I primi anni: dalla campania a seattle

Nel 1963, un ragazzo di tredici anni lasciava Melito Irpino, un paesino di poche anime a una cinquantina di chilometri da Avellino, per seguire la famiglia verso un’altra vita. Si chiamava Raffaele, ma negli Stati Uniti avrebbe presto imparato a rispondere a “Ralph”. Non sapeva una parola d’inglese, portava con sé solo il dialetto irpino e la povertà di una casa di campagna.

La famiglia si stabilì a Seattle, nello Stato di Washington. Per Ralph l’integrazione fu quasi impossibile: analfabeta in italiano e senza prospettive, l’unica strada che gli si aprì fu l’arruolamento nei Marines. Il 3 maggio 1967, a diciotto anni, firmò il foglio di arruolamento. Sull’elmetto avrebbe poi scritto una frase che divenne leggendaria: “Kill me if you can”.

Il vietnam e la ferita che non si rimargina

Dopo un addestramento in cui impressionò gli istruttori per la disinvoltura con cui smontava e rimontava le armi, Ralph fu imbarcato per il Vietnam il 15 dicembre 1967. Rimase in prima linea per tredici mesi, combattendo nelle trincee e guadagnandosi la medaglia al valore e il Purple Heart per le ferite riportate in battaglia.

Ma il ritorno negli Stati Uniti, nell’aprile 1969, fu uno schiaffo. Non c’erano parate né gratitudine: i veterani del Vietnam erano trattati con disprezzo, considerati macchine da guerra o peggio. Ralph fu assegnato alla base di Camp Pendleton, in California, dove la sua vita prese una piega ancora più amara.

I 200 dollari che cambiarono tutto

La scintilla che fece saltare la miccia fu una somma ridicola: 200 dollari. Ralph scoprì che il suo pagamento militare era stato accorciato di quella cifra. Chiese spiegazioni, ma un colonnello lo trattò da bugiardo e da criminale. Per un ragazzo che aveva rischiato la vita per quella bandiera, fu un tradito insopportabile.

La sua vendetta iniziò in modo quasi grottesco: una notte di maggio 1969, dopo aver bevuto otto lattine di birra, sfondò la porta dello spaccio della base e rubò radio e orologi per un valore esatto di 200 dollari. “Compensazione”, la chiamò lui . Il giorno dopo fu arrestato e convocato davanti alla corte marziale.

Ma Ralph non si presentò al processo. Comprò un biglietto aereo da Los Angeles a San Francisco per 15 dollari e mezzo, e il 31 ottobre 1969 salì a bordo del Boeing 707 della TWA con un mitra a canna corta Plainfield, 350 proiettili e alcune capsule di dinamite nascosti nel borsone.

Il dirottamento più lungo della storia

Quello che seguì fu il primo dirottamento transoceanico della storia e il più lungo mai registrato: oltre 19 ore di volo per quasi 11.000 chilometri.

Sopra Fresno, in California, Ralph estrasse l’arma e ordinò al pilota di virare verso Roma. A Denver fece scendere tutti i 39 passeggeri e due delle hostess, ma una, Charlene Del Monico, rimase a bordo volontariamente. Da lì in poi fu una tratta forsennata: New York, Bangor nel Maine, Shannon in Irlanda, e infine Roma.

In tutta la vicenda non sparò un colpo, se non uno partito per sbaglio. Le hostess e i piloti, invece di temerlo, ne furono quasi affascinati. Una di loro, al processo, testimonierà in suo favore.

“Paisà, perché mi arrestate?”

L’atterraggio a Fiumicino, l’1 novembre 1969, fu solo l’inizio della fuga. Ralph prese in ostaggio il vicequestore Pietro Gulì, si fece consegnare un’Alfa Romeo Giulietta e ordinò: “A Napule”. Lungo l’Ardeatina fece fermare l’auto, scese e si diede alla macchia.

Per un giorno e una notte sfuggì alla cattura, usando le tecniche di guerriglia apprese in Vietnam. Si tolse i vestiti per confondere i cani, abbandonò le armi per non farsi sparare. Fu catturato infine, in mutande, in una chiesetta della campagna romana. Circondato da giornalisti e cineoperatori, la sua prima frase fu in puro dialetto irpino: “N’aggio fatto niente” (Non ho fatto nulla).

L’italia che lo adotta come eroe

Il “caso Minichiello” esplose sui media di tutto il mondo. Ma in Italia, e soprattutto in Campania, la reazione fu di totale identificazione. A Melito Irpino venne costituito un comitato di sostegno, i vicini bloccarono l’autostrada con cartelli: “Il boia non avrà Minichiello”. Una ragazza di diciassette anni dichiarò ai giornalisti: “Farei qualsiasi cosa per lui. Gli darei una pensione. Lo sposerei”.

Il governo della regione Campania, all’epoca guidato dal ministro Gava, si schierò apertamente a favore del “paisà”. La stampa internazionale lo trasformò in simbolo della protesta contro la guerra in Vietnam, anche se Ralph non era affatto un pacifista: era andato volontario in guerra e ne era tornato con le medaglie.

Il processo fu uno show mediatico. Il pilota e le hostess testimoniarono che era “un bravo ragazzo”. Condannato a sette anni in primo grado, in appello la pena fu ridotta a tre anni e mezzo, e poi ulteriormente abbreviata grazie a un’amnistia del presidente Saragat. Fu scarcerato il 1 maggio 1971, dopo aver scontato solo un anno e mezzo.

Gli Stati Uniti chiesero ripetutamente l’estradizione, ma l’Italia non la concesse mai: il reato di dirottamento aereo, negli Usa, poteva comportare la pena di morte, e la legge italiana vietava l’estradizione in tali casi.

La leggenda di rambo

La storia di Ralph Minichiello non sarebbe rimasta solo nei giornali. Sylvester Stallone, colpito dal profilo di questo giovane reduce traumatizzato che sfidava il sistema, ne prese ispirazione per rendere più umano il personaggio di Rambo nel film “First Blood” del 1982. Non è un caso che John Rambo sia un marine del Vietnam, emarginato e in guerra contro le istituzioni che lo hanno tradito.

La vita dopo: tragedie e fede

Dopo la scarcerazione, Ralph provò a rifarsi una vita in Italia. Ma la sorte gli fu crudele: perse entrambe le mogli, Cinzia e Teresa, in circostanze tragiche. Tornò infine negli Stati Uniti, dove oggi, a settantaquattro anni, lavora ancora in un’azienda di pezzi di ricambio a Seattle.

La sua vita ha preso una piega inaspettata: Ralph è diventato un predicatore evangelico, regala Bibbie e predica la lettura del Vangelo. Ma il legame con i Marines non si è mai spezzato. Sul suo petto, dice, ci sono ancora le medaglie e il motto: “Semper fidelis”.

Nel 2022, il regista Alex Infascelli ha portato al cinema il documentario “Kill Me If You Can”, tratto dal libro di Pier Luigi Vercesi “Il Marine”, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Ralph vi appare come un uomo che ha fatto pace con il proprio passato: “Ho sbagliato, è stato un comportamento criminale ed esagerato. Ho difeso i miei diritti nel peggiore dei modi”.


Curiosità e aneddoti

Il messaggio per l’America. Quando i giornalisti gli chiesero se avesse un messaggio per gli Stati Uniti, dopo mesi di battaglie legali, Ralph rispose semplicemente: “Hi”.

Il film mai realizzato. Carlo Ponti, marito di Sofia Loren, voleva fare un film sulla sua storia. Lo incontrò perfino in carcere a Regina Coeli, dove anche Walter Chiari era detenuto per droga. Il progetto non si realizzò, ma il titolo provvisorio era già pronto: “Paisà, perché m’arresti?”.

La domanda del giornalista americano. Al vicequestore Gulì, che aveva trascorso ore come ostaggio di Ralph, un cronista americano chiese: “Perché non gli avete piantato una pallottola in fronte?”. Gulì scosse la testa e sorrise: “Ma le pare che siano proprio cose necessarie?”.

Il ritorno a Melito Irpino. Nel 2023, Ralph è tornato nel suo paese natale, a settantaquattro anni. Ha camminato per le strade dove era cresciuto, ha incontrato i vecchi compaesani. “Ora amo i trattori”, ha detto, sorridendo, a chi gli chiedeva come stesse.


Fonti:

Diventa un sostenitore!

Storie di Napoli è il più grande ed autorevole sito web di promozione della regione Campania. È gestito in totale autonomia da giovani professionisti del territorio: contribuisci anche tu alla crescita del progetto. Per te, con un piccolo contributo, ci saranno numerosissimi vantaggi: tessera di Storie Campane, libri e magazine gratis e inviti ad eventi esclusivi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *