Vico Equense: storia della città cara a Re Carlo II d'Angiò

Vico Equense: storia della città cara a Re Carlo II d’Angiò

Vico Equense è un nome capace di evocare solo pensieri positivi: dagli agrumeti che accompagnano le strade a picco sul mare e quelle che risalgono le pendici dei Monti Lattari, arrivando agli oliveti più nell’entroterra. E poi i panorami mozzafiato che si mostrano al tramonto nella curva che porta verso la Costiera, oppure nelle ville nobiliari e sulle case nelle frazioni di montagna, che hanno il privilegio di regalare visioni degne del paradiso.

Per secoli ha vissuto una fortissima rivalità con Sorrento, che faceva la parte del leone nella penisola, ma alla fine è sempre riuscita a mantenere una forte identità storica e culturale.

Tutto cominciò, però, nel mistero. Abbiamo infatti pochissime notizie sulle origini di questo luogo e ancor meno informazioni sul suo nome vero. Abbiamo un’unica certezza: Vico Equense cominciò a diventare famosa quando Carlo II d’Angiò la scelse come città fedelissima per limitare l’influenza ribelle, guardacaso, proprio di Sorrento.

Vico Equense: storia della città cara a Re Carlo II d'Angiò

Vico Equense: dai cavalli a Minerva

Partiamo da una certezza: c’è una leggenda metropolitana che lega Vico Equense al latino “equus“, ovvero “città dei cavalli” per la presenza di fantomatici equini. No, non è così e i cavalli di Vico Equense non sono mai stati particolarmente famosi, nonostante facessero parte per lo più della razza napoletana, eccellente e ammirata in tutta Europa. L’altra leggenda, ben più suggestiva, lega la presenza di oliveti al culto di Minerva, che donò l’olivo ai greci in cambio della loro devozione. Sappiamo infatti per certo che Sorrento è di origine greca e non è difficile immaginare che i coloni si siano spinti fino a Vico Equense.

Fra le tantissime ipotesi, le più accreditate legano il nome della città a “Aequa” o “Aequana” di epoca romana, intesa come “piano“, perché effettivamente si trova su un punto pianeggiante della scogliera: un pianoro per essere precisi. “Vicus“, invece, è l’unica parte certa: in latino erano indicati con questo nome tutti i piccoli borghi più grandi del “pagus”, che invece stava ad indicare i piccolissimi insediamenti rurali.

Abbiamo numerose altre ipotesi sull’origine dell’altro lato del nome: “Equi” potrebbe essere anche il nome di una popolazione preromana che si trovava dalle parti della costiera sorrentina. Siamo infatti certi che il territorio di Vico Equense era frequentato sin dal VI secolo a.C. da una popolazione di origine Osca di cui non abbiamo notizie. E sappiamo anche, leggendo lo scrittore latino Silio Italico, al quale è dedicato anche un museo in città, che nella II Guerra Punica una popolazione chiamata “Equi insorse contro i Romani, ma non abbiamo idea di chi siano e da dove vengano.

Da sola in mezzo ai lupi

L’altra certezza che, quando l’Impero Romano collassò e l’Italia si trovò frammentata e divisa in tanti comuni, Vico Equense si trovò a crescere in mezzo a leoni che volevano solo sbranarla: era una piccola città senza fortificazioni e fu continuamente preda di attacchi saraceni e non solo: fu anche aggredita da salernitani, amalfitani, pisani e sorrentini, che poi la inclusero nel proprio ducato. E i Goti la distrussero pure. Dobbiamo aspettare gli Angiò per veder risorgere la nostra città.

Re Carlo II di Napoli
Re Carlo II di Napoli

Amata da re, poeti e intellettuali

I cittadini adottivi di Vico Equense sono davvero tutti di primissimo piano. Se infatti il primo ad affezionarsi al territorio fu Carlo II d’Angiò, sul finire del XIII secolo, troviamo oggi in città le tombe di decine di uomini straordinari che passarono l’ultimo giorno della propria vita fra i profumi degli agrumi e il sapore della salsedine che risale fin sopra la scogliera.

Re Carlo II fu l’artefice della rinascita della città, giunta malconcia e semidistrutta dall’alto medioevo: nel 1271, quand’era erede al trono, il padre Carlo d’Angiò gli donò l’amministrazione del ducato di Sorrento, includendola nel titolo di principe di Salerno.
Arriveranno altri tempi bui: nel 1284 i sorrentini, che non ebbero mai in simpatia gli Angiò a differenza degli amalfitani, si ribellarono al re di Napoli e, come prima ritorsione, aggredirono proprio la vicina Vico Equense. Serviranno secoli per riportare la penisola sorrentina all’ordine. Nel frattempo il re, tramite il saggio feudatario Sparano da Bari, finanziò la costruzione di una enorme cinta muraria per la città e di un castello che esiste ancora oggi, con il nome di “Castello Giusso“.

Vico Equense Castello Giusso
Castello Giusso di Vico Equense

Il castello dei giuristi

Proprio il castello, che oggi è circondato da un incantevole giardino con piante rare e secolari. D’altronde, nacque da uno dei più importanti giuristi del medioevo, Sparano da Bari, e passò in mano ai Carafa e, tornati nel Secolo dei Lumi, è diventato casa di Gaetano Filangieri, uno dei più importanti giuristi, filosofi ed economisti del ‘700 italiano. Morì proprio a Vico Equense ed è sepolto in una delle chiese più belle e suggestive della costiera, la Santissima Annunziata.

Giungiamo nel XIX secolo, quando alla scogliera di Vico si lega la storia di un’altra famiglia che il senso della giustizia ce l’ha addirittura nello stemma araldico, con una spada che sorregge due bilance. I Giusso, originari di Genova, infatti, si trasferirono nella capitale del Regno delle due Sicilie e, invogliati dalle possibilità di realizzare un’impresa di produzione della seta, comprarono un antico eremo camaldolese sulle montagne di Vico, oggi diventato una suggestiva villa per ricevimenti, Astapiana Villa Giusso, e comprarono anche il castello angioino.
A Napoli, invece, si stabilirono in quello che ancora oggi conosciamo come “Palazzo Giusso”, la sede dell’Università Orientale. Girolamo Giusso, giurista di fama indiscussa, fu anche uno dei sindaci di Napoli più amati e fu anche il primo a trovare un accordo fra Stato e Chiesa a Napoli, dopo 18 anni di guerra fredda con il cardinale Sisto Riario Sforza.

Ingegner Discepolo
L’ingegner Discepolo, padre del Museo Mineralogico Campano. Fotografia di proprietà del Museo.

Minerali, panorami e scienza

Ma Vico Equense è ancor più di quello che si racconta in poche righe: fra le sue strade secolari e i suoi 13 villaggi, oggi diventati frazioni del Comune, ha conservato benissimo l‘identità antica che la caratterizza ed è anche sopravvissuta alla colata di cemento degli anni ’60. E non solo: qui c’è il Museo Mineralogico Campano nato nel 1992 per volere della fondazione Discepolo, erede delle volontà dell’ingegnere Pasquale Discepolo. Per l’intera sua vita fu legatissimo alla città e coltivò una passione sconfinata per lo studio dei minerali. Ne raccolse ben 5000 di forme, qualità e tipologie diverse: oggi ha lasciato in eredità alla collettività uno dei musei scientifici più importanti d’Italia.

-Chiara Sarracino

Riferimenti:
Egidio Finamore, Origine dei nomi delle città campane
Gaetano Parascandalo, Monografia del comune di Vico Equense, Prigiobba, Napoli, 1858
Stella Pisapia Garzone, Vico Equense e i suoi casali, Di Mauro Editore, Napoli, 1995
GIUSSO, Girolamo in “Dizionario Biografico” (treccani.it)

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