Ladislao di Durazzo rappresenta una delle figure più ambiziose e dinamiche della storia del Regno di Napoli, un sovrano che seppe trasformare un’eredità contesa in un progetto di dominio peninsulare. Salito al trono giovanissimo dopo anni di lotte dinastiche tra Durazzo e Angiò, Ladislao dimostrò sin da subito capacità politiche e militari eccezionali, riuscendo a consolidare il potere interno attraverso una sapiente combinazione di clemenza, alleanze matrimoniali strategiche e, quando necessario, spietata repressione. Il suo regno fu caratterizzato dal tentativo audace di unificare l’Italia sotto la corona napoletana, un’impresa che lo portò a conquistare Roma e a estendere il suo controllo fino all’Umbria, alla Romagna e alla Toscana. La sua morte improvvisa nel 1414, a soli trentotto anni e in circostanze misteriose, interruppe bruscamente un disegno politico che avrebbe potuto cambiare profondamente gli equilibri della penisola italiana.

Ladislao di Durazzo
Ladislao di Durazzo – Fonte: Immagine creata da IA (Gemini)

Ladislao di Durazzo: l’ascesa di un giovane sovrano 

Sin dal suo avvento al trono, la figura del giovane Ladislao apparve come una promessa di rinnovamento e di riscatto per il regno e per la città di Napoli. L’ascesa di un sovrano ambizioso, energico e dotato di notevole lungimiranza alimentò l’attesa di un ritorno a quello splendore che si era perduto con la morte di Roberto d’Angiò. Le speranze iniziali non furono disattese: il re seppe infatti circondarsi di funzionari capaci e leali, ristabilendo in breve tempo la pace interna, confermando antichi privilegi fiscali e concedendone di nuovi, perdonando gran parte degli avversari e assicurando nuove rendite al clero.

Parallelamente, Ladislao consolidò con grande astuzia il rapporto con la Santa Sede, sfruttandolo anche sul piano dinastico: ottenuto l’annullamento del precoce matrimonio con l’ereditiera siciliana Costanza di Chiaromonte, egli chiese e ottenne in sposa Maria di Lusignano, figlia del re di Cipro. Tale unione si rivelò determinante, specialmente dopo la morte della madre Margherita e del pontefice Bonifacio IX, da sempre prezioso alleato. Al successore di quest’ultimo, Innocenzo VII, originario di Sulmona, non sfuggì il valore politico del giovane sovrano, tanto da nominarlo difensore della Chiesa romana. 

Il conflitto con Raimondo Orsini del Balzo 

Il regno di Ladislao sembrava dunque destinato a stabilità e prosperità, ma nuovi conflitti si profilarono presto. Tra i più gravi vi fu quello con Raimondo Orsini del Balzo, principe di Taranto, già sostenitore di Luigi II d’Angiò e acerrimo nemico dei Durazzo. Raimondo aveva trasformato la penisola salentina in un dominio quasi autonomo, al punto da accumulare entrate superiori a quelle stesse del sovrano. Una simile sfida non poteva essere tollerata: Ladislao pose d’assedio Taranto, e nel corso dell’assalto Raimondo morì il 17 gennaio 1406.

Raimondo Orsini del Balzo in un affresco al Castel Nuovo – Fonte: pubblico dominio

Un anno prima lo stesso re aveva subito un duro colpo personale, con la morte prematura e senza eredi della consorte Maria di Lusignano. Poco dopo, nel momento in cui Luigi II d’Angiò tentava di sostenere Maria d’Enghien, vedova di Raimondo e ancora alla difesa di Taranto, Ladislao ebbe l’intuizione di offrirle matrimonio. Costretta dalle circostanze, la contessa di Lecce – mecenate della splendida chiesa di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, definita da molti una sorta di “Assisi” del Mezzogiorno – accettò. Le nozze, celebrate a Taranto il 23 aprile 1407, trasformarono un assedio in un’alleanza politica e in una festa di corte. 

Maria d’Enghien nell’affresco della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina – Fonte: Pubblico dominio

Le tensioni interne 

Stabilitisi a Napoli, i due sovrani si trovarono presto a fronteggiare le ostilità di numerosi baroni, rimasti fedeli alla causa angioina e ostili all’accordo con Maria d’Enghien. In questo frangente Ladislao abbandonò la clemenza degli inizi e ricorse alla violenza: molti oppositori furono eliminati, e la potente casata dei Sanseverino, già protagonista di passate sollevazioni filo-francesi, venne duramente colpita. 

L’ambizione di unificare l’Italia 

Risolte le tensioni interne, il giovane re volse il proprio sguardo a un progetto di più ampio respiro: l’unificazione della penisola italiana sotto la propria corona. Impresa ardua, disseminata di insidie, ma in grado di mutare radicalmente il destino del Mezzogiorno. Con straordinaria audacia Ladislao arrivò ad attaccare Roma stessa, rompendo il giuramento di protezione reso a papa Gregorio XII. Dopo l’occupazione della città, il sovrano spinse le proprie armate in Umbria, Romagna e Toscana, al punto che Firenze fu costretta a stringere alleanze con Siena e Bologna. Tuttavia, dopo iniziali successi, la campagna conobbe una battuta d’arresto e Ladislao dovette negoziare la pace. 

Declino e morte di Ladislao di Durazzo

Le ostilità, nondimeno, non cessarono. Lo scontro con Luigi II d’Angiò si riaccese nel settembre 1410, quando questi, sostenuto da Firenze e dai capitani di ventura Braccio da Montone e Muzio Attendolo Sforza, occupò Roma, favorito dall’elezione dell’antipapa Alessandro V. La riconquista della città da parte delle truppe napoletane rinsaldò temporaneamente l’intesa tra Gregorio XII e Ladislao. Ma il sovrano non rinunciò ai suoi propositi: negli anni successivi tornò a occupare e saccheggiare Roma, e con l’appoggio del condottiero lucano Angelo Tartaglia riprese l’intero Stato della Chiesa, preparandosi, agli inizi del 1414, a marciare verso Firenze e le regioni settentrionali. 

Ritratto di Ladislao in un’incisione ottocentesca – Fonte: Pubblico dominio

Fu quello, tuttavia, l’epilogo della sua parabola. All’età di soli trentotto anni, Ladislao cadde vittima di un misterioso complotto: secondo la tradizione, sarebbe stato avvelenato da un unguento letale, cosparso sul corpo di una prostituta con cui si era intrattenuto. Ridotto in condizioni gravissime, fece ritorno a Napoli il 4 agosto 1414 e morì due giorni dopo a Castel Nuovo. Fu sepolto nella chiesa di San Giovanni a Carbonara, da lui fatta ricostruire, mentre la sorella Giovanna, succedutagli sul trono, gli fece erigere un monumento funebre di straordinaria magnificenza. Sulla sua sommità campeggia ancora oggi l’immagine del re a cavallo, nell’atto di sguainare la spada verso il cielo, simbolo imperituro delle sue ambizioni incompiute. 

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