Alfonso il Magnanimo conquistò il Regno di Napoli nel 1442, ponendo fine alla lunga dominazione angioina e aprendo una delle stagioni più splendide della storia partenopea. Dopo anni di assedi e scontri contro Renato d’Angiò, il sovrano aragonese penetrò in città attraverso un cunicolo sotterraneo, emulando le gesta dei grandi condottieri antichi. La sua vittoria non portò solo un cambio dinastico, ma una vera rivoluzione culturale ed economica. Napoli divenne capitale di un vasto impero mediterraneo e centro nevralgico dell’Umanesimo italiano, attirando letterati, artisti e maestranze da tutta Europa. Il mecenatismo illuminato di Alfonso trasformò la città in un polo di eccellenza artistica e intellettuale, mentre l’economia prosperava grazie all’industria tessile e ai commerci.

Alfonso il Magnanimo
Alfonso V D’Aragona (detto “Il Magnanimo”) – Fonte: Immagine creata da IA (Gemini)

La reggenza di Isabella di Lorena 

Era solo questione di tempo, e il momento della resa dei conti non avrebbe tardato a giungere. Renato d’Angiò, imprigionato al momento in cui gli si aprì la possibilità di ascendere al trono di Napoli, non poté esercitare il potere direttamente; per tale ragione, dal 1435 al 1438, il governo del regno fu affidato alla sua consorte, Isabella di Lorena. Già in quell’occasione Alfonso V d’Aragona tentò di assalire la capitale partenopea, reclamando un dominio che considerava legittimamente destinato a sé ma poi sottrattogli. Come sovente accadeva, Napoli era lacerata da profonde divisioni interne, tra fazioni filo-angioine e filo-aragonesi; tuttavia tali contrasti si rivelarono marginali rispetto all’esito del conflitto. 

Alfonso il Magnanimo – Fonte: Pubblico dominio

La conquista aragonese e la caduta di Renato 

I primi assalti aragonesi furono fallimentari. Isabella, sostenuta dall’invio di cinquemila armati da parte del marito, riuscì a resistere fino al ritorno di Renato, che, liberatosi nel 1438 dalla prigionia borgognona dietro pagamento di un oneroso riscatto, fece ingresso a Napoli il 22 maggio dello stesso anno. La sua permanenza in città, tuttavia, non si protrasse che per quattro anni. Ben consapevole dell’ostinazione del rivale, Renato dovette affrontare nuove e più poderose offensive, fino a quando, nel giugno del 1442, dopo un lungo assedio caratterizzato dall’uso intensivo di artiglierie comandate dal fratello di Alfonso, Pietro d’Aragona – caduto egli stesso sotto il fuoco di una bombarda –, fu costretto alla resa. 

Alfonso V, emulando il leggendario Belisario, riuscì a penetrare in città attraverso un cunicolo sotterraneo, emergendo da un pozzo presso la Porta di Santa Sofia e superando così mura che sembravano inespugnabili. Seguì un massacro di vaste proporzioni. Renato, ottenuta una tregua di dieci giorni, preferì arrendersi, onde evitare ulteriori stragi e salvaguardare la propria vita. I Napoletani, esausti per la durata e la ferocia dell’assedio, non opposero resistenza alla partenza dell’ultimo sovrano angioino, diretto in Provenza. La capitale, stremata e devastata, appariva colma di rovine e cadaveri; nondimeno, proprio da quel momento avrebbe avuto inizio una delle stagioni più fiorenti della sua storia. 

Il trionfo di Alfonso il Magnanimo e la nascita del nuovo regno 

Il 26 febbraio 1443 Alfonso d’Aragona fece il suo ingresso trionfale in città, accompagnato da un fastoso corteo, e si insediò come legittimo sovrano. La memoria di quella giornata solenne è tuttora visibile nello straordinario arco marmoreo eretto a Castel Nuovo, la residenza che il re provvide a restaurare e abbellire dopo i danni subiti durante la guerra. 

Assunta la corona, Alfonso il Magnanimo decise di trasferire la centralità politica da Barcellona a Napoli, restituendo alla capitale partenopea un ruolo primario nel Mediterraneo. Con l’avvento della dinastia dei Trastámara si ricompose altresì, dopo secoli di frattura, l’unità con la Sicilia, riaffermando l’antico concetto di regnum utriusque Siciliae di memoria normanna. Il sovrano si pose così alla guida di un dominio che, dall’Aragona alla Catalogna, passando per le Baleari, si estendeva fino ad alcuni possedimenti in Grecia

Mecenatismo e splendore culturale 

Il governo aragonese introdusse riforme incisive in ogni settore. Tutti gli incarichi principali furono affidati ad Aragonesi, Catalani, Castigliani, nonché a Veneziani, Genovesi e Fiorentini, figure che avevano sostenuto Alfonso nella conquista; tale scelta, tuttavia, alimentò il malcontento della nobiltà e del ceto medio napoletano, esclusi dal potere. Ciò nonostante, l’illuminato mecenatismo del sovrano compensò tali tensioni. Napoli conobbe un precoce ingresso nell’Umanesimo e fu tra le prime città italiane a vivere i fermenti rinascimentali. Alfonso accolse nella sua corte eruditi come Antonio Beccadelli, Giovanni Pontano e Jacopo Sannazaro, fondando la prima accademia letteraria d’Italia, l’Accademia Alfonsina. La biblioteca reale divenne un centro nevralgico di studi e dibattiti, in cui il re stesso amava partecipare, rievocando la tradizione colta di Roberto d’Angiò. 

Presunto ritratto di Jacopo Sannazaro – Fonte: pubblico dominio

Gli Aragonesi promossero anche un’intensa stagione artistica e architettonica, favorendo maestri catalani e italiani che seppero fondere stili diversi in un linguaggio originale. Tra le opere più rilevanti si annoverano la Porta Capuana, concepita da Benedetto da Majano come arco trionfale, e la chiesa di Santa Maria di Monteoliveto. In tale contesto, lo Studium federiciano, ormai decaduto, rifiorì soprattutto nella facoltà di Diritto, divenendo polo d’attrazione per l’intero regno. Parallelamente, l’economia conobbe una straordinaria espansione: l’industria laniera e serica, potenziata dall’introduzione della pregiata razza ovina dei merinos importata dagli Abruzzi, trainò l’export napoletano; anche l’agricoltura prosperò, mentre la popolazione urbana raggiunse i centomila abitanti a fine Quattrocento. Napoli divenne altresì il principale centro annonario dell’epoca, garantendo un approvvigionamento costante in un’Europa ancora minacciata dalle carestie. 

Porta Capuana – Fonte: pubblico dominio

Nonostante il forte incremento demografico, la città non subì rivoluzioni urbanistiche radicali. Gli interventi edilizi si innestarono sugli antichi tracciati greco-romani e medievali, con la rinascita dei decumani e la costruzione di palazzi come Como, Del Balzo e Carafa. Sorse una nuova rete di chiostri, ville e borghi periferici, dal villaggio di Chiaia alla zona dei Vergini, mentre i colli circostanti furono coltivati a terrazze con viti, olivi e frutteti. Le mura, distrutte durante la guerra, furono ricostruite in piperno e dotate di torri di guardia, conferendo alla capitale un nuovo volto difensivo. 

Vita privata, successione e ultimi anni di Alfonso il Magnanimo

Sul piano dinastico, Alfonso era unito in matrimonio con Maria di Castiglia, sua cugina, da cui non ebbe discendenza; l’unione rispondeva esclusivamente a ragioni politiche. In realtà, la vita napoletana del re fu segnata da relazioni extraconiugali, tra cui quella con Lucrezia d’Alagno, giovane di Torre del Greco che divenne sua favorita, senza mai assurgere al rango di regina a causa dell’impossibilità di ottenere il divorzio papale. Il sovrano designò come erede il figlio naturale Ferrante, detto in patria Ferrando, ottenendo l’approvazione del Parlamento napoletano e, seppur con difficoltà, il consenso aragonese, che sancì la separazione tra le corone iberica e napoletana. 

Gli ultimi anni del regno furono caratterizzati da una politica di pace e difesa, dopo i lunghi conflitti che avevano contraddistinto la conquista. I rapporti con gli altri stati italiani, pur non sempre distesi, non degenerarono mai in conflitti aperti. Così trascorsero i sedici anni di regno di Alfonso il Magnanimo, che si conclusero il 28 giugno 1458 con la sua morte, lasciando il trono al tanto amato Ferrante. 

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