Edoardo Bennato è molto più di un cantautore: è una coscienza inquieta, un osservatore implacabile della società italiana, un artista che ha trasformato la musica popolare in uno strumento di critica, ironia e libertà. Nato il 23 luglio 1946 nel quartiere di Bagnoli, periferia operaia di Napoli, ha percorso in oltre cinquant’anni di carriera una traiettoria artistica unica nel panorama della canzone italiana, capace di coniugare il rigore intellettuale con la potenza del rock, la raffinatezza colta con la provocazione graffiante. La sua voce — letteralmente e metaforicamente — non ha mai smesso di farsi sentire, anche quando il mainstream guardava altrove.

Edoardo Bennato
Edoardo Bennato – Fonte: foto personale

La città come destino, Napoli come radice. Edoardo Bennato, figlio di Bagnoli.

Pochi artisti italiani hanno saputo costruire un rapporto così viscerale e autentico con la propria città d’origine. Bagnoli, quartiere industriale sorto all’ombra delle acciaierie dell’Italsider dove lavorava suo padre Carlo, non è per Bennato semplicemente il luogo dei ricordi d’infanzia: è una dimensione dell’anima, una lente attraverso cui leggere il mondo. In questo senso, la sua figura si inserisce in una tradizione tutta napoletana — quella degli artisti che fanno della propria terra una questione universale — pur distinguendosene per la scelta di un linguaggio radicalmente diverso da quello della canzone classica partenopea.
Napoli, con le sue contraddizioni, la sua bellezza caotica, la sua umanità esplosiva, riaffiora continuamente nella sua produzione, tanto nei testi espliciti quanto nelle atmosfere musicali. Non a caso, in una dichiarazione rimasta celebre, Bennato ha definito Napoli «la città più bella del mondo», dopo aver visitato luoghi straordinari dai Caraibi all’America Latina: un giudizio che suona come una scelta identitaria prima ancora che estetica.

Bagnoli – Fonte: foto personale

Edoardo Bennato: un musicista fuori dagli schemi

Figlio della sua epoca ma mai prigioniero di essa, Edoardo Bennato ha costruito la propria identità artistica attraverso influenze eterogenee e apparentemente inconciliabili. Il rock’n’roll assorbito dai soldati americani di stanza a Napoli negli anni Cinquanta — Elvis Presley, Chuck Berry, Paul Anka — si mescolava alla grande tradizione della canzone napoletana rappresentata da Renato Carosone e Peppino di Capri, mentre i successivi soggiorni londinesi lo avvicinarono al blues nella sua forma più viscerale e immediata.
A Londra, in particolare, Bennato sviluppò la tecnica del one-man-band: sul palco, da solo, riusciva a suonare contemporaneamente la chitarra, la batteria a pedale, il kazoo e l’armonica a bocca, trasformando la performance individuale in un’esperienza collettiva di grande impatto. Quella capacità di fare molto con poco, di trasformare la limitazione in invenzione, rimarrà una delle sue cifre distintive. Non meno rilevante, nella formazione del suo gusto, l’ammirazione per Gioachino Rossini, di cui Bennato ha più volte sottolineato la modernità irrefrenabile: «Se fosse nato ai nostri giorni», amava dire, «sarebbe stato uno dei Rolling Stones».


I capolavori degli anni Settanta

Il periodo tra il 1973 e il 1980 rappresenta il culmine creativo di Edoardo Bennato e uno dei capitoli più originali dell’intera storia della musica italiana. Con il disco d’esordio Non farti cadere le braccia (1973), prodotto da Alessandro Colombini e arrangiato dal compositore Roberto De Simone, Bennato introduce subito i temi che attraverseranno tutta la sua opera: la tenacia di fronte alle difficoltà, il rifiuto della rassegnazione, la ricerca di una via personale e autentica.
Tra i brani di quell’album spicca Un giorno credi, composto con Patrizio Trampetti della Nuova Compagnia di Canto Popolare: una canzone enigmatica e potente, che molti interpretano come una riflessione sulla fragilità delle certezze umane e sul coraggio necessario per ricominciare. Con Burattino senza fili (1977) e poi con Sono solo canzonette (1980), ispirati rispettivamente a Pinocchio di Carlo Collodi e a Peter Pan di James Matthew Barrie, il cantautore napoletano raggiunge l’apice della sua parabola allegorica: le fiabe diventano specchi in cui si riflettono il conformismo borghese, la corruzione del potere, l’ipocrisia delle istituzioni.


Il coraggio dell’ironia e della dissacrazione

Ciò che distingue Bennato dalla maggioranza dei cantautori della sua generazione non è soltanto la qualità musicale, ma la natura del suo sguardo: obliquo, sarcastico, mai consolatorio. I suoi brani sono raramente grida di dolore o proclami ideologici: preferisce la dissacrazione alla retorica, il paradosso alla tesi, la risata amara alla denuncia solenne. Canzone dopo canzone, album dopo album, ha puntato il dito contro il potere nelle sue mille maschere — la censura culturale in Signor censore, il militarismo in Affacciati affacciati, l’arrivismo intellettuale in Cantautore, la propaganda politica in Arrivano i buoni — senza mai schierarsi organicamente con alcuna corrente partitica. La sua è un’ironia strutturale, non di superficie: nasce da una visione del mondo profondamente critica, alimentata da letture, viaggi e da una formazione che include anche la laurea in Architettura, disciplina che ha lasciato tracce evidenti nella sua capacità di costruire testi solidi e architettonicamente coerenti.


Un’eredità che continua

Nei decenni successivi al grande exploit degli anni Settanta e Ottanta, Edoardo Bennato non ha mai smesso di cercare, sperimentare, reinventarsi. Ha inciso un disco di blues in napoletano sotto lo pseudonimo di Joe Sarnataro, ha rivisitato i propri capolavori con quartetti d’archi, ha collaborato con artisti di generazioni diverse, ha scritto musical tratti dalla propria discografia. Nel 2015, con Pronti a salpare, ha dimostrato che la sua voce non aveva perso nulla della sua forza: la title track, dedicata al tema dei diritti umani e della migrazione, ha conquistato il Premio Amnesty International Italia come miglior brano dell’anno. Una conferma che la grandezza autentica non ha scadenza. La storia artistica di Edoardo Bennato è, in fondo, la storia di un uomo che ha scelto di non arrendersi mai: né alle mode, né al mercato, né al silenzio comodo. E che, ancora oggi, è pronto a salpare.

Riferimenti bibliografici

G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017. 

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