prima, raggiunse in questo periodo la sua massima intensità. Nel 1993 partecipò al Festival di Sanremo con L’Italia è bella, canzone dedicata al tema dell’immigrazione.
Nel 1995 il presidente della Repubblica Scalfaro gli conferì l’onorificenza di Grand’Ufficiale per meriti artistici. Il 5 luglio 1996, in piazza del Plebiscito, davanti a una folla immensa in religioso silenzio, Roberto Murolo cantò Te voglio bene assaje: fu un momento di grazia collettiva, trasmesso in diretta su Raiuno, che rimane tra le pagine più belle della storia dello spettacolo italiano. Il 14 marzo 2003, a novantun anni, si spense a Napoli. «Ho perso un amico, l’uomo che mi ha insegnato tutto», disse Renzo Arbore. La camera ardente fu allestita nella Cappella Palatina del Maschio Angioino; i funerali si tennero nella basilica di San Ferdinando. Nella sua casa di via Cimarosa al Vomero ha oggi sede la Fondazione Roberto Murolo, che ne perpetua la memoria e ne tramanda il lascito incomparabile alle generazioni future.

Riferimenti bibliografici
G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017.


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