C’è un momento, nella storia del teatro napoletano, in cui la leggenda e la realtà si fondono in modo talmente naturale da rendere impossibile distinguerle. Luisa Conte appartiene a quel momento: attrice, imprenditrice, custode di una tradizione secolare e al tempo stesso artefice del suo rinnovamento. Figlia della città più teatrale d’Italia, ne ha incarnato l’anima più autentica, quella che sopravvive alle crisi, alle mode e persino alla morte. Quando il 30 gennaio 1994 se ne andò, Napoli perse qualcosa di irrimpiazzabile: una voce, un gesto, una presenza scenica capace di trasformare ogni sera a teatro in un rito collettivo.

Una bambina e una scopa: le radici di una vocazione
Nata il 27 aprile 1925 in via dei Tribunali, nel cuore antico e popolare di Napoli, Luisa Conte venne al mondo in una famiglia numerosa e poverissima. Dodicesima di sedici figli, crebbe in un contesto di stenti quotidiani in cui il lusso era un concetto sconosciuto. Si racconta che i suoi genitori non potessero permettersi nemmeno di regalarle una bambola: lei, con la fantasia inesauribile che avrebbe poi messo al servizio dell’arte, trasformò una scopa in un fantoccio, cucendo quel giocattolo improvvisato con le mani e con la mente. Era già, in qualche modo, un atto teatrale.
La passione per la recitazione le era stata trasmessa dalla nonna paterna, prima ballerina di tango francese al Teatro San Carlo, tempio della musica e dello spettacolo napoletano. Quell’eredità artistica si radicò in lei con una forza straordinaria e la spinse, giovanissima, a calcare le scene con il nome d’arte di Luisina, esordendo nel mondo del varietà prima e della sceneggiata poi, con la compagnia di Aniello Marchetiello e Amedeo Giraud. A tredici anni recitava già accanto a Gino Cervi; a sedici veniva scelta da Raffaele Viviani; a diciotto era già prima donna in un dramma di Roberto Bracco. Una traiettoria fulminante, costruita sulla necessità ma alimentata da un talento innato e da una disciplina ferrea.
Luisa Conte: l’incontro con Eduardo e la consacrazione artistica
Nel panorama del teatro italiano del Novecento, pochi nomi brillano con la stessa intensità di Eduardo De Filippo. Drammaturgo, attore e regista, Eduardo fu il cantore per eccellenza dell’anima napoletana, capace di elevare il dialetto a lingua universale e il dramma quotidiano a poesia. Quando, al rientro da una lunga tournée in Sud America con il futuro marito Nino Veglia, Luisa Conte fu scritturata dalla sua compagnia nel 1953, era già una professionista affermata.

Ma il sodalizio con Eduardo rappresentò una svolta definitiva. Recitò accanto a lui in alcune delle opere più celebri del repertorio: Miseria e nobiltà, Non ti pago, Le voci di dentro, Questi fantasmi, Uomo e galantuomo. Tra tutte, la sua interpretazione di Donna Amalia in Napoli milionaria! rimase leggendaria. Il personaggio — una donna del popolo che sceglie la sopravvivenza a qualunque costo, travolta dalla guerra e dalla miseria, capace di durezza e di riscatto — sembrava scritto apposta per lei. Eduardo stesso, con la laconicità dei grandi, disse che lavorare con Luisa era stato «un riposo, una beatitudine»: parole che, nella sobrietà emotiva del maestro, valevano come il più alto dei riconoscimenti.
Il Sannazaro: salvare un teatro vuol dire salvare una città
Nel quartiere Chiaia, tra i palazzi eleganti affacciati sul mare, sorge un gioiello architettonico che i napoletani chiamano affettuosamente “la bomboniera”: il Teatro Sannazaro. Progettato dall’architetto Fausto Niccolini — autore, insieme al fratello, di un monumentale studio illustrato su Pompei — per volere del duca Giulio Mastrilli di Marigliano, il teatro fu inaugurato il 26 dicembre 1874 con una produzione francese. La sua storia successiva fu gloriosa: nel 1888 fu il primo teatro napoletano a essere illuminato con luce elettrica; nel 1889 vide l’esordio di Eduardo Scarpetta; nei decenni seguenti ospitò Eleonora Duse, Emma Gramatica, Ruggero Ruggeri e i De Filippo.
Ma il tempo e l’incuria fecero il loro corso, e negli anni Sessanta del Novecento quella che era stata una delle sale più raffinate d’Italia si era ridotta a proiettare pellicole a luci rosse. Fu Luisa Conte, insieme al marito Nino Veglia, a restituire alla città quel patrimonio dimenticato. Nel 1969 i lavori di restauro presero avvio; il 12 novembre 1971 il Sannazaro riaprì i battenti con Annella di Portacapuana, riscritta da Michele Prisco e interpretata dai più grandi nomi del teatro napoletano del momento.

Una compagnia, un palcoscenico, una simbiosi con il pubblico
Gli anni in cui il Sannazaro tornò a splendere furono anche gli anni del trionfo artistico di Luisa Conte. Accanto a lei recitarono Nino Taranto e Carlo Taranto, Ugo D’Alessio, Enzo Cannavale, Giacomo Rizzo: un’intera generazione di attori che avevano fatto del dialetto napoletano uno strumento di indagine umana e sociale. I testi in cartellone spaziavano da Viviani a Pirandello, da Scarpetta a Brancati, testimoniando una visione culturale tutt’altro che provinciale. Ma ciò che rendeva quelle serate davvero irripetibili non era solo la qualità della recitazione: era il rapporto viscerale che si instaurava tra la protagonista e il pubblico.
Giulio Adinolfi, attore e amico fraterno che lavorò vent’anni al suo fianco, lo descrisse con parole che restano impresse: «Quando la signora Conte usciva in scena, il pubblico saliva con lei sul palcoscenico, si creava una simbiosi, un afflato. Eravamo tutti quanti insieme ed è una cosa che non ho ritrovato in nessun altro teatro e con nessun’altra compagnia». Le code al botteghino dal primo mattino, i posti esauriti settimane prima, l’entusiasmo di una platea che si sentiva chiamata per nome: il Sannazaro era diventato un luogo dell’anima collettiva.
L’ultima mattina di Luisa Conte e un’eredità che non tramonta
La mattina del 30 gennaio 1994, Luisa Conte era alla sua scrivania, immersa nei progetti per i mesi a venire. Un malore improvviso, le parole strappate alla nipote — «O vi ‘lloco, me gira a capa» — e poi il silenzio. Aveva sessantanove anni, un cuore che l’aveva già tradita in passato e che lei aveva sfidato con ostinazione, sottoponendosi a un delicato intervento chirurgico nel 1982 senza mai smettere di lavorare. Quella sera al Sannazaro il pubblico non sapeva ancora nulla.
Fu Giulio Adinolfi, con la voce spezzata dall’emozione, ad annunciare la notizia dalla scena: «Siete venuti per vedere Luisa Conte? Non la vedremo più, è morta poche ore fa, ma ci ha insegnato che ‘o teatro nun s’adda chiudere e quindi questa sera andiamo in scena ugualmente per lei». Tutta Napoli si strinse attorno alla sua memoria nei giorni dei funerali, tributandole quell’omaggio che la città sa riservare ai propri figli più amati. Le sue spoglie riposano nel cimitero monumentale di Poggioreale; un largo nel quartiere Chiaia, inaugurato nel 2020, porta oggi il suo nome. Ma il monumento più duraturo resta quello invisibile: la memoria di ogni spettatore che, seduto in quella sala dorata, ha vissuto la magia irripetibile di una sera al Sannazaro.

Riferimenti bibliografici
G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017.


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