Roberto Saviano è uno di quegli scrittori che, quasi loro malgrado, finiscono per diventare simboli di qualcosa che va ben oltre la pagina scritta. Quando nel 2006 pubblicò Gomorra, romanzo-inchiesta edito da Mondadori nella collana «Strade Blu», probabilmente nemmeno lui immaginava che quel libro avrebbe cambiato per sempre la sua vita e rivoluzionato il modo in cui l’Italia — e il mondo intero — guardava alla criminalità organizzata campana. Nato a Napoli il 22 settembre 1979, figlio di un medico e di una madre di origini ebraiche liguri, Roberto Saviano aveva già mostrato una spiccata vocazione giornalistica prima ancora di laurearsi in Filosofia all’Università Federico II del capoluogo campano: scriveva per testate come «Diario», «Il Manifesto» e il «Corriere del Mezzogiorno», affinando uno stile capace di unire rigore documentale e forza narrativa.


Roberto Saviano
Roberto Saviano – Fonte: dominio pubblico

Le radici oscure della camorra: storia di un’organizzazione millenaria

Per comprendere appieno la portata di ciò che Roberto Saviano ha raccontato, occorre fare un passo indietro e addentrarsi nelle origini storiche della camorra, la più antica tra le grandi organizzazioni criminali italiane. La sua nascita è avvolta nel mistero e oggetto di dibattito tra gli studiosi. Una delle ipotesi più affascinanti la ricollega a una società segreta spagnola, la Confraternita della Guarduna, le cui tracce sarebbero rintracciabili persino nella novella Rinconete y Cortadillo di Miguel de Cervantes. Secondo la leggenda, un bucaniere spagnolo di nome Raimondo Gamur, fuggito da Saragozza e rinchiuso nel carcere napoletano di Castelcapuano, avrebbe trasmesso ad altri detenuti i segreti dell’organizzazione criminale iberica: il termine «camorra» non sarebbe altro che la storpiatura napoletana del suo cognome.

Un’altra teoria, sostenuta dall’erudito italo-svizzero Marc Monnier nel suo fondamentale volume del 1863 La camorra. Notizie storiche raccolte e documentate, ne colloca invece le origini nella Sardegna del XIII secolo, quando i Pisani, per controllare le popolazioni locali, avrebbero affidato il mantenimento dell’ordine a mercenari privi di scrupoli, noti come «gamurra» — termine di derivazione araba che significherebbe «repubblica». Dopo la sconfitta pisana, questa struttura paramilitare sarebbe passata prima sotto il controllo aragonese, poi borbonico, trasferendosi infine nei dintorni di Napoli nel XVI secolo. Monnier, che aveva esaminato centinaia di documenti di polizia, fu categorico: nella Napoli della fine del Settecento non esisteva traccia dell’organizzazione. La camorra, nella sua forma moderna, si sarebbe strutturata tra gli anni Venti e il 1860, prendendo forma prima all’interno delle carceri e poi espandendosi progressivamente sul territorio urbano.


Il sodalizio tra camorra e potere politico: un legame antico

Ciò che rende la camorra particolarmente insidiosa non è soltanto la sua capacità di gestire traffici illeciti, ma la sua storica abilità nel permeare le istituzioni e il tessuto politico. Già nella prima metà dell’Ottocento, i Borbone avevano di fatto tollerato e utilizzato l’organizzazione come una sorta di polizia ufficiosa, più efficace di quella ufficiale nel controllare i bassifondi, i mercati, i luoghi di gioco e persino le carceri. Ma il salto di qualità avvenne nel 1860, quando Liborio Romano, appena nominato ministro dell’Interno del governo provvisorio napoletano, affidò senza remore la gestione dell’ordine pubblico al boss Salvatore Decrescenzo.

Salvatore Decrescenzo, detto “Tore ’e Crescienzo” – Fonte: pubblico dominio

Da quel momento, il connubio tra criminalità organizzata e politica smise di essere un fenomeno clandestino e divenne strutturale. Il prete borbonico Giuseppe Buttà lasciò una testimonianza agghiacciante di quegli anni: i camorristi, protetti dal nuovo potere garibaldino, viaggiavano gratuitamente sulle ferrovie statali, seminando terrore e corruzione in tutta la regione. Era, in nuce, lo stesso sistema che Gomorra avrebbe descritto centocinquant’anni dopo: un intreccio di violenza, denaro e connivenze istituzionali che Roberto Saviano non si limitò a denunciare in astratto, ma ricostruì con nomi, luoghi e cifre, dal porto di Napoli alle terre avvelenate dell’agro aversano, dai boss-bambini di Casal di Principe alle ville faraoniche erette col sangue e col cemento.


Roberto Saviano e l’effetto Gomorra

La pubblicazione di Gomorra produsse un terremoto culturale di proporzioni difficilmente prevedibili. In Italia il libro vendette quasi tre milioni di copie; nel mondo, oltre sette milioni, con traduzioni in più di cinquanta paesi. Nel 2008 il regista Matteo Garrone ne trasse un film pluripremiato, vincitore del Grand Prix speciale della Giuria al Festival di Cannes. Sky produsse poi una fortunata serie televisiva — dodici episodi nel 2014, altrettanti nel 2016 — che divenne un fenomeno di costume a livello internazionale. Nacque così quello che gli studiosi hanno definito «effetto Gomorra»: una proliferazione di romanzi, saggi, film e documentari dedicati alla criminalità campana, che ha indubbiamente contribuito ad alzare il livello di consapevolezza pubblica, ma che ha anche sollevato interrogativi legittimi.

La studiosa Tamara Colacicco ha individuato una netta biforcazione nella rappresentazione culturale della camorra: da un lato una corrente «interventista», caratterizzata da un forte impegno civile — di cui Roberto Saviano, Garrone e Guido Lombardi sono i rappresentanti più emblematici —, dall’altro una tendenza «pubblicitaria», che tende a esaltare la figura del boss e del guappo come eroi popolari, finendo paradossalmente per alimentare il mito che intendeva smontare. Il confine tra denuncia e fascino del male, nella rappresentazione della criminalità organizzata, è sottilissimo e pericoloso.


Un libro senza genere: il dibattito letterario su Gomorra di Roberto Saviano

Uno degli aspetti più stimolanti del caso Saviano riguarda la difficile classificazione del libro all’interno del panorama letterario contemporaneo. Gomorra non è un romanzo, non è un saggio, non è un reportage in senso stretto: è qualcosa di indefinibile e originale, che mescola testimonianza diretta, analisi sociologica, narrazione letteraria e denuncia civile. La critica si è a lungo interrogata su questa anomalia. La studiosa Gilda Policastro ha sintetizzato la questione con un paradosso illuminante, osservando che il libro è «in realtà due libri»: uno di inchiesta, con dati, fonti e riferimenti verificabili, e uno di fiction, con una voce narrante che si muove come un personaggio dentro la storia che racconta.

Antonio Tricomi, nel suo saggio La repubblica delle lettere (Quodlibet, 2010), ha descritto la scrittura di Roberto Saviano come quella di «un testimone, un reporter, un analista politico-culturale, persino un diarista», sottolineando come l’opera non avanzi una proposta letteraria in senso canonico, ma dichiari piuttosto un’urgenza conoscitiva, uno strumento per modificare la percezione collettiva della realtà. Questa indeterminatezza di genere, lungi dall’essere un difetto, è forse la vera forza del libro: costringe il lettore a non potersi rifugiare nelle categorie consuete, a confrontarsi con una realtà scomoda senza la protezione rassicurante della finzione.


Il prezzo della verità: vita sotto scorta e polemiche

La vita di Roberto Saviano dopo il successo di Gomorra è diventata una storia a sé, intrecciata con quella del libro in modo indissolubile. Dal 13 ottobre 2006, in seguito alle minacce ricevute dopo una manifestazione per la legalità a Casal di Principe — durante la quale aveva pubblicamente denunciato gli affari di Francesco Schiavone, capo del clan dei Casalesi —, lo scrittore vive sotto scorta, assegnatagli dall’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato. Una condizione che, nel corso degli anni, ha assunto i contorni di una prigione dorata, come lui stesso ha confessato in un’intervista a «la Repubblica» nell’ottobre del 2008, sfogandosi con parole di una cruda semplicità: «Fanculo il successo. Voglio una vita. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico».

Parole che hanno commosso e mobilitato intellettuali di tutto il mondo: premi Nobel come Günter Grass, Dario Fo, Rita Levi Montalcini e Orhan Pamuk, scrittori come José Saramago, Martin Amis e Chuck Palahniuk hanno firmato appelli in suo sostegno, mentre oltre 250.000 cittadini italiani si sono uniti alla petizione pubblicata da «la Repubblica». Nel corso degli anni Roberto Saviano ha dovuto fare i conti anche con polemiche di natura diversa: accuse di plagio per alcuni passaggi del libro, controversie legate a dichiarazioni su Israele, dispute giornalistiche sulla figura di Benedetto Croce.

Ma nonostante tutto, ha continuato a scrivere e a pubblicare — La bellezza e l’inferno, ZeroZeroZero, La parola contro la camorra — e a collaborare con le più autorevoli testate internazionali, dal «New York Times» a «El País», da «Die Zeit» a «The Times». Perché, al di là di tutte le polemiche, la sua voce rimane una delle più necessarie nel panorama culturale del nostro tempo.

Riferimenti bibliografici

G. LICCARDO, Storia irriverente di eroi, santi e tiranni di Napoli, Newton Compton Editori, Roma 2017. 

Diventa un sostenitore!

Storie di Napoli è il più grande ed autorevole sito web di promozione della regione Campania. È gestito in totale autonomia da giovani professionisti del territorio: contribuisci anche tu alla crescita del progetto. Per te, con un piccolo contributo, ci saranno numerosissimi vantaggi: tessera di Storie Campane, libri e magazine gratis e inviti ad eventi esclusivi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *