Nel 1495, un re le ordinò di consegnare la sua isola al nemico. Lei rifiutò. Otto anni dopo, quando quel nemico tornò con quaranta galee da guerra, lei era ancora lì sola, senza artiglieria pesante, senza acqua a sufficienza per la città che difendeva e resistette per quattro mesi, finché la flotta del re di Francia non fu costretta a ritirarsi.

Non era una regina. Era una vedova napoletana di nemmeno quarant’anni, rimasta senza marito, senza figli e presto senza fratelli, che si trovò a comandare da sola la difesa di un regno che non era nemmeno il suo. Si chiamava Costanza d’Avalos, e la sua storia — documentata da lettere, cronache e atti ufficiali sopravvissuti fino a noi — è una di quelle che sembrano leggenda e sono, invece, semplicemente vere.
Una vedova a capo di un casato
Costanza nacque a Napoli intorno al 1460, figlia di Innico I d’Avalos, nobile di origine spagnola arrivato al seguito di Alfonso d’Aragona. Ricevette un’educazione che, per una donna del Quattrocento, era già un’anomalia: latino, lettere classiche, ma anche, come richiedeva la tradizione delle grandi casate feudali, l’arte di amministrare un patrimonio, di condurre una causa giudiziaria, di organizzare la difesa di un castello. Nozioni che le sarebbero servite presto.
Nel 1477 sposò Federico del Balzo, conte della Cerra, accompagnata all’altare (questo lo racconta chi visse quegli anni) dal re Ferrante I. Il matrimonio, però, durò poco: nel 1483 restò vedova, senza figli. Negli anni successivi morirono, uno dopo l’altro, il padre e tre dei suoi fratelli. Quando la storia bussò alla sua porta, Costanza era già, da tempo, una donna abituata a restare sola a gestire ciò che restava.
Il rifiuto che nessun re si aspettava
Il 1495 fu l’anno in cui Carlo VIII di Francia calò in Italia rivendicando il trono di Napoli. Il re aragonese Federico, in fuga, ordinò a chi aveva lasciato al governo di Ischia — il fratello di Costanza, Innico II, e Costanza stessa — di consegnare l’isola al sovrano francese. Fu un ordine reale, esplicito, che chiunque altro avrebbe eseguito senza discutere.
Costanza e suo fratello rifiutarono. Tennero l’isola, sotto le insegne del proprio re in fuga, mentre attorno a loro il regno crollava.
Otto anni dopo, nel 1503, la sfida tornò, questa volta con la forza. Mentre Innico si schierava apertamente con Ferdinando il Cattolico prima ancora della celebre battaglia di Cerignola, la flotta francese, reduce da una vittoria a Castelnuovo, puntò dritta sul Castello d’Ischia. Quaranta galee da guerra. Un ammiraglio, Prégent de Bidoux, che scriveva al proprio ministro descrivendo l’assedio: dentro la città, annotava lui stesso, non c’era acqua né vettovaglie a sufficienza, e l’artiglieria pesante era stata portata via poco prima. Costanza si trovò a difendere un castello quasi disarmato contro una delle flotte più potenti d’Europa.

Quattro mesi, quaranta galee, una donna
Resistette. Per quattro mesi consecutivi. Lo storico cinquecentesco Paolo Giovio, scrivendo pochi decenni dopo, la descrisse mentre scaricava l’artiglieria rimasta “da un alto riparo” e difendeva gli spagnoli “così onoratamente” da respingere l’assedio. Un documento ufficiale della cancelleria aragonese, redatto anni dopo per motivare una nuova concessione a suo favore, la definì “tamquam Amazone in arce Isclae” (come un’amazzone nella fortezza d’Ischia).
Non era un modo di dire gentile riservato a una nobildonna coraggiosa. Era, letteralmente, un atto ufficiale che equiparava le sue capacità militari a quelle di un comandante. Il re che aveva più motivo di tutti per non sottovalutarla — Ferdinando il Cattolico, sovrano di Spagna e ora anche di Napoli — e non lo fece: nello stesso 1503 le concesse la proprietà dell’isola che aveva difeso, e l’anno successivo elevò il suo feudo di Francavilla al rango di ducato. La vedova che nel 1495 aveva rifiutato di obbedire a un re, nel 1504 ne aveva un altro che la ricompensava proprio per quella disobbedienza vittoriosa.
Suo fratello Innico non vide la fine della vicenda: morì di febbre malarica nel settembre 1503, lasciando Costanza sola a capo dell’intera famiglia d’Avalos.
Una seconda guerra, combattuta con la penna
Non finì lì. Nel 1528 i francesi tentarono un nuovo assalto al Regno di Napoli. Questa volta la battaglia — a Capo d’Orso, il cui fragore, si racconta, si udiva fino a Ischia — fu vinta dai francesi, e tra i prigionieri finì anche un nipote di Costanza, Alfonso d’Avalos. Lei aveva ormai quasi settant’anni. Non poteva più impugnare le armi, ma sapeva ancora come si vince una guerra con altri mezzi: si mise a scrivere. Lettere dirette al re, per sollecitare il riscatto del nipote; lettere al Papa; una rete diplomatica tessuta a distanza, da un’isola, con la stessa determinazione che vent’anni prima aveva impiegato contro le galee francesi.
Il viceré di Napoli, in un documento ufficiale del 1528, scrisse di lei qualcosa che nessuno scriveva normalmente di una donna nel Cinquecento: non era stata “imbevuta di arti femminili”, ma si era esercitata nelle questioni militari con tale energia e prudenza da eguagliare, “rinnovando il valore delle Amazzoni”, la fama dei suoi antenati e dei suoi stessi fratelli in guerra e fedeltà. Pochi mesi dopo, Costanza ottenne il titolo più alto della sua vita: principessa di Francavilla.
La corte che nessuno racconta
C’è un ultimo dettaglio che rende questa storia ancora più sorprendente, ed è forse quello più dimenticato di tutti: la donna che aveva vinto una guerra trasformò il Castello Aragonese d’Ischia in uno dei cenacoli culturali più importanti del Rinascimento meridionale. Nella sua corte crebbero la nipote Vittoria Colonna — futura amica di Michelangelo — e si radunarono poeti come Jacopo Sannazaro. Possedeva una biblioteca personale di almeno 131 volumi, tra testi latini, filosofici, scientifici e religiosi: un patrimonio culturale non da meno di quello di molti principi uomini della sua epoca.

Morì nel 1541, dopo aver attraversato quasi un secolo di storia napoletana — dalla caduta degli aragonesi al dominio spagnolo — sempre nello stesso ruolo: quello di una donna a cui i re, per una volta, dovettero dare ragione.
Costanza d’Avalos non sfidò un re per ambizione, e non vinse per fortuna. Vinse perché, quando le fu ordinato di arrendersi, scelse semplicemente di non farlo — e perché seppe trasformare quella scelta in una difesa che nessun esercito riuscì a piegare. È una storia che Napoli, la Napoli che ha eretto altari a regine e amanti, ha lasciato scivolare ai margini dei manuali. Meriterebbe, forse, di tornare al centro.
Fonti
- Veronica Copello, Costanza d’Avalos (1460-1541): «letras» e «valor guerrero» alla corte di Ischia, in «Mélanges de l’École française de Rome – Moyen Âge», 131-2, 2019, p. 343-360
- Voce «AVALOS, Costanza d’, principessa di Francavilla», Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani
- Paolo Giovio, De vita et rebus gestis Ferdinandi Davali cognomento Piscarii, Firenze, 1549
- Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, libro V, cap. VI
- R. Colapietra, Costanza d’Avalos e il mito d’Ischia, in «Napoli Nobilissima», 28, 1989, p. 67-74
- Archivio della Corona d’Aragona (Barcellona) e Real Academia de la Historia (Madrid), per la corrispondenza citata nello studio Copello 2019
- Sito storico Ischia.org, sezione “Storia dell’isola d’Ischia”
Di Gaia Lucrezia Russo


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