Di Amedeo Arena
Nella primavera del 1787 una carrozza lasciò Napoli alla volta della penisola sorrentina, trasportando un uomo di trentatré anni il cui nome, grazie alla Scienza della legislazione, era ormai noto in Europa e in America: Gaetano Filangieri, il filosofo che voleva riformare le leggi per “compire l’opera della felicità degli uomini”. Con lui viaggiavano la moglie, Charlotte Frendel, e i figli Carlo e Roberto, bisognosi d’aria buona. La loro meta era il castello di Vico Equense, sul ciglio di tufo che precipitava nel golfo: nato nel 1289, negli anni della guerra del Vespro, e ingentilito nei secoli prima dai Carafa, che ne fecero una villa di delizie fra giardini e fontane, e poi dai Ravaschieri, che lo restaurarono nel Seicento. Ad accogliere Filangieri fu proprio Filippo Ravaschieri, principe di Satriano e marito di Teresa, sorella del filosofo.
Sospesa tra i pini e gli ulivi, quella rocca offriva a Filangieri un luogo dove trovare quiete e dedicarsi agli studi, lontano dagli impegni napoletani. Il re, infatti, lo aveva chiamato al Supremo Consiglio delle finanze, ma tale carica “non mi occupa che in due soli giorni della settimana”, scrisse nel settembre del 1787 all’amico danese Friedrich Münter. In tale veste, all’inizio del 1788 presentò al re un parere per riformare gli affitti del Tavoliere di Puglia: al posto delle aste annuali, che tenevano i pastori nell’incertezza e alimentavano le frodi, Filangieri propose contratti di sei anni, un primo passo verso una maggiore stabilità del possesso e, in prospettiva, verso l’attribuzione della piena proprietà a chi lavorava quelle terre.
“Il resto del tempo”, aggiunse Filangieri nella lettera a Münter, “posso impiegarlo nella continuazione della mia opera”. Tra le mura del castello di Vico Equense, il filosofo lavorava infatti al quinto libro della Scienza della legislazione, dedicato alla religione: uno dei temi più delicati del suo ambizioso progetto di riforma delle leggi. “Pochi giorni della mia vita posso contare di aver travagliato meno di undici ore”, aveva confessato all’erudito veneto Giulio Bernardino Tomitano, che gli chiedeva notizie della sua vita. Il suo metodo di lavoro fu descritto nell’Elogio storico dedicatogli dal giurista Donato Tommasi: non stendeva una riga finché l’argomento non fosse “pienamente digerito e maturato” in una mente “sì vasta e sì vigorosa” da serbare ogni concetto senza bisogno di appunti.
Ogni tanto, alzando gli occhi dalle carte, Filangieri volgeva lo sguardo verso il Vesuvio, alle cui pendici era nato, e il pensiero all’America, dove aveva sognato di trasferirsi. Nella sua lettera del 2 dicembre 1782 aveva scritto a Benjamin Franklin: “Fin dall’infanzia, Filadelfia ha richiamati i miei sguardi. Io mi sono così abituato a considerarla come il solo paese ove io possa esser felice, che la mia immaginazione non può più disfarsi di questa idea”. Filangieri aveva perciò chiesto allo statista americano se i suoi lavori sulla legislazione potessero procurargli un invito nella capitale della Pennsylvania, per partecipare alla redazione del “gran Codice” che si preparava tra le “delizie d’una libertà nascente”. Quel progetto non si realizzò, ma il dialogo con Franklin proseguì negli anni, affidato a un carteggio che unì le due sponde dell’Atlantico.
Da Vico Equense, Filangieri mantenne i contatti con i propri amici più cari. Il 14 giugno 1788, inviò una lettera a Donato Tommasi, nella quale ragionò sul debito pubblico, accennò a un articolo di Richard Price sulla Rivoluzione americana e riferì che nella quiete vicana suo figlio Roberto era “come un fiore”. Vi aggiunse un invito, con la fretta affettuosa di chi aveva nostalgia di un amico: “Lasciate per qualche giorno la capitale, e venite a trovarmi… Venite. Ho molte cose da dirvi”. Su di sé, una riga sola, presagio di ciò che sarebbe avvenuto il mese dopo: “La mia salute non è in buono stato”.

Il 1° luglio 1788 arrivò al castello di Vico un plico spedito da Filadelfia nell’ottobre dell’anno precedente: conteneva una lettera di Benjamin Franklin, allora presidente dello Stato della Pennsylvania, che gli chiedeva di inviargli almeno otto copie di ciascun volume della Scienza della legislazione e gli donava una copia della Costituzione degli Stati Uniti, approvata dalla Convenzione di Filadelfia poche settimane prima della spedizione e, a quella data, non ancora ratificata dagli Stati. Dovette essere un onore immenso per Filangieri: il più celebre dei padri fondatori gli chiedeva la sua opera per il Nuovo Mondo e, in segno di stima, gli affidava la carta costituzionale destinata a fondarlo. Ma lo stesso giorno il filosofo fu colpito da una febbre che non lo lasciò più, e a quella lettera non riuscì mai a rispondere.
Seguirono tre settimane sospese. I medici lo visitavano, la famiglia vegliava, gli amici accorrevano. “Venite, mi dicono, la nostra pace è perduta per sempre”: così Domenico Cirillo, il medico illuminista, ricordò di essere stato informato della malattia di Filangieri; con Cirillo si imbarcò Mario Pagano, il giurista che avrebbe ripreso le idee di Filangieri nel progetto costituzionale per la Repubblica napoletana del 1799. L’ultimo tratto del viaggio si compì di notte, traversando il seno che da Castellammare conduceva a Vico: “le acque molto agitate, che rendevano dubbioso il tragitto” e “il costante silenzio”, scrisse Cirillo, “portavano all’eccesso i nostri timori”. Giunti alla “deserta spiaggia” e salito “l’arduo monte”, trovarono Filangieri oppresso da un’infermità ormai mortale, vegliato da una moglie che “assai volentieri col proprio sangue avrebbe ricomprato una vita sì cara”.

Poco prima della mezzanotte del 21 luglio 1788, nel castello sul mare, Filangieri morì, poche settimane prima del suo trentacinquesimo compleanno. Con lui se ne andò la possibilità di completare il libro sulla religione: della parte ancora da scrivere restarono poche carte, un elenco di letture e l’indice dei capitoli. Napoli parlò di una “pubblica calamità”; la notizia della sua morte si diffuse in Europa e giunse anche negli Stati Uniti, dove fu riportata dalla stampa. Alla vedova Charlotte Frendel toccò il mesto compito di informare Franklin: una malattia crudele, scrisse in francese, le aveva rapito lo sposo nel fiore dell’età, “e con lui tutta la mia felicità”.
La cattedrale di Vico Equense accolse il feretro; le sue spoglie riposano ancora lì, a pochi passi dal castello, custodite dalla città che lo vide morire. E il castello non dimenticò. Nell’Ottocento la rocca passò ai Giusso, mercanti genovesi che le diedero, con l’architetto Giovanni Castelli, il profilo merlato con cui oggi la conosciamo; e fu Girolamo Giusso a far apporre sopra l’ingresso una lapide tra le più belle mai dedicate a un giurista: in questo castello, vi si legge, Filangieri meditava e scriveva la sua opera insigne, “con la quale ebbe risparmiato al mondo molte lagrime, molto sangue, molti legali delitti”; e al passante che visita “questo ameno soggiorno dove moriva quel Sommo” si chiede di ricordarne con animo grato la breve vita e l’ingegno “che egli spese tutto in beneficio degli uomini”.

Da allora, il passante legge e prosegue. Forse è giunto il momento di invitarlo a entrare: pochi passi oltre la lapide, sulla sinistra, si apre una sala che ha ospitato, nel corso dei decenni, riunioni, convegni e incontri di studio, molti dei quali dedicati proprio alla figura di Gaetano Filangieri. Intitolare a lui quella sala sarebbe il compimento naturale di una storia che quelle pietre custodiscono da più di due secoli: nel castello dove si spense l’uomo che aveva scritto che la felicità della nazione “deve sempre essere la suprema legge”, una sala che porti il suo nome potrebbe diventare uno spazio di incontro e confronto tra i cittadini. Tanto più quest’anno, nel quale il mondo celebra i duecentocinquant’anni della Dichiarazione d’indipendenza americana, che consacrò quella “ricerca della felicità” di cui Filangieri fu, sulla sponda europea, uno dei più ambiziosi teorici.
Molte città hanno dedicato ai propri cittadini illustri monumenti, piazze, scuole, biblioteche; Vico Equense, che pure ha intitolato a Gaetano Filangieri il proprio corso principale, possiede qualcosa di più raro: il luogo in cui uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo europeo scrisse le sue ultime pagine e trascorse gli ultimi giorni della propria vita. Dare il nome di Filangieri a una sala del Castello Giusso significa dire che la filosofia al servizio della “felicità pubblica” ebbe lì la sua ultima dimora e che quella è ancora casa sua.
Amedeo Arena è Professore ordinario di diritto dell’Unione europea presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e referente scientifico dell’Accademia Filangieri di Partenope.


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