Ferrante d’Aragona salì al trono di Napoli nel 1458 come figlio naturale di Alfonso il Magnanimo, ereditando un regno prospero ma attraversato da profonde tensioni nobiliari. Il suo lungo regno di trentasei anni fu segnato da due sanguinose congiure baronali che lo costrinsero a governare con pugno di ferro e astuzia spietata. Inizialmente fedele alle raccomandazioni paterne di moderazione e dialogo, Ferrante si trovò ben presto a fronteggiare l’insofferenza di una nobiltà avida di privilegi e ostile alla dominazione aragonese. Le ribellioni lo obbligarono ad abbandonare ogni clemenza in favore di una repressione durissima, culminata nel celebre inganno delle nozze di Castel Nuovo. Il suo regno rappresentò un continuo equilibrio tra alleanze diplomatiche, minacce ottomane e lotte intestine che minarono progressivamente la stabilità del regno partenopeo.

Le raccomandazioni di Alfonso e l’ascesa di Ferrante d’Aragona
Consapevole, seppur tardivamente, di alcuni errori compiuti nel corso del suo governo, Alfonso d’Aragona, nel testamento, raccomandò all’erede Ferrante di attenuare il predominio degli ufficiali spagnoli sostituendoli con esponenti autorevoli della nobiltà napoletana, di alleggerire il carico fiscale gravante sul popolo e di preservare a ogni costo l’equilibrio politico tra gli stati italiani. Il successore del Magnanimo, insediatosi solennemente sul trono, si dichiarò fedele esecutore delle volontà paterne. Alla prima adunanza del Parlamento Generale, celebrata nel Capitolo di San Lorenzo Maggiore, di fronte alle richieste di ulteriori prerogative da parte dei baroni, Ferrante preferì adottare una posizione prudente, rinviando a un esame ponderato le loro istanze. Nel frattempo concesse qualche riduzione tributaria alla feudalità, promosse provvedimenti a favore dei ceti popolari e rinsaldò i rapporti con la Chiesa, allora retta dal neoeletto pontefice Pio II, l’umanista Enea Silvio Piccolomini, già intimo frequentatore della corte aragonese.
Ferrante d’Aragona: un regno di promesse e tensioni crescenti
L’avvio del nuovo regno apparve carico di promesse. La cerimonia di investitura, celebrata con grande fasto nel monastero di San Gregorio Armeno, suscitò vasto consenso. Ferrante prese in sposa Isabella di Chiaromonte, dalla quale ebbe sei figli, quattro maschi e due femmine; tra essi, Alfonso e Federico sarebbero in seguito saliti al trono. Gli effetti del nuovo corso si manifestarono rapidamente: il Parlamento di Napoli assunse crescente rilievo, in particolare nell’ambito finanziario, grazie all’introduzione di un sistema tributario che sembrava contemperare gli interessi baronali e quelli popolari. Tuttavia, l’armonia iniziale fu di breve durata.
I baroni, già ampiamente privilegiati, continuarono a reclamare ulteriori concessioni sino a quando il sovrano non poté più soddisfarne le pretese. La nobiltà, insofferente sin dai tempi di Alfonso verso la dominazione aragonese, si rivolse allora a Giovanni d’Angiò, residente a Genova nel 1459, potenziale rivale e pretendente al trono napoletano.
La celebre Tavola Strozzi, conservata al Museo di San Martino, testimonia la magnificenza della città di Napoli e la vittoria navale riportata contro Giovanni d’Angiò nel 1470.
La guerra baronale e la repressione
Una prima rivolta esplose in Calabria, costringendo Ferrante a intervenire personalmente. Tra i congiurati si annoveravano persino Marino Marzano, suo cognato, e Giovanni Antonio Orsini, zio della regina. Da quel momento la tensione degenerò in una vera e propria guerra baronale. I moti interessarono diverse città del regno e obbligarono il sovrano a contrarre pesanti debiti per sostenere lo sforzo bellico. Il conflitto si protrasse per cinque anni, sino al 1462, quando Ferrante riportò la vittoria. Seguirono misure di consolidamento: il re impose una politica di rigido contenimento delle spese di corte e procedette a dure repressioni. Marino Marzano fu imprigionato e i suoi possedimenti confiscati a beneficio del demanio regio; molti altri ribelli furono giustiziati, affinché nessuno osasse ripetere l’esperimento.
Alleanze italiane e minacce esterne
Si aprì così una fase di relativa stabilità, durante la quale Ferrante si inserì in una lega con Firenze e Milano, dopo la morte di Cosimo de’ Medici e di Francesco Sforza. I rapporti con la signoria milanese si intensificarono ulteriormente in seguito al matrimonio tra il duca di Calabria, Alfonso, e Ippolita Sforza. Non altrettanto positivi furono i rapporti con Roma e Venezia, rimaste estranee alla lega e spesso in attrito con Napoli, nonostante la minaccia comune costituita dall’espansionismo ottomano. Nel 1480 le truppe di Maometto II conquistarono Otranto, che fu riconquistata con grande sforzo l’anno seguente da un esercito guidato dal duca Alfonso.
La seconda congiura e il declino finale
Sul piano dinastico, rimasto vedovo, Ferrante contrasse seconde nozze con la cugina Giovanna d’Aragona, allo scopo di rinsaldare i legami con la patria d’origine e rafforzare i due rami della dinastia. Quando tutto sembrava volgere verso una conclusione serena, scoppiò una seconda congiura baronale, ancor più insidiosa della precedente. Le onerose campagne contro i Turchi e alcuni rovesci contro Venezia, contenuti solo grazie all’alleanza fiorentina, indussero i grandi feudatari a credere giunto il momento propizio per abbattere il “bastardo” di Alfonso. Tra i ribelli figuravano personaggi eminenti come Alfonso Sanseverino, principe di Salerno; Pietro Guevara, conte di Ariano; Pirro del Balzo, principe di Altamura; Francesco Coppola, conte di Sarno; e Francesco Petrucci, conte di Carinola, insieme al padre Antonello, già segretario reale. Le pretese erano comuni: accrescere privilegi e potere.

Tuttavia, dopo aspri scontri, anche questa volta il sovrano riuscì a prevalere.
Sorprendentemente, Ferrante adottò dapprima una strategia di clemenza: invitò i baroni ribelli alle nozze di Maria Piccolomini, sua nipote, con un discendente del conte di Sarno. Ma la riconciliazione celava un inganno. Durante i festeggiamenti a Castel Nuovo, i nobili furono arrestati e tradotti nelle carceri regie; un processo sommario decretò la condanna a morte di Francesco Coppola, di Francesco Petrucci e di suo figlio, giustiziati in piazza Mercato.

La spietata durezza di Ferrante suscitò l’indignazione della Chiesa: papa Innocenzo VIII lo dichiarò decaduto dal trono di Napoli. Fu necessario l’intervento diplomatico di Lorenzo de’ Medici, che mediò una soluzione e consentì al sovrano aragonese di conservare la corona sino alla morte. Ferrante si spense nel gennaio 1494, dopo trentasei anni di regno segnati da guerre, congiure e difficili equilibri politici. La sua scomparsa inaugurò una fase di rapido declino per la monarchia aragonese nel Regno di Napoli, all’ombra del Vesuvio e dell’Etna.

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