
Rappresaglia nazista colpisce contadini e bambini. Avevano il fucile puntato addosso e lo sguardo pieno di paura. Tutti colpevoli, secondo i tedeschi, di essere italiani.
Uno dopo l’altro
Tutti giustiziati, uno dopo l’altro, in due giorni di follia e vendetta. Così si consumò, il 12 e il 14 ottobre 1943, l’eccidio di Castel di Pignataro, uno dei crimini più crudeli compiuti in Campania durante la Seconda Guerra Mondiale.
Hermann Göring
In località Taverna e Arianova, appena fuori il centro abitato di Pignataro Maggiore, le truppe della divisione corazzata “Hermann Göring”, già responsabili di precedenti stragi nel casertano, agirono con ferocia inaudita. A scatenare la rappresaglia, un presunto attacco partigiano a un convoglio tedesco. Senza alcuna verifica, i soldati procedettero al rastrellamento di civili, tra cui contadini, operai, giovani e anziani.
Fucilazione nelle campagne
Furono 20 le vittime in totale, secondo gli archivi locali. Alcune furono uccise sul posto, davanti ai familiari; altre trascinate in campagna, costrette a scavarsi la fossa, poi fucilate a bruciapelo. Tra le vittime, anche una donna con il figlio piccolo tra le braccia, un gesto che non impietosì i soldati, che aprirono il fuoco ugualmente.
Il sangue scorse sulla terra arata di ottobre, lasciando una ferita che la comunità porta ancora addosso come un marchio.
Il contesto
L’eccidio si inserisce nella più ampia strategia nazista di repressione indiscriminata nella Campania settentrionale, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Le zone rurali tra Caserta e il Volturno furono dichiarate “zone di operazioni” e sottoposte a leggi marziali. I tedeschi applicarono una logica di punizione collettiva, bruciando case e sterminando famiglie intere in risposta a ogni minima forma di opposizione.


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