Nel panorama dell’architettura napoletana del Settecento, un nome emerge come protagonista di una trasformazione silenziosa ma fondamentale: Giovan Battista Nauclerio. Nato a Napoli nel 1666 e morto nel 1739, questo architetto e ingegnere rappresenta l’anello di congiunzione tra il barocco esuberante e il neoclassicismo razionale, anticipando di decenni i cambiamenti che avrebbero trasformato il volto della città partenopea.
Una famiglia di origini agerolesi al servizio di Napoli
La storia dei Nauclerio inizia ben prima di Giovan Battista. La famiglia aveva origini agerolesi e si trasferì a Napoli già nel XV secolo, quando un certo Giovanni Nauclerio si distinse come ambasador e alla corte aragonese di Ferdinando I di Napoli. Una scalata sociale che portò la famiglia a ottenere titoli nobiliari e incarichi prestigiosi.
Il padre di Giovan Battista, Alonso Nauclerio, conosciuto anche come Luigi, era ingegnere regio e primo barone di Torre Pagliara. Un pedigree che aprì al giovane Giovan Battista le porte delle commissioni più importanti della Napoli dell’epoca. La famiglia abitava in un palazzo a via Ventaglieri, edificio apparso nei documenti dal 1699 e che probabilmente fu progettato dallo stesso Giovan Battista, testimonianza di come gli architetti napoletani del tempo progettassero anche le proprie dimore.

L’allievo che superò il maestro
Giovan Battista Nauclerio fu allievo di Francesco Antonio Picchiatti, uno dei più importanti architetti barocchi napoletani, autore del progetto del Pio Monte della Misericordia. Ma il rapporto più significativo per la sua formazione fu quello con Francesco Solimena, figura centrale della prima metà del Settecento napoletano: pittore, architetto, e soprattutto maestro di una nuova generazione di progettisti tra cui, oltre a Nauclerio, spiccavano Ferdinando Sanfelice e Domenico Antonio Vaccaro.
Solimena non era solo un artista: era un pensatore che stava ripensando il linguaggio architettonico napoletano, allontanandosi dalle decorazioni barocche per abbracciare linee più sobrie e razionali. Nauclerio assorbì questa lezione e la tradusse in un linguaggio architettonico che “andava contro corrente”, come scrissero i cronisti dell’epoca, aprendo la strada al neoclassicismo colonnato del XVIII secolo.
Dalle chiese napoletane alle terre d’Irpinia
L’attività di Nauclerio si concentrò principalmente su edifici sacri e civili per ordini monastici. Nel 1708 completò la chiesa di San Giovanni Battista delle Monache a Napoli, un progetto iniziato da Picchiatti. Qui Nauclerio realizzò la facciata ispirandosi a quella di San Gregorio al Celio a Roma progettata dal Soria, ma con un tocco personale che annunciava già i tempi nuovi.
Completò anche la chiesa di Santa Maria delle Grazie sulla piazzetta Mondragone, iniziata da Arcangelo Guglielmelli poco prima della sua morte. All’interno, un altare in marmo disegnato da Ferdinando Sanfelice testimonia la collaborazione tra i grandi architetti dell’epoca.
Ma forse il lavoro più significativo di Nauclerio fuori Napoli fu la Cappella del Tesoro di San Modestino nel Duomo di Avellino, costruita dopo il terremoto del 1688. Per questo prestigioso incarico, Nauclerio si avvalse dei migliori artigiani napoletani dell’epoca, creando ricche decorazioni in legno, marmi preziosi e vetrate artistiche che ancora oggi lasciano senza fiato i visitatori. La cappella custodisce le reliquie di San Modestino, San Flaviano e San Fiorentino, trasferite solennemente ad Avellino nel 1166.
La Villa Paternò: quando Napoli incontrò Palladio
Nel 1720, la famiglia Paternò commissiona a Nauclerio un progetto ambizioso: una villa appena fuori città, sul colle di Capodimonte, nella zona di San Rocco. Il risultato fu straordinario: Villa Paternò (poi Villa Faggella) rappresenta una delle testimonianze più pure dell’architettura palladiana a Napoli, con una razionalità progettuale che era rivoluzionaria per l’epoca.
La villa, che ancora oggi si trova in cupa delle Tozzole, divenne un luogo di ispirazione per artisti e intellettuali. Tra le sue mura trovarono conforto personalità come Edgar Degas, che qui dipinse una pregevole veduta di Castel Sant’Elmo, e il maresciallo Lanusse, compagno di Napoleone nelle battaglie di Auerstädt e Aboukir.
Il lavoro alla villa continuò dopo Nauclerio con altri due protagonisti dell’architettura napoletana – Ignazio Cuomo e Gaetano Barba – che portarono avanti la transizione dal rococò al classicismo iniziata dal maestro.
L’uomo delle perizie e dei restauri
Nauclerio non fu solo un progettista di nuove opere. Nel 1706 realizzò la chiesa dei Somaschi (Santi Demetrio e Bonifacio) basandosi su disegni di Carlo Fontana, dimostrando la capacità di interpretare e adattare progetti di altri architetti. Nel Settecento, quando i terremoti del secolo precedente avevano danneggiato molti edifici napoletani, fu chiamato insieme a Francesco Solimena, Ferdinando Sanfelice e altri per redigere perizie sullo stato della cupola di San Sebastiano, uno degli edifici barocchi più importanti della città.
L’eredità di un anticipatore
Quando Giovan Battista Nauclerio morì nel 1739, la sua famiglia continuò ad abitare il palazzo di via Ventaglieri, che rimase proprietà dei Nauclerio fino a quella data. Ma l’eredità più importante dell’architetto non fu materiale: fu aver aperto una strada nuova nell’architettura napoletana, anticipando quella transizione verso il neoclassicismo che avrebbe dominato la seconda metà del secolo.
In un’epoca in cui Napoli era ancora capitale del regno e laboratorio di sperimentazione artistica, Nauclerio dimostrò che era possibile innovare rispettando la tradizione, che si poteva guardare all’antico senza rinunciare alla modernità. Le sue opere, sparse tra Napoli e l’Irpinia, raccontano la storia di un territorio che nel Settecento era al centro di trasformazioni culturali profonde, un crocevia di idee tra Roma, la Campania e il resto d’Europa.
Oggi, camminando per le strade del centro storico di Napoli o visitando il Duomo di Avellino, possiamo ancora ammirare il lavoro di questo architetto che, pur meno celebre di altri suoi contemporanei, contribuì in modo determinante a definire l’identità architettonica della Campania settecentesca.
Riferimenti bibliografili
- Litta, A. (1992). “Pietra e forma: Giovan Battista Nauclerio”, in Barocco napoletano, a cura di Gaetana Cantone, Istituto Poligrafico e Monetaria dello Stato, Roma.
- Di Mauro, M. (2007). La Villa Paternò. Nella Contrada Di San Rocco A Napoli, Clean Edizioni, Napoli.
- Finego, P. (2007). Chiesa SS. Annunziata di Aversa e il complesso omonim o. Eventi di costruzioni e restauri, Tesi di laurea, Napoli.
- Cantone, G. (a cura di) (1992). Barocco napoletano, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma.
- Ferrero, I. Napoli, atlante della città storica, Oikos Progetti.
Link utili
- Enciclopedia Treccani – Voce Nauclèrio, Giambattista: http://www.treccani.it/enciclopedia/giambattista-nauclerio
- Wikipedia – Barocco napoletano: https://it.wikipedia.org/wiki/Barocco_napoletano
- Wikipedia – Palazzo Nauclerio: https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Nauclerio
- Wikipedia – Villa Paternò: https://it.wikipedia.org/wiki/Villa_Paternò
- Wikipedia – Torre dell’Orologio (Avellino): https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_dell’Orologio_(Avellino)

