Roberto d’Angiò fu uno dei sovrani più illuminati del Medioevo italiano, capace di trasformare Napoli in una delle capitali culturali più vivaci d’Europa. Salito al trono nel 1309 dopo un’infanzia travagliata e anni di prigionia, questo monarca seppe coniugare abilità diplomatica e profonda passione per le arti e le lettere. Definito «il più saggio tra i cristiani» dai contemporanei, Roberto riuscì a garantire un lungo periodo di pace nella penisola come pacificatore tra guelfi e ghibellini.
Alla sua corte accorsero i più grandi intellettuali del tempo, da Petrarca a Boccaccio, attratti dalla magnificenza e dalla raffinatezza di un regno che rivaleggiava con quello di Federico II. Attraverso un’intensa attività edilizia e un’accorta riforma amministrativa, egli modernizzò il regno e rese Napoli una città «lieta, pacifica, abbondevole e magnifica». Nonostante le difficoltà politiche e le tragedie personali che segnarono gli ultimi anni del suo regno, l’eredità culturale e artistica di Roberto rimane uno dei capitoli più luminosi della storia angioina. La sua figura rappresenta l’ideale del sovrano mecenate, capace di unire saggezza politica e amore per il sapere.

Roberto d’Angiò: un re saggio e pacificatore
«Il più saggio tra i cristiani»: così veniva appellato re Roberto d’Angiò, erede sapiente e illuminato di Carlo II. La storiografia medievale lo ricorda anche come il «pacificatore d’Italia», poiché, a capo del partito guelfo, riuscì a garantire un lungo equilibrio politico nella penisola. In tale cornice di stabilità, il regno angioino assunse i tratti di una corte raffinata e cosmopolita, nella quale confluirono alcuni tra i massimi artisti, letterati e scienziati del tempo, facendo di Napoli una capitale culturale di respiro europeo.

Origini e ascesa al trono
Roberto nacque nel 1277, all’apice dei Vespri siciliani. Per motivi di sicurezza trascorse l’infanzia in Provenza, assieme ai fratelli Carlo Martello e Ludovico. Ma, ormai adolescente, fu consegnato come ostaggio a Pietro III d’Aragona, liberato solo nell’autunno del 1295 in virtù del trattato di Anagni. La morte di Carlo Martello e la vocazione religiosa di Ludovico lo posero inaspettatamente nella linea di successione al trono napoletano.
Nominato vicario del padre, dovette affrontare le rivendicazioni di Caroberto, figlio di Carlo Martello, e di Bianca d’Angiò; nondimeno, seppe affermare i propri diritti dinastici. Alla morte di Carlo II – circostanza attorno alla quale la voce popolare insinuò maliziosamente un avvelenamento, mai comprovato – papa Clemente V, lo stesso che approvò la soppressione dell’ordine templare, lo incoronò re di Napoli e di Sicilia il 3 agosto 1309 ad Avignone. Nell’ambito degli accordi matrimoniali sposò Violante d’Aragona, che morì dopo avergli dato un erede, Carlo; in seconde nozze contrasse matrimonio con Sancha di Maiorca, figlia del re aragonese, donna di profonda religiosità.
Diplomazia, cultura e letteratura nella Napoli di Roberto d’Angiò
Come i predecessori, anche Roberto si confrontò con la questione siciliana, considerata un’onta intollerabile per la dinastia angioina. Nel 1314 organizzò una nuova spedizione per la riconquista, che tuttavia si concluse con un fallimento, inducendo il sovrano a rinunciare definitivamente all’impresa e a rivolgere le proprie energie agli studi letterari e all’attività culturale. L’elezione di papa Giovanni XXII lo pose quale figura cardine nell’equilibrio tra guelfi e ghibellini toscani: fu proprio grazie alla sua mediazione che nel 1317, a Castel Nuovo, venne sancita la pace tra le due fazioni.
L’abilità diplomatica costituì uno dei tratti salienti del suo regno, rinsaldando i rapporti con Firenze e con la Toscana, tanto da attrarre a Napoli personalità come Petrarca e Boccaccio. Il primo si sottopose al suo giudizio prima di ricevere la corona poetica, il secondo, legato alla corte da un profondo vincolo di devozione, conobbe e amò Maria d’Aquino, figlia naturale del sovrano, che divenne la celebre Fiammetta letteraria. Lo stesso Boccaccio descrisse Napoli come «lieta, pacifica, abbondevole, magnifica e sotto un solo re», città che lo ispirò per alcune delle novelle più celebri del Decameron, tra cui quella di Andreuccio da Perugia.

Arte, architettura e istituzioni
La fioritura letteraria e artistica dell’età di Roberto appare assimilabile, per intensità e portata, a quella che aveva contraddistinto il regno di Federico II. Lo Studio Generale fondato a Napoli anticipò di decenni le istanze umanistiche, accogliendo tanto lo studio dei classici quanto la filosofia scolastica. Il sovrano raccolse una preziosa biblioteca di codici e manoscritti, favorì l’arte della miniatura e richiamò in città maestri come Giotto, Simone Martini, Pietro Cavallini e Tino da Camaino, la cui opera contribuì a fare di Napoli un centro artistico di primo piano.
Non meno rilevante fu la politica edilizia. Consapevole del ruolo strategico della capitale mediterranea, Roberto promosse la sistemazione del Castel dell’Ovo e del Castel Nuovo, il rifacimento delle strade, la bonifica della Maddalena e l’ampliamento dell’arsenale portuale. Si avviarono inoltre interventi urbanistici nelle aree collinari e, nel 1325, i lavori al chiostro di San Martino. Tra le principali iniziative religiose e civili vanno ricordate la fondazione, nel 1318, della chiesa e dell’ospedale dell’Annunziata, il restauro gotico della cattedrale nel 1322 e, soprattutto, l’edificazione del complesso conventuale di Santa Chiara (1310), destinato a divenire il monumento simbolo del regno angioino.

Dal punto di vista istituzionale, Roberto riformò la macchina amministrativa suddividendola in tre cancellerie – amministrativa, giudiziaria e finanziaria – e istituì una Camera Sommaria per il controllo dei conti, sottoposta alla Gran Corte dei Conti. Molte comunità poterono eleggere i propri ufficiali, mentre a Napoli nacquero consigli comunali con competenze sugli affari cittadini. Attento alle classi artigiane, il sovrano si avvalse di celebri giuristi, tra cui Andrea d’Isernia, Bartolomeo di Capua, Niccolò Spinelli e Giovanni Grillo. Le ingenti spese per le opere pubbliche furono sostenute anche attraverso prestiti contratti con le grandi famiglie bancarie fiorentine, quali i Bardi, i Peruzzi e gli Acciaiuoli.
Crisi e successione
Il regno conobbe momenti di grave difficoltà a partire dal 1323, quando il contrasto tra papato e Ludovico IV di Baviera sfociò nella scomunica di quest’ultimo. Nel 1328, il Bavaro discese in Italia, si fece incoronare imperatore a Roma e ottenne l’appoggio aragonese. Roberto, rimasto fedele a Giovanni XXII, guidò la resistenza, ma subì le devastazioni aragonesi a Ischia e sul litorale di Gaeta. A questi eventi si aggiunse la tragedia personale della morte prematura del primogenito Carlo di Calabria (1328), che segnò profondamente il carattere del re. Dopo la pace del 1330, ancora afflitto dal dolore, egli dovette affrontare la spinosa questione della successione, risolta con la designazione di Giovanna, figlia di Carlo, che alla sua morte sarebbe stata incoronata prima regina di Napoli.
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