La peste bubbonica a Napoli esplose nell’estate del 1656, introdotta da ratti infetti provenienti dalla Sardegna, e si rivelò la più devastante catastrofe sanitaria della storia della città. L’epidemia raggiunse proporzioni apocalittiche con millecinquecento morti al giorno nelle settimane più drammatiche, mietendo oltre duecentomila vittime su una popolazione di circa quattrocentocinquantamila abitanti. Questo flagello si abbatté su una città già provata dai postumi della rivolta di Masaniello e dai tentativi insurrezionali del duca di Guisa, che nel 1648 aveva proclamato l’effimera Serenissima Real Repubblica Napoletana. Gli anni successivi alla peste videro un susseguirsi di terremoti, carestie e nuove incursioni francesi, che resero il governo vicereale sempre più difficile e inefficace. Il crollo delle colonne del tempio dei Dioscuri nel terremoto del 1688 assunse un valore simbolico del declino ormai irreversibile del dominio spagnolo sul regno partenopeo.

La fragile eredità di Masaniello
Gli effetti della sollevazione guidata da Masaniello continuarono a manifestarsi per diversi mesi, nonostante l’insurrezione fosse stata soffocata e l’ordine ristabilito solo in apparenza. La città faticava a ritrovare un equilibrio stabile, e tale clima di incertezza fu sfruttato nel 1648 dal duca Enrico di Guisa. Il condottiero francese, vantando presunti diritti dinastici sul trono napoletano in quanto discendente di Renato d’Angiò, tentò di ergersi a punto di riferimento per il diffuso malcontento popolare, nel quadro della competizione tra la monarchia spagnola e la corona francese.
Proprio sotto la sua influenza, Gennaro Annese, nuovo capopopolo, proclamò la Serenissima Real Repubblica Napoletana, accogliendo il duca in città. Tuttavia, la rinnovata esperienza rivoluzionaria si rivelò effimera: Guisa, incapace di consolidare il potere, si limitò a depredare le ricchezze del Monte di Pietà e dei principali istituti di credito, per poi abbandonare precipitosamente Napoli allorché Filippo IV decise di reprimere con fermezza il moto insurrezionale.
Il ritorno della Spagna e la tragedia della peste bubbonica a Napoli
Ripristinata l’autorità spagnola, la città fu governata da due successivi viceré: don Iñigo Vélez de Guevara, ottavo conte di Oñate, e García de Avellaneda y Haro, conte di Castrillo. Ma la stabilità rimase fragile. All’inizio del 1656 la flotta francese, guidata ancora una volta dal duca di Guisa in cerca di rivalsa, tentò un nuovo attacco alle coste napoletane, senza conseguire risultati significativi. Ben più devastante si rivelò la minaccia che sopraggiunse pochi mesi dopo: alcune navi provenienti dalla Sardegna introdussero nel porto ratti infetti che diffusero il morbo della peste bubbonica.
L’epidemia, esplosa nell’estate del 1656, raggiunse proporzioni catastrofiche: nelle settimane più drammatiche si contarono fino a millecinquecento morti al giorno, e i cadaveri si accumulavano ovunque, mentre le ordinanze igieniche emanate dal viceré rimanevano inefficaci. Solo la violenta pioggia del 7 agosto segnò l’inizio della regressione del contagio. Napoli uscì dalla tragedia profondamente segnata, con oltre duecentomila vittime su una popolazione di circa quattrocentocinquantamila abitanti, e una crisi economica di dimensioni inedite.
Dopo la peste bubbonica a Napoli: difficoltà di governo
Alla catastrofe seguì un ulteriore periodo di difficoltà. Nel 1658 il conte di Castrillo fu sostituito da Gaspar de Bracamonte y Guzmán, conte di Peñaranda, il quale dovette affrontare nel 1659 i gravi danni causati da un violento terremoto che scosse l’intero Regno. Nel 1660 giunse il cardinale Pasquale d’Aragona, arcivescovo di Toledo, che si distinse per aver rafforzato la flotta e consolidato le strutture difensive dell’Italia meridionale.

Opere pubbliche e lotte di potere
Alla morte di Filippo IV, nell’ottobre 1665, salì al trono di Spagna Carlo II. In suo onore fu innalzata la fontana di Monteoliveto, ancora oggi sormontata dalla sua statua bronzea. Il viceregno fu affidato a Pietro d’Aragona, fratello del precedente governatore, che si dedicò a importanti opere pubbliche – tra cui la nuova darsena e la fontana del molo – ma si rese anche colpevole di appropriazione indebita di fondi. La sua amministrazione fu contestata e a succedergli fu il marchese di Villafranca, Federico de Toledo Osorio, il quale, tuttavia, cadde rapidamente vittima delle macchinazioni dello stesso don Pedro, capace di manovrare abilmente a corte in Spagna e di tornare al governo, sebbene per breve tempo.

Verso il declino del dominio spagnolo
Dopo la sua definitiva rimozione, il potere passò ad Antonio Pedro Álvarez, marchese di Astorga, impegnato in una riorganizzazione dell’annona e della giustizia. Il suo mandato cessò nel 1675, quando venne sostituito da Fernando Fajardo, marchese di Los Vélez, che dovette gestire una nuova carestia e fronteggiare un ulteriore tentativo d’incursione francese. Nel 1683 giunse a Napoli Gaspar de Haro, marchese del Carpio, figura di notevole spessore politico. A lui la città deve non solo un’efficace lotta al banditismo, ma soprattutto la capacità di avviare una concreta opera di ricostruzione dopo il terremoto del 1688, che aveva provocato gravi devastazioni, tra cui il crollo delle colonne del tempio dei Dioscuri dinanzi alla chiesa di San Paolo Maggiore. Tale rovina assunse un valore simbolico: come l’antico tempio della polis greco-romana era crollato, così appariva ormai prossimo al tramonto il secolare dominio spagnolo sulla città di Napoli.
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