La Napoli imperiale affonda le sue radici nella Neapolis che, dopo la Terza guerra sannitica, si rafforzò militarmente e seppe resistere persino ad Annibale, avviandosi poi a un’intensa fase commerciale grazie al suo porto aperto ai mercanti di tutto il Mediterraneo. Con la guerra civile tra Mario e Silla la città subì una dura crisi, perdendo flotte e traffici, mentre i ceti agrari presero il sopravvento. Lo spostamento del porto a Puteoli ridusse ulteriormente il suo ruolo, trasformandola però in un centro di otium e residenze aristocratiche lungo la costa. In età imperiale divenne rifugio privilegiato dell’élite romana, attratta sia dal mare che dalle tradizioni greche ancora vive. L’urbanistica e i culti conservarono a lungo le radici elleniche, accogliendo col tempo influenze orientali. Tra ville sontuose, terme, teatri e scuole filosofiche, Neapolis si impose come centro culturale e simbolo di lusso mediterraneo.

Neapolis dopo la Terza guerra sannitica
All’indomani della vittoria romana nella terza guerra sannitica (combattuta dal 298 a.C. al 290 a.C.), si aprì per Neapolis una nuova fase di sviluppo politico e militare. La città venne dotata di contingenti di cavalleria, formati da guerrieri di origine prevalentemente greca, fra i quali le fonti ricordano il valoroso Ipparco Hegeas. Le truppe napoletane seppero distinguersi anche in grandi scontri della storia militare, come la battaglia di Canne. Nonostante l’avanzata di Annibale, Neapolis non cadde mai sotto il controllo cartaginese, potendo contare su solide difese e su un’organizzazione militare efficiente. Terminata la minaccia punica, la città accentuò la propria vocazione commerciale: il porto divenne un centro di smistamento fondamentale per le rotte mediterranee e Neapolis si arricchì della presenza di mercanti provenienti da Delo, da comunità ebraiche, dalla Grecia e dall’Egitto alessandrino.
La guerra civile e il declino commerciale
La situazione mutò radicalmente con lo scoppio della guerra civile dell’82 a.C., che vide contrapporsi Mario, sostenitore delle istanze popolari, e Silla, difensore dell’oligarchia senatoria. I ceti mercantili di Neapolis si schierarono con Mario, ma alla vittoria di Silla seguirono pesanti conseguenze: le flotte furono confiscate, gli interessi commerciali ridotti in rovina e le attività economiche subirono un lungo arresto. In questo contesto, i gruppi agrari, fino ad allora in secondo piano, emersero come forza dominante nella vita cittadina.

Trasformazione in centro di otium
La crisi che ne seguì si aggravò ulteriormente con lo spostamento del porto militare a Miseno e con la perdita di Pithecusa, sottratta al territorio napoletano e restituita soltanto da Augusto nel I secolo d.C., in cambio dell’isola di Capri. Ciò determinò un inevitabile spostamento dei traffici da Neapolis a Puteoli (Pozzuoli), che divenne il principale snodo commerciale dell’Italia meridionale, tanto da essere considerata una “seconda Roma” per ricchezza e vivacità economica. Neapolis, ridimensionata nel suo ruolo, si trasformò progressivamente in un centro dedito all’otium. Tale condizione, lungi dall’essere percepita come una decadenza, rese la città una rinomata località di villeggiatura, al pari di Baia. Lungo la costa di Posillipo sorsero sontuose residenze marittime, rifugi di pace e di lusso.

Napoli imperiale e vita culturale
La Napoli imperiale si impose come meta privilegiata dell’aristocrazia romana. Patrizi e benestanti vi trascorrevano periodi di riposo, attratti non solo dal clima e dal mare, ma anche dalla persistenza di tradizioni culturali greche. Il poeta Stazio celebrò nelle sue “Silvae” il dolce vivere partenopeo, caratterizzato da otium, spettacoli teatrali e feste. Persino l’imperatore Nerone soggiornò più volte in città, esibendosi nei teatri locali e ricevendo applausi dai mercanti provenienti da Alessandria. L’area della Riviera di Chiaia conobbe in quel periodo una notevole espansione urbanistica, e la crypta neapolitana che conduceva a Puteoli divenne teatro di riti orgiastici in onore di Dioniso.

La prosperità economica favorì una grande varietà di mestieri: architetti, fabbri, marmorari, argentieri, falegnami e produttori di profumi e unguenti. Il traffico di schiavi garantiva ulteriori guadagni, mentre mimi, attori e danzatori trovavano lavoro in un ambiente votato al piacere e allo spettacolo.
Dal punto di vista amministrativo, la città fu elevata a colonia sotto Marco Aurelio, assumendo temporaneamente il nome di Aurelia Augusta Antoniana Felix Neapolis. Tuttavia, le istituzioni tradizionali rimasero inalterate: gli arconti continuavano a essere eletti ogni cinque anni, gli agoranomi gestivano le questioni edilizie e l’assemblea civica conservò la denominazione di bulè, segno della continuità con le radici greche.
Urbanistica, religione e cultura della Napoli imperiale
L’assetto urbanistico mantenne la struttura ortogonale originaria. Gli stenopoi si trasformarono nei cardines e le plateiai nei decumani: il superiore (via Anticaglia), l’inferiore (via San Biagio dei Librai) e il maggiore (via dei Tribunali). L’agorà greca divenne il forum romano, sede della basilica e delle funzioni civili, attorniata da botteghe e taverne. In una di queste, rinvenuta in via San Giuseppe de’ Ruffi, vennero alla luce affreschi raffiguranti le maschere dell’atellana, tra cui Maccus, antesignano della futura maschera di Pulcinella.
Le tabernae vinarie costituivano centri di socialità, dove si bevevano vini rinomati come il Falerno, il trebillico e il vino di Sorrento, ricordati anche da Plinio. Nella città operavano banchieri (spesso accusati di usura), calzolai, rivenditori di abiti usati, venditori di frutta secca ed erbaggi.
Non mancavano giocolieri, banditori e venditori ambulanti di dolciumi e legumi arrostiti. Le cauponae e le popinae, frequentate rispettivamente da classi più abbienti e da ceti popolari, spesso celavano attività di prostituzione.
Dal punto di vista religioso, i culti tradizionali rimasero sostanzialmente invariati per lungo tempo, riflettendo la profonda influenza greca. Solo dal I secolo d.C. si diffusero culti orientali, come quello di Iside e di Mithra, praticati in particolare dai soldati nelle grotte di Posillipo ed Echia.
Sul piano edilizio, in età augustea furono realizzati un teatro all’aperto e un odeon, i cui resti sono tuttora visibili nella zona dell’Anticaglia. Vi erano probabilmente anche un anfiteatro e un ginnasio, quest’ultimo restaurato da Tito. Le terme costituirono una novità di primaria importanza: numerosi impianti sorsero nel cuore della città, alimentati da acque vulcaniche, soprattutto nell’area di Forcella e lungo l’attuale piazza Bovio.
All’esterno delle mura fu costruito uno stadio, forse affiancato da un ippodromo, che ospitava gare atletiche e poetiche. Augusto promosse inoltre la costruzione dell’acquedotto del Serino, che con i suoi oltre novanta chilometri riforniva Neapolis, Pozzuoli, Cuma e Miseno, dove terminava nella monumentale Piscina Mirabilis.
Neapolis divenne anche un centro culturale di primo piano. Vi operarono due scuole filosofiche epicuree: quella di Filodemo di Gadara, amico di Cicerone e autore di numerosi scritti, e quella di Sirone, maestro di Virgilio, che tanto amò la città da voler essere sepolto in loco. Dopo la morte di Sirone, le due scuole confluirono sotto la guida di Filodemo.
Le abitazioni civili, in genere a due o tre piani, erano simili a quelle di Pompei ed Ercolano. Le ville urbane e marittime, decorate da mosaici e affreschi, rappresentavano invece il massimo del lusso. Tra queste spiccava la villa di Lucullo a Pizzofalcone e quella di Vedio Pollione a Posillipo, ricca di edifici monumentali e poi passata ad Augusto. Non mancavano ville rustiche nei dintorni, come a Capodimonte e Ponticelli, destinate alla produzione di vino, olio e frutta, prodotti che contribuirono alla fama e alla prosperità agricola del territorio partenopeo.
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