Carlo Blasis è una di quelle figure che la storia tende a confinare nelle note a piè di pagina, eppure senza il suo contributo la danza classica occidentale non sarebbe quella che conosciamo. Nato a Napoli sul finire del Settecento, in un’epoca in cui l’Europa stava ridisegnando i propri equilibri culturali e politici, questo straordinario intellettuale della scena fu insieme ballerino, coreografo, teorico e pedagogo. La sua opera attraversa come un filo rosso l’intero Ottocento romantico, plasmando generazioni di danzatori e fissando in pagine scritte ciò che fino ad allora viveva soltanto nel gesto fugace del corpo in movimento. Comprendere la sua eredità significa comprendere come un’arte efimera per definizione possa trasformarsi in disciplina, sistema e memoria.

Carlo Blasis
Carlo Blasis – Fonte: dominio pubblico

Le radici napoletane di un talento europeo

La Napoli di fine Settecento era una città in ebollizione, crocevia di influenze mediterranee, fucina di musicisti e letterati, teatro di rivolgimenti politici che avrebbero segnato il destino di molte famiglie. In questo contesto nacque, il 4 novembre 1795, Carlo Blasis, figlio di Francesco Antonio, compositore di scuola classica napoletana che aveva alle spalle una stirpe di tradizioni iberiche — il nonno era stato viceammiraglio della marina spagnola. La travagliata vicenda della Repubblica Napoletana del 1799 costrinse la famiglia all’esilio, prima verso Marsiglia, poi con l’intenzione di raggiungere Londra. Fu proprio a Marsiglia, città caotica e cosmopolita, che il giovane Carlo ricevette una formazione di rara ampiezza: studi classici, scientifici e artistici si intrecciarono sotto la guida di maestri scelti con cura dal padre, che evidentemente credeva nell’educazione enciclopedica come fondamento di qualsiasi vocazione creativa. Pochi danzatori, prima o dopo di lui, potranno vantare una preparazione altrettanto solida e variegata.


Dall’esordio al metodo: i primi passi sulla scena europea di Carlo Blasis

Il debutto di Carlo Blasis come ballerino avvenne intorno al 1807, sul palcoscenico del Grand Théâtre di Marsiglia, e il successo fu immediato. Presto ottenne il permesso di intraprendere una tournée in Francia, perfezionando la tecnica a Bordeaux con il maestro Dutarque in una città che era allora un polo di riferimento per la danza internazionale. Ma la vera formazione europea passava per tre capitali imprescindibili: Parigi, Milano e Londra. A Parigi ebbe la fortuna di incontrare Dauberval e Gardel, due dei massimi esponenti della scuola francese, che lo guidarono nella comprensione di quell’equilibrio delicatissimo tra eleganza formale e vitalità espressiva che era il cuore della danza di corte riformata.

Grand Théâtre di Marsiglia – Fonte: foto personale

In quegli anni il repertorio che Blasis andava costruendo mescolava con disinvoltura danze di matrice italiana — la Danza dei Zoccolaj, la Danza dei Savoiardi — con le forme più raffinate del balletto francese, testimoniando una contaminazione culturale che avrebbe trovato espressione teorica nelle sue opere scritte. È in questo periodo, del resto, che si consumò la grande trasformazione della danza europea: abbandonato il vecchio “terre-à-terre” settecentesco, i danzatori cominciarono a proiettarsi verso l’alto, traducendo in “élévation” l’aplomb ereditato dall’età di Luigi XIV.


La penna e il palcoscenico: i trattati come specchio di un’epoca

Nel 1820, a soli ventidue anni, Carlo Blasis pubblicò a Milano il suo primo trattato teorico, il “Traité élémentaire, théorique et pratique de l’art de la danse”, opera destinata a circolare in tutta Europa attraverso traduzioni in italiano, inglese, spagnolo e danese. Il testo risentiva ancora degli schemi didattici settecenteschi, fondandosi su una selezione ragionata di fonti autorevoli — dall’”Encyclopédie méthodique” al “Trattato della pittura” di Leonardo da Vinci — più che su una riflessione del tutto originale. Ciò nondimeno, il “Traité” offre uno sguardo illuminante su una fase di transizione culturale fondamentale, in cui il gusto rococò cedeva il passo al fascino romantico per le silfidi, le favole orientali e le danze nazionali, mentre il dibattito tra teorici e praticanti verteva sulla supremazia della tecnica pura rispetto alla pantomima espressiva.

Ben più maturo e sistematico fu il “Code of Terpsichore”, pubblicato a Londra nel 1828 e tradotto in francese due anni dopo, opera che avrebbe aperto a Blasis le porte della Scala di Milano. In questo testo egli fissò i fondamenti estetici e tecnici della danza accademica con una chiarezza e un’organicità senza precedenti, definendo tra l’altro l’attitude — quella celebre posa in cui il corpo tende dinamicamente verso il cielo — come uno dei momenti espressivi più alti dell’intero lessico coreografico.


Milano e il trionfo della scuola italiana

Dal novembre 1837, chiamato dalle autorità del governo lombardo-veneto, Carlo Blasis assunse la direzione della scuola di ballo dei Regi Teatri di Milano, incarico che avrebbe mantenuto, con rinnovi annuali, fino al 1850. Furono anni di straordinaria fertilità artistica, coincidenti con la stagione d’oro del balletto romantico europeo. Sul palcoscenico trionfavano storie di passioni laceranti e creature incorporee — spiriti, silfidi, fantasmi — che danzavano sulla punta delle scarpe come per sfidare la gravità terrestre. La danza sulle punte, invenzione tipicamente romantica, conferiva alla ballerina una leggerezza eterea, una sensazione di poetica elevazione che nulla aveva a che fare con l’acrobazia: era piuttosto la traduzione corporea di un’intera visione del mondo, quella che vedeva nella donna la custode di una sensibilità superiore, capace di incarnare meglio dell’uomo il sogno romantico dell’infinito.

Sotto la guida di Blasis, la scuola scaligera divenne il punto di riferimento mondiale per la formazione dei danzatori, sfornando talenti destinati a segnare la storia della danza: Virginia Zucchi, Fanny Cerrito, Carolina Rosati, Sofia Fuoco e la leggendaria Pierina Legnani, per la quale Marius Petipa avrebbe creato i celebri trentadue fouettés nel Lago dei Cigni. Tra i coreografi formati da Blasis si annoverano Ippolito Monplaisir e Pasquale Borri, mentre il pedagogo Giovanni Lepri avrebbe trasmesso la sua eredità tecnica al grande Enrico Cecchetti, padre della danza classica novecentesca.

Virginia Zucchi – Foto: pubblico dominio

Carlo Blasis: un’eredità che attraversa i secoli

Sciolto il contratto con la Scala nel 1850, Carlo Blasis e la moglie Annunziata Ramaccini — talentuosa danzatrice sposata a Genova nel 1830 — fondarono una scuola privata di perfezionamento che godette di fama persino superiore a quella istituzionale. Fino alla fine della sua lunga vita, trascorsa tra insegnamento, scrittura e riflessione teorica, Blasis continuò a produrre testi su musica, teatro e arti figurative, testimoniando una curiosità intellettuale che lo accomunava ai grandi uomini di cultura dell’Illuminismo più che ai semplici professionisti della scena.

Morì a Cernobbio, sul Lago di Como, il 15 gennaio 1878, a ottantuno anni. La storica della danza Vittoria Ottolenghi lo ha definito «il più grande e il più completo codificatore della danza accademica», colui che seppe operare nella teoria e nella pratica il decisivo passaggio tra la danza classica del Sei-Settecento e quella romantica dell’Ottocento. Un’eredità silenziosa, custodita nelle pagine di trattati centenari e nei corpi di migliaia di danzatori che ancora oggi, inconsapevolmente, ne ripetono i gesti.

Riferimenti bibliografici

G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017. 

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