Napoli è una città stratificata di architettura, cultura e storia; si sviluppa in profondità come una pelle fatta di più strati e così accade anche per i suoi abitanti che custodiscono un legame intenso e radicato con pratiche e tradizioni antiche. A Napoli la scaramanzia non è solo un legame con il passato: è presente e profetica, come recita il celebre motto napoletano reso immortale da Peppino De Filippo: “Non è vero ma ci credo”. Senza retorica, queste tradizioni diventano un ponte verso il futuro.

Nella notte di Capodanno, il momento in cui passato e futuro si toccano, quando un anno muore e l’altro nasce, basta guardare oltre la superficie, oltre i botti, le feste e le pietanze augurali legate al denaro per scoprire usanze e ritualità ben più complesse. Sono pratiche figlie del sacro e del profano che, a Napoli, si fondono senza confini: sensuali e provocatorie, di una sessualità che non viene nascosta nemmeno ai bambini perché parte integrante della città stessa. La morte e il dolore vivono accanto ai vivi e, con rispetto, vengono richiamati: con loro si ride e si scherza, mai di loro.

Le tradizioni che animano Napoli tra Natale e Capodanno sono innumerevoli, sopravvivono nei vicoli, tramandate sottovoce. In queste pagine ne racconteremo un paio tra le meno note, per poi addentrarci in quella che è forse la più teatrale di tutte: la tombola scostumata.

Il Rito dell’Acqua

Per molti napoletani, il Capodanno comincia prima della mezzanotte. Inizia con una pratica antica, quasi ipnotica, di gettare acqua dalla finestra. Non è pulizia domestica, è esorcismo. L’acqua gettata dal balcone nei minuti precedenti la mezzanotte rappresenta l’allontanamento simbolico di tutto ciò che è negativo dell’anno passato: le lacrime versate da chi ha sofferto, la malattia scacciata, il risentimento liquefatto che abbandona la casa.

Quando vedete gli anziani versare i recipienti dal quarto piano vedete un atto di magia popolare, una purificazione che affonda le radici in riti pagani e continua a sopravvivere, cristianizzata, nel mondo cattolico.

Capodanno a Napoli
Capodanno a Napoli – Immagine creata da IA

Contemporaneamente, altri gettano dal balcone anche cose solide: piatti vecchi, stoviglie rotte, pentole inutili. Il gesto del piatto è ancora più dirompente. È l’urlo silenzioso della famiglia napoletana che demolisce il vecchio per fare spazio al nuovo. Il fracasso della rottura echeggia per le strade. Napoli non dimentica il passato elegantemente, ma con irruenza lo butta letteralmente fuori dalla finestra, tutti lo sanno, come una sorta di performance collettiva.

Il Primo Incontro

Intorno alle undici di sera, cominciano a circolare domande nelle case napoletane: chi incontrerete a mezzanotte? Questa domanda non è banale. A Napoli, il primo incontro della notte di San Silvestro determina la fortuna dell’anno intero.

Se incontrate un vecchio, il passato vi benedirà. Se incontrate un gobbo, ancora meglio: il gobbo è uno dei grandi archetipi della superstizione napoletana, portatore di fortuna scaramantica.

Ma cercate di evitare il prete e il bambino. Il prete, simbolo della castità e dell’austerità, è nemico della prosperità. Il bambino, nonostante l’innocenza, è considerato portatore di cattiva sorte. L’irrazionalità di queste credenze è precisamente il loro valore: non rispondono a logica, ma a una struttura simbolica profonda, a una magia urbana.

La Tombola Scostumata

Intorno alle nove di sera, dopo il cenone, il tavolo viene ripulito e appare il cartellone della tombola.

Originariamente, chi estraeva i numeri non partecipava al gioco, in teoria per garantirne l’imparzialità. In realtà, a celebrare il rito non poteva che essere una figura diversa per sua natura, e quindi terza, rispetto alle pulsioni in gioco: il femminiello.

Il femminiello era definito “la mano della Cabala”, capace di leggere e tessere storie dai numeri che uscivano, traducendo il linguaggio cifrato dell’oracolo attraverso il codice della Smorfia napoletana. Nei quartieri popolari di Napoli esisteva la tradizione per cui ad alcune tombolate potessero partecipare esclusivamente donne e femminielli, mentre gli uomini potevano assistervi solo dalla porta o dalla finestra, senza mai accedere nella stanza dove si svolgeva il gioco.

Oggi qualcuno prende ancora quel ruolo, chiamato “femmenella”, e questo ruolo è teatrale per eccellenza. Deve tesserci una narrazione, improvvisare battute, creare un evento che si sviluppa man mano che i numeri escono.

Qui entra in gioco l’elemento che rende la tombola napoletana intraducibile per chi non è cresciuto con essa: l’oscenità. Ma è un’oscenità poetica, dove la volgarità si veste di metafora. Nella cabala napoletana non si dice mai semplicisticamente “il pene” o “la vulva”: il numero 29 diventa “‘o pate d’e criature” (il padre delle creature), il 6 diventa “chella ca guarda ‘nterra” (quella che guarda a terra). Sono eufemismi che trasformano la carnalità in poesia popolare. Storie sempre più surreali, audaci e divertenti.

Anche i bambini ridono insieme ai genitori e ai nonni, non c’è separazione tra innocenza e conoscenza. Il riso è collettivo e nessuna cancel culture. A Napoli il bambino cresce dentro la realtà adulta, ridendo, comprendendo progressivamente.

Si chiama, non a caso, “tombola scostumata”, la tombola che non ha costumi, che non rispetta regole di decoro. In questa mancanza di regole formali che rende il gioco celebra la vita. Il femmenella non è più solo una persona: è colui che dà voce al caos ordinato della comunità, erede di quella antica funzione sacerdotale che trasformava i numeri in oracolo, la casualità in destino.

Capodanno a Napoli: Tra continuità e rinnovamento

In quel salotto affollato, tra le grida del femminiello e le risate dei bambini, Napoli mette in scena se stessa: sfacciata, ferita, ma perdutamente viva. La “scostumatezza” diventa allora l’abito più elegante possibile, l’unico capace di vestire una verità che non ha bisogno di filtri. Quando l’ultimo numero viene estratto e il cartellone si completa, non si è vinta solo una somma di denaro, ma la scommessa contro il tempo. Si esce nella notte di Capodanno con la consapevolezza che, finché ci sarà un numero da gridare e una storia da inventare, Napoli continuerà a scorrere come quell’acqua gettata dal balcone: inarrestabile, purificatrice e profondamente eterna.

Gaia Lucrezia Russo

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