Nicola Romeo è una di quelle figure che la storia ha trattato con imperdonabile distrazione: un uomo che ha trasformato un sogno industriale in un marchio destinato a diventare leggenda, eppure rimasto nell’ombra rispetto alla creatura che ha contribuito a plasmare. La sua vicenda personale — fatta di sacrifici giovanili, intuizioni geniali, amicizie profonde e una fine segnata dall’amarezza — rispecchia con fedeltà le contraddizioni di un’Italia che si affacciava con entusiasmo e fragilità all’età industriale. Nato in un paese dell’hinterland napoletano, cresciuto tra stenti e determinazione, Romeo percorse a piedi chilometri di strada per raggiungere la scuola, studiò nei migliori atenei europei e finì per dare il proprio nome a uno dei brand automobilistici più amati e riconoscibili del mondo. Una storia che merita di essere raccontata nella sua interezza, restituendo a quest’uomo la complessità e la grandezza che gli spettano.

Le radici dell’industria automobilistica italiana
Prima che Nicola Romeo entrasse in scena, l’Italia aveva già mosso i primi passi esitanti verso la motorizzazione. Fu Michele Lanza, erede di un’azienda dedita alla produzione di candele e sapone, a costruire nel 1895 quella che viene considerata la prima vera automobile a quattro ruote realizzata nel paese. Lanza aveva conosciuto il nuovo mezzo durante i suoi frequenti viaggi a Parigi, dove l’automobile stava già rivoluzionando il paesaggio urbano delle capitali europee. La sua fabbrica chiuse nel 1903, ma aveva tracciato una direzione: costruire vetture capaci di percorrere almeno cento chilometri senza guasti. Sull’onda di quell’intuizione si mossero altri imprenditori.

Torino divenne il cuore pulsante del settore con la nascita della FIAT nel 1899, fondata con un capitale di ottocentomila lire e un appezzamento di dodicimila metri quadrati. A Milano, nel 1910, un gruppo di industriali lombardi rilevò la Società Italiana Automobili Darracq e la ribattezzò ALFA — Anonima Lombarda Fabbrica Automobili — affidando la direzione tecnica a Giuseppe Merosi, che progettò la prima vettura del marchio e propose il celebre logo: il biscione visconteo affiancato dalla croce rossa su campo bianco, stemma di Milano, ancora oggi simbolo dell’azienda. In questo panorama industriale in rapida evoluzione, e nel pieno delle difficoltà legate alla Prima guerra mondiale, si inserì la figura di Nicola Romeo.
Nicola Romeo: dall’hinterland napoletano alle vette dell’industria
Nato il 28 aprile 1876 a Sant’Antimo, comune dell’entroterra campano, Nicola Romeo era il primogenito di Maurizio, maestro elementare di origini lucane, e di Consiglia Tagliatela. La famiglia era numerosa — otto figli in tutto — e le risorse scarse, ma il giovane Nicola dimostrò fin dall’adolescenza una tenacia fuori dal comune. Ogni mattina percorreva a piedi circa quattordici chilometri per raggiungere l’istituto tecnico di Napoli, con qualsiasi condizione atmosferica, e integrava il magro bilancio familiare impartendo lezioni private di matematica. Nel 1899 si laureò in Ingegneria meccanica al Politecnico di Napoli — oggi Facoltà di Ingegneria dell’Università Federico II — e poco dopo si trasferì in Belgio per specializzarsi in elettrotecnica, poi in Francia e in Germania per approfondire le conoscenze in campo meccanico, idraulico e ferroviario.

Al rientro in Italia, l’unica offerta concreta che ricevette fu un posto da capostazione a Tivoli, che rifiutò senza esitazione. La svolta arrivò per caso, durante un viaggio per un colloquio: Romeo incontrò un dirigente inglese della Robert Blackwell & Co., che rimase talmente colpito dal giovane ingegnere da affidargli la guida della filiale italiana della società. Fu l’inizio di una carriera straordinaria.
Nicola Romeo: un imprenditore con la poesia negli affari
Nel 1906, dopo anni di rappresentanza per conto di aziende straniere, Nicola Romeo decise di mettersi in proprio. La sua prima iniziativa fu l’importazione dagli Stati Uniti di macchinari per l’ingegneria civile; negli ambienti industriali milanesi venne presto soprannominato “Sirena” per la straordinaria capacità di convincere e affascinare i propri interlocutori. Nel 1911 fondò la società Ing. Nicola Romeo & C., specializzata in macchinari per l’estrazione mineraria, e quattro anni dopo, nel 1915, acquisì l’ALFA, salvandola da una crisi produttiva che la stava paralizzando. Nel 1918 la società assunse il nome di ALFA Romeo e riprese a produrre automobili. La personalità di Romeo emerge con straordinaria vivezza da un carteggio ritrovato quasi per caso: una quarantina di lettere scritte tra il 1901 e il 1912 ad Assunta Bucci Kerbaker, madre del suo amico di studi Ettore Kerbaker, che lo aveva ospitato nella sua casa al Vomero durante gli anni napoletani.
Le lettere, curate da Andrea Kerbaker e pubblicate nel 2015 da Interlinea Edizioni con il titolo Alle radici dell’Alfa Romeo, rivelano un uomo di rara profondità umana. In una missiva particolarmente toccante, Romeo confessa di essere stato «quasi accusato di mettere troppa poesia negli affari», e aggiunge: «io altrimenti non so fare… vi arrivo per altra via, fatta di sacrificio, di spinta e di lavoro invincibile e tenace». Parole che oggi suonano come un manifesto di un’etica imprenditoriale lontana anni luce dai freddi calcoli del management contemporaneo.
Le vittorie, il potere e l’estromissione
Sotto la guida di Nicola Romeo, l’ALFA Romeo conobbe stagioni di gloria sportiva che ne amplificarono enormemente il prestigio internazionale. Nel 1923 la vittoria alla Targa Florio con Ugo Sivocci al volante aprì una stagione trionfale; nel 1925 la P2, progettata dal geniale Vittorio Jano e guidata da Antonio Ascari e Gastone Brilli-Peri, conquistò il primo Campionato Mondiale di automobilismo della storia.

Il marchio aprì filiali in Inghilterra, Spagna e Germania. Ma il successo non mise al riparo Romeo dalle turbolenze interne. L’autarchia imposta dal regime fascista creava frizioni continue: quando Mussolini lo rimproverò per l’acquisto di componenti straniere, Romeo rispose con una franchezza che non ammetteva equivoci — i materiali migliori si acquistano dove vengono prodotti, e se l’Italia non li produce, si va all’estero. Nel 1925 fu di fatto estromesso dalla guida operativa dell’azienda, pur conservando formalmente la presidenza fino al 1928. Con lui lasciarono l’ALFA Romeo anche i fedelissimi Michele Nicolais, Angelo Gradi ed Edoardo Fucito. Romeo non offrì spiegazioni pubbliche e si chiuse in un silenzio assoluto.
Il tramonto di un protagonista dimenticato
Nominato senatore del Regno da Mussolini nel 1929, Nicola Romeo si trasferì a Roma, dove tentò — invano — di sensibilizzare l’assemblea sull’importanza strategica dell’industria aeronautica italiana, settore nel quale aveva investito con lungimiranza avviando nel 1926 la produzione di motori aerei a Pomigliano d’Arco. La crisi del 1929 travolse anche quell’iniziativa. Ammalatosi, si ritirò nella villa di Magreglio, sul lago di Como, dove morì il 15 agosto 1938, a soli sessantadue anni. Luigi Federzoni, presidente del Senato, lo commemorò ricordandone le qualità di «tecnico reputatissimo» e «sagace capitano d’industria», capace di portare il marchio italiano alla ribalta della concorrenza internazionale.
Lasciò la moglie Angelina Valadin e sette figli, tra cui una bambina di nome Giulietta — nome che sarebbe poi tornato, anni dopo, su una delle vetture più amate della casa automobilistica a cui aveva dato il suo nome. Una coincidenza che sembra quasi un omaggio postumo, silenzioso e gentile, all’uomo che aveva saputo mettere, come lui stesso diceva, «troppa poesia negli affari».

Riferimenti bibliografici
G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017.


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