C’è un angolo del centro storico di Napoli dove oggi si entra a giocare a bingo. Pochi sanno che quello stesso spazio fu per oltre tre secoli uno dei palcoscenici più importanti d’Europa, capace di lanciare un genere musicale che avrebbe conquistato Parigi e fatto discutere Jean-Jacques Rousseau. La storia del Teatro dei Fiorentini è una di quelle storie napoletane in cui grandezza e tragicomia si mescolano in egual misura.


Una nascita tra le strade spagnole

Il teatro venne fondato nel 1618 e prese il nome dalla vicina Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. Siamo in piena dominazione spagnola, in una Napoli che conta già più di trecentomila abitanti ed è una delle città più grandi d’Europa. Con una capienza di circa 250 persone, nel suo primo secolo di vita ospitò esclusivamente rappresentazioni in prosa. Il repertorio era prevalentemente quello della commedia spagnola, un genere che sul finire del Seicento cominciava a sembrare decisamente stantio.

Nel 1706, vista la debolezza dell’attività in corso, alcuni nobili decisero di rinnovarlo radicalmente e di trasformarlo in un teatro d’opera, grazie all’esperienza del nuovo direttore Nicola Serino. In breve tempo divenne uno dei maggiori palcoscenici napoletani, sul quale venivano rappresentati intermezzi e opere buffe dei più importanti compositori partenopei dell’epoca.


Un incendio, una rinascita, e l’opera buffa

Cinque anni dopo la grande svolta artistica, il destino ci mise lo zampino nel modo più drammatico. Il 17 gennaio 1711, dopo la messa in scena de La Cianna, un terribile incendio distrusse il teatro. Il successo non venne meno alla struttura, che fu riaperta due anni dopo, nel 1713. La ricostruzione fu l’occasione per fare le cose in grande, e il Fiorentini tornò protagonista in un momento storico eccezionale per la musica napoletana.

Tra il 1720 e il 1730 si consolidò a Napoli una tradizione comica ben definita, con compositori come Leonardo Leo, Nicola Porpora, Leonardo Vinci e Giovanni Battista Pergolesi; il successo di queste rappresentazioni fu tale che nuovi teatri specializzati vennero aperti in città. Il Fiorentini era al centro di tutto questo fermento. Fu proprio qui che nel 1732 Pergolesi ottenne grande successo con la sua prima opera buffa, Lo frate ’nnamorato, su libretto di G. A. Federico. La vena sentimentale che percorreva quell’opera fissò una delle caratteristiche del genere, destinata a durare fino alla fine del Settecento.

La storia successiva è nota: dalla stessa fucina napoletana sarebbe uscita La serva padrona, che nel 1752, eseguita a Parigi, scatenò la cosiddetta querelle des bouffons fra i sostenitori dell’opera francese, rappresentati da Rameau, e i filoitaliani, rappresentati dagli enciclopedisti. Napoli aveva esportato una rivoluzione musicale. E il Fiorentini ne era stato il laboratorio.


Gli anni d’oro e la gestione scellerata di Trinchera

Non tutto filò liscio, naturalmente. Nel 1747 il teatro fu rilevato da Pietro Trinchera, ma l’iniziativa si concluse miseramente nel 1755. Trinchera era anche commediografo e scrittore satirico: i suoi testi mordaci gli costarono cari. I suoi scritti offensivi nei confronti della chiesa, o secondo altri i suoi dissesti finanziari, gli valsero nel 1755 la fuga nella chiesa di Santa Maria del Carmine, dove fu arrestato e poi tradotto nelle carceri del Ponte di Tappia. Una fine tragicomica per l’impresario di quello che avrebbe dovuto essere il teatro più glorioso di Napoli.

Il Fiorentini si riprese anche da questo. Dal 1773 al 1779 il teatro fu restaurato e ampliato secondo il disegno dell’architetto Francesco Scarola, allievo di Ferdinando Fuga. Nella stagione 1781-82, ad esempio, il palcoscenico accolse il debutto napoletano della soprano toscana Celeste Coltellini, che divenne una delle voci più apprezzate della città. Nel 1845 entrò nella Compagnia Reale dei Fiorentini per la prima volta Tommaso Salvini, che vi sarebbe rientrato nel 1860 con il direttore Adamo Alberti. Salvini sarebbe diventato uno dei più celebri attori tragici del XIX secolo.


Dai bombardamenti al bingo

Il Novecento fu crudele con il Fiorentini. Nel 1941 il teatro fu gravemente danneggiato da un bombardamento. Negli anni cinquanta del XX secolo fu completata la sua demolizione nel prosieguo dei lavori di costruzione del nuovo rione Carità: smise così di funzionare come teatro e oggi in quel luogo è ubicata una fondazione che porta il nome di Fiorentini, inizialmente un cinema e in seguito una sala da bingo.

È una parabola che dice molto di come Napoli ha trattato — e spesso maltrattato — la propria memoria. Il teatro più antico della città, quello che aveva contribuito a inventare l’opera buffa moderna, sparì sotto le ruspe del dopoguerra insieme a buona parte del tessuto urbano del rione. Al suo posto, prima i film e poi le schedine. La storia del Fiorentini non è solo la storia di un edificio perduto: è la storia di una città che continua a fare i conti con un passato scomodo nella sua stessa grandezza.


Riferimenti bibliografici e link

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