Carlo d’Angiò a Napoli inaugurò una nuova era per il Mezzogiorno, segnando la definitiva affermazione del potere angioino dopo la vittoria di Benevento. Accolto trionfalmente dalla città partenopea, fedele alla causa guelfa, il sovrano francese scelse Napoli come capitale del Regno, preferendola a Palermo ancora legata agli Hohenstaufen. La sua politica di pacificazione e ricompense non bastò tuttavia a garantire stabilità: la minaccia di Corradino di Svevia, ultimo discendente legittimo della dinastia sveva, riaccese il conflitto che si concluse tragicamente con la battaglia di Tagliacozzo del 1268 e l’esecuzione del giovane principe. Eliminata ogni velleità ghibellina, Carlo avviò un ambizioso programma di trasformazione urbanistica che fece di Napoli una capitale medievale moderna, dotata di chiese, conventi, castelli e infrastrutture portuali. Il peso fiscale delle riforme e la rigida separazione tra nobiltà terriera e ceto mercantile avrebbero però condizionato negativamente lo sviluppo economico del Mezzogiorno per i secoli a venire.

L’ingresso di Carlo d’Angiò a Napoli
Dopo la vittoria riportata a Benevento, Carlo d’Angiò, avendo ordinato che il corpo di Manfredi rimanesse insepolto, poi recuperato e tumulato solo successivamente, intraprese immediatamente la marcia verso Napoli. La città, da tempo devota alla Chiesa e pronta ad accogliere il nuovo sovrano, fu la prima del Regno a tributargli solenni onori. Una delegazione composta da diciotto cavalieri, guidata dal nobile Francesco Loffredo, si recò infatti ad Aversa, dove incontrò l’angioino consegnandogli le chiavi di Partenope e pronunciando in lingua francese il saluto ufficiale. Prima dell’ingresso trionfale fu organizzato un imponente corteo, aperto dal clero che avanzava dietro una croce monumentale. Il popolo acclamava festoso sia l’imponente Carlo sia l’elegantissima consorte Beatrice di Provenza, entrambi già investiti dal Pontefice dell’autorità regia. Anche i sostenitori della dinastia sveva furono costretti a piegarsi alla nuova realtà politica, giurando fedeltà alla corona angioina.
Con Carlo d’Angiò a Napoli arriva una politica di pacificazione e ricompense
Stabilitosi a Napoli, che venne preferita a Palermo come sede della capitale, essendo quest’ultima ancora profondamente legata agli Hohenstaufen, Carlo pose come obiettivo prioritario la pacificazione del Regno, sconvolto da anni di conflitti. A tal fine promulgò due decreti, rispettivamente nel 1266 e nel 1267, con cui concesse un perdono generale agli avversari politici, disponendo la liberazione dei prigionieri detenuti per ragioni di parte. Parallelamente premiò con feudi e castelli le famiglie napoletane che avevano favorito il suo ingresso – tra cui i Sanseverino, i d’Aquino e i Ruffo – e quelle casate francesi che lo avevano seguito nell’impresa militare.

La minaccia di Corradino di Svevia
Tale politica di clemenza e di ricompensa, tuttavia, non bastò a garantire una stabilità duratura. Restava infatti irrisolta la questione della legittimità dinastica rappresentata da Corradino di Svevia, figlio di Corrado e ultimo discendente diretto degli Hohenstaufen, riconosciuto come erede al trono di Sicilia. Se i figli di Manfredi erano stati imprigionati a Castel del Monte e non costituivano più un pericolo, dalla Germania si profilava la minaccia ben più seria di Corradino, educato dalla madre Elisabetta e sotto la tutela dello zio Ludovico di Baviera.
Il giovane, appena quindicenne, decise di rivendicare i suoi diritti quando Federico di Castiglia, suo alleato, sbarcò in Sicilia con alcuni contingenti militari, riconquistando in nome degli Hohenstaufen parte dell’isola e proclamando Corradino re legittimo. I siciliani, insofferenti al nuovo dominio, risposero con entusiasmo e riaprirono il conflitto che avrebbe condotto, nel corso della dominazione angioina, alla definitiva separazione dell’isola dal Regno continentale. Spinto dalle esortazioni dei propri sostenitori e nonostante l’opposizione materna, Corradino raccolse un esercito di circa dodicimila uomini e intraprese la discesa verso l’Italia meridionale, suscitando rivolte in diverse città, tra cui Lucera, dove i Saraceni si rinchiusero nella fortezza pronti a sostenerlo.

L’avanzata, tuttavia, fu bloccata in Abruzzo, nei pressi del confine con lo Stato della Chiesa. Qui, presso Tagliacozzo, il 23 agosto 1268, le truppe di Corradino affrontarono l’esercito angioino in una battaglia sanguinosa, che si concluse con la sconfitta e la dispersione dei tedeschi. Il giovane principe, insieme al cugino Federico di Baden, riuscì inizialmente a fuggire, ma fu catturato con l’inganno mentre cercava rifugio presso la foce del fiume Astura. Trasferito a Napoli, venne rinchiuso nelle segrete del Castel dell’Ovo.
Carlo esitò sul destino del prigioniero, ma le pressioni papali lo convinsero a decretarne la morte: eliminando Corradino, il sovrano francese intendeva annientare ogni ulteriore velleità ghibellina. Il 26 ottobre dello stesso anno, a due mesi dalla sconfitta di Tagliacozzo, il sedicenne Hohenstaufen fu giustiziato nel Campo del Moricino (l’attuale Piazza Mercato), luogo tradizionalmente frequentato dalla comunità saracena fedele agli Svevi. Con lui cadde anche il cugino Federico. Secondo la tradizione, in quell’occasione il medico e uomo politico Giovanni da Procida raccolse il guanto del giovane principe, giurando vendetta: promessa che avrebbe trovato compimento nei Vespri siciliani e nella successiva affermazione aragonese in Trinacria. La madre Elisabetta, giunta a Napoli, ottenne di dare sepoltura al figlio in una cappella che avrebbe poi lasciato posto alla chiesa del Carmine.

Napoli capitale angioina
Assicuratosi il trono, Carlo d’Angiò restituì i beni ecclesiastici confiscati dagli Svevi, elargì ingenti somme al Pontefice e avviò un vasto programma di trasformazione urbanistica per fare di Napoli una capitale degna del suo rango. Tale impresa gravò però pesantemente sulle finanze cittadine: le nuove tasse colpirono soprattutto la popolazione, alterando il tradizionale equilibrio economico basato sul commercio marittimo e spostando l’asse produttivo verso le proprietà agrarie dell’entroterra. Esentati da tali oneri, i feudatari svilupparono un crescente senso di autonomia e di privilegio.
Nonostante ciò, i proventi fiscali permisero un rinnovamento urbano senza precedenti. Napoli, che ormai contava circa ventimila abitanti, assunse l’aspetto tipico di una città medievale, articolata in tre poli principali – residenziale, conventuale e commerciale – e suddivisa in quartieri distinti. L’espansione del guelfismo favorì la costruzione di chiese e conventi, come Sant’Eligio, San Lorenzo, San Domenico Maggiore, Santa Maria la Nova e Santa Maria del Carmine. All’interno delle mura operarono attivamente Francescani, Domenicani, Carmelitani e Agostiniani, protagonisti tanto della vita religiosa quanto dell’istruzione delle élite. Vennero istituiti i primi cimiteri urbani, situati nelle chiese, secondo un costume destinato a diffondersi.
Opere fortificate, porto e commercio
Parallelamente, Carlo intraprese la costruzione di nuove strutture fortificate e residenziali. Fece erigere il Castel Nuovo – oggi Maschio Angioino – in posizione strategica presso il mare, destinato a fungere da residenza reale e presidio militare. Sulla collina di Sant’Eramo volle inoltre un baluardo, il Belforte, che i successori ampliarono trasformandolo nell’attuale Castel Sant’Elmo.

Intanto, il centro storico conservò la tradizionale struttura a cardini e decumani, ma vide la trasformazione dei quartieri in Seggi, organizzazioni politico-amministrative di carattere aristocratico.
Anche le infrastrutture mercantili furono potenziate. Venne realizzato un nuovo scalo, detto Porto di Mezzo o Molo Piccolo, con un arsenale e un faro imponente, la torre di San Vincenzo. L’apertura verso i mercanti stranieri – in particolare marsigliesi, catalani e fiorentini – rilanciò le attività artigianali e finanziarie. Tuttavia, a differenza di quanto accadeva in altre città italiane, la nobiltà napoletana rimase ancorata a un modello terriero e parassitario, rifiutando di fondersi con il nascente ceto mercantile. Tale separazione sociale contribuì al progressivo rallentamento dello sviluppo economico del Mezzogiorno, con conseguenze di lunga durata.
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