Aurelio Fierro non era nato sotto il cielo di Napoli, eppure nessuno amò quella città con maggiore intensità e fedeltà. Figlio di una piccola comunità irpina, approdò al capoluogo partenopeo seguendo il richiamo di una vocazione che si era manifestata presto e con prepotenza, e lì rimase per tutta la vita, consacrandosi come uno degli interpreti più autentici e amati della tradizione canora napoletana. La sua storia è quella di un uomo che scelse deliberatamente la propria patria d’adozione, preferendo il fragore degli applausi di centomila persone al silenzio di uno studio di ingegneria. Un percorso straordinario, costellato di trionfi internazionali e di riconoscimenti tardivi, di generosità istituzionalmente ignorata e di affetti popolari mai spenti.

Aurelio Fierro
Aurelio Fierro – Fonte: pubblico dominio

Le radici montanare di un Aurelio Fierro

Aurelio Fierro nacque il 13 settembre 1923 a Montella, borgo dell’Appennino campano in provincia di Avellino, sesto di undici fratelli, in una famiglia di umili origini ma non priva di talento musicale. Il padre Raffaele, che in gioventù aveva condotto greggi sui pascoli appenninici prima di emigrare in America e poi di tornare in patria, era noto come il miglior stornellatore della zona: in lui il canto non era ornamento ma linguaggio dell’anima, e quella stessa disposizione trasmise inconsapevolmente al figlio.

Aurelio iniziò a cantare nel coro del convento francescano di Folloni, avvicinandosi alla musica sacra prima di scoprire il repertorio popolare. Scolaro discontinuo, fu avviato dal padre al commercio nel negozio di famiglia, ma non smise mai di studiare in modo autonomo, facendosi poi guidare da un frate in latino e lettere fino a conseguire la licenza media. Durante gli anni della guerra frequentò il liceo scientifico Mancini di Avellino, dove si distinse più per il carattere vivace e la voce che per la disciplina: si racconta che fosse l’unico capace di placare la severissima preside intonando canzoni in napoletano, una lingua che sentiva già propria pur non avendola ancora eletta a dimora.


La notte di Piedigrotta e la scelta che cambiò tutto

Iscrittosi alla facoltà di Ingegneria di Napoli, Aurelio Fierro sembrò avviarsi verso una carriera scientifica rispettabile. Ma la città lo stava già trasformando. Frequentando colleghi come Carlo Croccolo, Gigi Reder e Vittorio Parisi, si ritrovò immerso in un ambiente vivace e creativo che riaccese la sua passione per il canto. Nel 1945 si esibì per la prima volta in pubblico al Teatro Diana, riscuotendo un successo incoraggiante. Fu tuttavia la festa di Piedigrotta del 1954 a segnare la svolta decisiva. Quella sera interpretò Scapricciatiello, una canzone scritta da Pacifico Vento su musica di Ferdinando Albano, davanti a una folla di centomila persone: il pubblico lo costrinse a ripetere il brano per cinque volte consecutive, in un delirio collettivo che non lasciava spazio a dubbi.

Raccontò in seguito: «Come faccio a fare l’ingegnere, mi chiesi, dopo aver ascoltato l’applauso di centomila persone impazzite? Quella notte feci la mia scelta». La madre era perplessa, il padre raggiante. Per convincere definitivamente la donna che lo aveva messo al mondo, organizzò un concerto a Montella e le cantò una serenata dal basso del balcone di casa. Fu l’ultimo esame che dovette sostenere, e lo superò a pieni voti.


I trionfi internazionali di Aurelio Fierro e la stagione d’oro

Nel 1951, per una scommessa con gli amici, si presentò a un concorso canoro al Giardino degli Aranci di Posillipo: sbaragliò quasi seicento concorrenti e fu subito scritturato dalla Durium. Da quel momento la carriera di Aurelio Fierro conobbe un’ascesa rapida e inarrestabile. Nel 1957 salì sul palco dell’Olympia di Parigi per ventuno repliche consecutive, in prima fila c’erano Edith Piaf e Dalida: quest’ultima gli chiese il permesso di incidere Guaglione in francese con il titolo Bambino, e durante l’ultima serata i due si scambiarono le parti sul palco, lui cantando in francese e lei in italiano, in un momento di irripetibile complicità artistica.

Dalida – Fonte: pubblico dominio

Quello stesso anno Lazzarella, scritta da Domenico Modugno, lo rese celebre in tutta Italia anche grazie all’omonimo film, in cui recitò accanto a Luigi De Filippo, Tina Pica e allo stesso Modugno. Seguirono sei partecipazioni al Festival di Sanremo e altrettante edizioni del Festival della Canzone Napoletana, di cui vinse cinque edizioni: un primato che racconta meglio di qualsiasi altra statistica la profondità del legame tra la sua voce e il repertorio partenopeo.


‘A pizza e l’arte della leggerezza

Tra i brani che meglio incarnano lo spirito di Aurelio Fierro c’è senza dubbio ‘A pizza, composta nel 1966 su testo del milanese Alberto Testa: una canzone apparentemente frivola, in realtà capace di catturare con straordinaria efficacia l’anima popolare napoletana. Il protagonista tenta invano di sedurre la sua amata con anelli di brillanti, pesce fresco e torte nuziali a cinque piani, ma lei non vuole niente di tutto questo: vuole solo la pizza, con la pummarola sopra e niente più. Presentata al quattordicesimo Festival della Canzone Napoletana, arrivò seconda in classifica e fu interpretata in coppia con Giorgio Gaber, altro milanese illustre, che affrontò il napoletano con allegra noncuranza.

Questo episodio dice molto dello stile di Aurelio Fierro: seppe rendere ironica e gioiosa anche la tradizione più seria, riformandola senza tradirla, alleggerendola senza svuotarla. Fu lui stesso a spiegarlo parlando di Scapricciatiello: «È una canzone di giacca, se ci si fa caso il testo è drammatico. Io invece la volli rendere ironica e feci centro: la gente usciva dalla guerra, era assetata di vita e di buonumore».


Una strada per non dimenticare

Nonostante la fama mondiale, gli anni della maturità riservarono ad Aurelio Fierro più delusioni istituzionali che riconoscimenti ufficiali. Si offrì più volte di insegnare gratuitamente la canzone napoletana ai giovani, chiedendo solo una sede: ricevette soltanto promesse vaghe. Sognò un museo della canzone napoletana con annesso teatro per i turisti, progetto che non vide mai la luce. Pubblicò una Grammatica della lingua napoletana e un volume di Fiabe e leggende napoletane per Rusconi, e lavorò per tutti gli anni Novanta a una enciclopedia storica della canzone in quattro volumi, che non riuscì a dare alle stampe.

Morì l’11 marzo 2005, dopo oltre un mese di coma, e quando la bara entrò nella chiesa della Pietà dei Turchini in via Medina scoppiò un applauso come mai se ne era sentito in una chiesa. Il 19 aprile 2005, poche settimane dopo, il vico Santa Maria la Nova — dove sorgeva il suo ristorante ‘A canzuncella, fondato nel 1986 sul modello dei dinner show internazionali — fu intitolato «via Aurelio Fierro, musicista», alla presenza della famiglia, degli amici e delle istituzioni cittadine. Una stradina piccola, quasi nascosta, ma capace di custodire il nome di chi aveva cantato Napoli per più di mezzo secolo.

Targa di Via Aurelio Fierro – Fonte: foto personale

Riferimenti bibliografici

G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017. 

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