Carlo Pisacane è una delle figure più affascinanti e contraddittorie dell’intero Risorgimento italiano: un uomo che ha saputo incarnare, con rara coerenza intellettuale e morale, la tensione irrisolta tra ideale e realtà, tra la visione di una nazione libera e giusta e l’ostinata resistenza della storia. Nato a Napoli nel 1818 da una famiglia aristocratica, Pisacane scelse di abbandonare i privilegi del suo rango per abbracciare la causa dell’emancipazione popolare, pagando quella scelta con la vita. La sua vicenda non è soltanto la storia di un militare coraggioso o di un patriota romantico: è il racconto di un pensatore politico originale, capace di spingersi ben oltre i confini del liberalismo risorgimentale per abbozzare una visione socialista della società italiana. Un’eredità intellettuale e morale che il tempo ha in parte oscurato, ma che merita di essere riscoperta e compresa nella sua piena complessità.

Carlo Pisacane
Carlo Pisacane – Fonte: dominio pubblico

Una città, due nomi: l’equivoco dei Carlo Pisacane

Napoli ha il singolare privilegio di aver dato i natali a due uomini distinti che portavano lo stesso nome: Carlo Pisacane. Il secondo, nato nel 1891, fu un attore di teatro e cinema, celebre soprattutto per il ruolo di Capannelle ne I soliti ignoti di Mario Monicelli (1958), pellicola che segnò una stagione d’oro della commedia italiana. La sua frase «Che te sei scofanato, Capannè» è rimasta impressa nella memoria collettiva degli appassionati di cinema. Lavorò con Aldo Fabrizi e Totò, con Monicelli ancora ne L’armata Brancaleone e con Franco Zeffirelli in Fratello sole, sorella luna, prima di morire a Roma il primo gennaio 1974.

Ma è il primo Carlo Pisacane, il patriota e teorico del socialismo risorgimentale, il protagonista di questa storia: un uomo che ha attraversato la propria epoca come una fiamma, bruciando intensamente e spegnendosi troppo presto, lasciando dietro di sé una scia di idee e di coraggio difficile da dimenticare.


La formazione di un aristocratico ribelle

Figlio cadetto dei duchi di San Giovanni, rimasto orfano di padre in tenera età, Carlo Pisacane entrò a tredici anni nella Nunziatella, il prestigioso istituto militare napoletano che forgiava le giovani leve dell’aristocrazia partenopea. Lì rivelò doti eccezionali nelle scienze matematiche e nelle discipline tecniche, specializzandosi in artiglieria e genio militare con una competenza così solida da permettersi giudizi critici persino sull’improvvisazione tattica di Giuseppe Garibaldi, grande condottiero ma autodidatta, privo di qualsiasi formazione militare sistematica.

La svolta esistenziale arrivò l’8 febbraio 1847, quando Pisacane fuggì da Napoli con Enrichetta Di Lorenzo, donna sposata e madre di tre figli, costretta ancora giovanissima a un matrimonio di convenienza con Dioniso Lazzari, cugino dello stesso Pisacane. Ricercati dalla polizia borbonica con falsi documenti, i due viaggiarono attraverso l’Europa, toccando Londra e Parigi, vivendo tra privazioni e clandestinità. Fu in questo esilio volontario che Pisacane, a contatto con altri fuoriusciti politici, cominciò a trasformarsi da patrizio napoletano in patriota italiano, maturando una coscienza politica destinata a radicalizzarsi nel tempo.


Il pensiero di un rivoluzionario: oltre Mazzini, verso il socialismo

Ciò che distingue Carlo Pisacane dagli altri protagonisti del Risorgimento è la profondità e l’originalità del suo pensiero politico. Mentre Mazzini predicava l’unità nazionale fondata su basi spirituali e morali, Pisacane andava oltre, denunciando l’ipocrisia dell’uguaglianza politica in assenza di uguaglianza sociale. Nei suoi Saggi storici, politici e militari, scritti tra il 1851 e il 1856 e pubblicati postumi, elaborò una critica feroce ai regimi moderati e tracciò una visione della nazione in cui libertà e giustizia sociale erano condizioni inscindibili.

«La libertà senza l’uguaglianza non esiste», scrisse, con una chiarezza concettuale che anticipava temi destinati a dominare il dibattito politico europeo dei decenni successivi. Dopo aver combattuto nella prima guerra d’indipendenza, aver ricoperto il ruolo di capo di Stato Maggiore nella Repubblica Romana del 1849 e aver scoperto il socialismo durante il soggiorno londinese, Pisacane tornò nell’orbita mazziniana intorno al 1855, convinto che solo un’insurrezione popolare nel Mezzogiorno potesse davvero cambiare il destino d’Italia. Era una scommessa audace, forse temeraria, ma coerente con la sua visione di una rivoluzione che doveva nascere dal basso, dalle campagne e dai ceti più poveri, non dalle cancellerie diplomatiche o dai salotti borghesi.


La spedizione di Sapri: il sogno e il naufragio

Il piano elaborato tra la fine del 1856 e i primi mesi del 1857 era ambizioso quanto fragile. Un gruppo di patrioti avrebbe dirottato il piroscafo postale Cagliari, liberato i prigionieri politici di Ponza e sbarcato a Sapri per sollevare le popolazioni meridionali, mentre Genova e Livorno avrebbero fatto altrettanto. Garibaldi, lucidamente, rifiutò di partecipare, intuendo da veterano l’inconsistenza del progetto. Il 25 giugno 1857 l’azione ebbe inizio, ma le complicazioni si moltiplicarono fin dalle prime ore: le armi previste andarono perdute, i liberati di Ponza erano per lo più detenuti comuni, non militanti politici. Lo sbarco a Sapri si rivelò un disastro.

Monumento a Sapri in commemorazione dello sbarco – Fonte: foto personale

Il 2 luglio, nei pressi di Sanza, in provincia di Salerno, i contadini che Pisacane era venuto a liberare lo assalirono con falci e roncole, mentre le truppe borboniche stringevano il cerchio. Pisacane rifiutò di combattere e si tolse la vita. I morti furono meno di cinquanta; circa centocinquanta i prigionieri, condannati inizialmente a morte e poi all’ergastolo. Fu una sconfitta totale, militarmente e politicamente. Eppure, come scrisse lo storico Nello Rosselli, quelle pietre affondate nel gorgo della storia avrebbero continuato a sostenere il peso dell’edificio italiano.


La leggenda poetica e il lascito storico di Carlo Pisacane

Pochi mesi dopo la tragedia, il poeta Luigi Mercantini compose La spigolatrice di Sapri, destinata a diventare una delle liriche più amate del Risorgimento. Con il ritornello ossessivo «Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!», la poesia trasfigurò la disfatta in martirio, consegnando Carlo Pisacane all’immortalità letteraria. Mercantini esagerò i numeri — i caduti reali furono assai meno di trecento — e trasformò il capitano dai grandi baffi neri dei ritratti d’epoca nel «bel capitano» dagli occhi azzurri e dai capelli d’oro, secondo il canone romantico dell’eroe perfetto.

La cruda verità storica, tuttavia, nulla toglie alla potenza emotiva di quei versi, che Giovanni Pascoli indicò come tra i più capaci di «risuscitare ciò che è sepolto nei nostri cuori». La figura di Carlo Pisacane resta ancora oggi uno specchio scomodo e prezioso della storia italiana: un uomo che ha creduto nella libertà e nell’uguaglianza come valori inseparabili, che ha pagato con la vita la propria coerenza e che, nella sconfitta, ha gettato semi destinati a germogliare molto dopo la sua morte.

Riferimenti bibliografici

G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017. 

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