Il Vesuvio e il Monte Somma ai tempi del 79 d.C.

Se si studiasse con attenzione la cartina geografica di allora, si noterebbe che all’epoca dell’Impero Romano il Vesuvio non era visibile come oggi: la costa campana appariva senza l’attuale cono del vulcano.

L’antico Vesuvius

Quello che vediamo oggi non è il killer che distrusse Pompei, Terzigno, Ercolano, Boscoreale, Oplontis e Stabia, ma fu un altro vulcano che si trovava nello stesso punto, molto più antico: il Somma. Il monte infatti, non è altro che una cresta circolare che gira attorno al Vesuvio ed è ciò che rimane del cratere dell’antico rilievo che c’era prima. E fu proprio l’eruzione del 79 d.C. a dare inizio alla crescita dell’attuale vulcano, impiegando secoli a raggiungere le dimensioni che si vedono oggi: non a caso, in alcuni affreschi medievali che raffigurano San Gennaro con il Vesuvio alle spalle, lo si vede ancora più piccolo del Somma.

In aggiunta, per evitare di fare un po’ di confusione quando si leggono i testi antichi, è importante sapere che i Romani non chiamavano l’antico vulcano Somma come facciamo noi oggi, ma già Vesuvius o Vesbius, trasferendo poi questo antico nome al nuovo cono. 

Vesuvio
Eruzione del 79 d.C proiettata dal MAV

Un vulcano nascosto

Un altro mito da sfatare è come mai i Romani non si fossero mai accorti della pericolosità del rilievo. Nei film e nei romanzi famosi, si vede sempre Pompei sovrastata da un cono imponente: in realtà, ebbe quelle dimensioni solo nella Preistoria, durante l’ultima glaciazione, quando continue colate laviche avevano fatto crescere un vulcano immenso. In seguito, frequenti eruzioni esplosive lo avevano demolito e fatto sprofondare, lasciando in superficie solo la base del cratere. Quindi, i Romani altro non vedevano che un monte basso e lungo, pianeggiante al centro e con qualche rilievo lungo i margini. 

A contribuire a rendere ancora più nascosta la sua vera identità c’erano i boschi, i vigneti e i campi coltivati. Perfettamente mimetizzato, era a prima vista identico ai monti circostanti.

Per quanto si sa oggi, le sole zone sprovviste di vegetazione erano la cresta più alta e un’area centrale, sassosa e priva di vita (probabilmente il tappo che poi esplose), la quale però non doveva essere molto estesa perché di solito, sulle superfici vulcaniche spente, la vegetazione ricresce velocemente. Ed ecco perché i Romani non si accorsero mai di vivere alle pendici di un colossale vulcano.

A dire il vero, alcuni studiosi di epoca romana avevano compreso la reale natura del luogo: Strabone, famoso geografo greco, morto cinquant’anni prima dell’eruzione, aveva intuito la vera identità di quel rilievo perché aveva notato che in alto era piatto, arido, con tonalità color cenere e con frequenti caverne e spaccature tappezzate di rocce, che sembravano addirittura bruciate. Concluse che, in passato, in quest’area doveva esserci stato un vulcano che poi si era spento.

Anche lo storico Diodoro Siculo aveva intuito più o meno la stessa cosa: un secolo prima dell’eruzione del 79 d.C., aveva scritto che in passato da quel monte fuoriusciva del fuoco e che mostrava ancora chiari segni di quell’antica attività. Entrambi ebbero l’intuizione giusta, ma nessuno li ascoltò. 

Strabone, geografo greco antico

Una forma insolita

Il fatto più incredibile è che i Pompeiani e gli Ercolanesi avevano persino dipinto su alcuni dei loro affreschi il rilievo, senza accorgersi che era un vulcano molto pericoloso: si tratta di documenti storici fondamentali per capire al meglio la sua forma prima dell’eruzione.

Innanzitutto, del vulcano preistorico completamente demolito si intravedeva solo la base dell’ampio cratere con un lato più basso rispetto al resto, quindi il suo aspetto cambiava a seconda della prospettiva da cui lo si osservava.

Chi abitava ad Ercolano si trovava sulla parte più bassa del vulcano e vedeva molto bene la “punta” del Monte Somma. L’effetto che dava agli occhi degli Ercolanesi è stato immortalato in un celebre affresco rinvenuto nel 1879, che decorava un tempietto domestico dell’abitazione di un pompeiano, Rustio Vero. Si vede Bacco coperto di grappoli d’uva e alle sue spalle un monte ripido ricoperto da vigneti.

Quasi tutte le guide e i libri su Pompei lo indicano come il Vesuvio, ma in realtà si tratta dell’attuale Monte Somma, cioè il bordo del cratere preistorico visto di lato. Si intuisce bene quanto da Ercolano apparisse aguzzo e quanto fosse ricco di uva, segno che veniva considerato come un elemento generoso della campagna

Chi viveva a Pompei o Stabia invece, si trovava davanti il lato piatto e aperto del vulcano senza nessuna barriera naturale, quindi niente che potesse fermare le terribili valanghe ustionanti di cenere e gas che avrebbero distrutto di lì a poco intere città. Infine, chi guardava il vulcano da est (dall’attuale città di Nocera Inferiore), vedeva un monte basso e anonimo all’orizzonte.

Un killer “buono”

C’è una storia curiosa riguardo il cratere del Somma, che permise ad un famoso personaggio della storia di nascondersi: nel 73 a.C. Spartaco, il gladiatore originario della Tracia, si rifugiò con i suoi seguaci proprio in cima al monte. Il pretore romano Appio Claudio Pulcro sbarrò l’unica via di accesso, pensando di averlo chiuso in trappola, ma Spartaco si calò dal lato opposto, usando corde di viticci e sorprendendo poi i suoi avversari nel loro accampamento. 

Insomma, se il Vesuvio avesse mantenuto intatto il suo cratere dai tempi della Preistoria (o almeno la sua forma circolare), forse i Romani avrebbero compreso che si trattasse di un vulcano, ma il suo secolare silenzio avrebbe comunque ingannato tutti. 

Vesuvio
Spartaco e la battaglia del Vesuvio

Il parco nazionale del Vesuvio

Il Parco Nazionale del Vesuvio è stato istituito il 5 giugno 1995, per rappresentare al meglio il territorio ai piedi del vulcano e per il suo grande interesse geologico, biologico e storico. Il parco si sviluppa attorno al complesso vulcanico Somma-Vesuvio e la sede è situata nel comune di Ottaviano, nella città metropolitana di Napoli. Si può accedere al sito cliccando qui.

Fonti:

Alberto Angela, I tre giorni di Pompei, Bur, 2014 

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