Salvatore Di Giacomo: un medico mancato!

Salvatore Di Giacomo: un medico mancato!

Salvatore Di Giacomo: un medico mancato!

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Napoli Ottobre 1880

Decine e decine di studenti indaffarrati girovagano per i corridoi della facoltà di medicina di Sant’Aniello a Caponapoli; tra questi l’appena ventenne Salvatore Di Giacomo si trascina svogliatamente verso l’aula di anatomia.

“Ma chi me lo fa fare ogni mattina?” -Pensa sbuffando- “Tre anni buttati! Mio padre, quello sciagurato!”

Prende posto in aula e alza lo sguardo

“Ma perchè non ci viene lui a giocare con i bist.. No, questo è troppo!”

Si ritrova davanti una barella con il corpo fresco, fresco di morte di un vecchietto, messo lì in bella vista per la delizia dei suoi studenti.

Il professore, tutto concentrato, inizia a disegnare con un pennarello sulla testa rasata dell’uomo, per mostrare ai ragazzi le varie parti del cranio umano.

“Uno spettacolo penoso”, pensa, “una commedia per perversi attori che giocano con la morte”.

Lo stomaco non gli resiste; esce correndo dall’aula con impressa l’immagine di quel vecchio senza nome.

“Dimenticalo! Non ci pensare, non ci pensare!” Si ripete.

Sta per salire le scale ed uscire ma proprio in cima alla rampa il bidello Ferdinando, detto il Setaccio, scivola rovinosamente e rovescia giù per le scale un secchio pieno di membra umane.

Piedi, mani, teste mozzate e sanguinanti volano viscide, rotolano ed inseguono il povero studente disperato che, come ben si può immaginare, non metterà mai più piede nelle aule universitarie della facoltà di medicina.

Grazie a questa orribile esperienza, Salvatore Di Giacomo riesce a liberarsi dalle imposizioni paterne e può finalmente dare pieno sfogo alle sue inclinazioni letterarie.

Pubblica i primi racconti per il Corriere del Mattino, poi per il Pro Patria, per la Gazzetta letteraria ed infine per il Pungolo.

Nel 1884 inizia la vasta pubblicazione poetica con la raccolta Sonetti, seguita nel giro di pochi anni da ‘O Funneco verde, Zi’ munacella e Canzoni napoletane.

Nonostante i successi la lingua napoletana continua a vestire di pregiudizio la sua poesia, considerata ancora semplice produzione dialettale.

Benedetto Croce darà il fondamentale slancio in questo senso, con la critica pubblicata nel 1903:

“Quando un artista sente in dialetto (…) egli deve esprimersi con quei suoni. E si esprimerà in una lingua di sua particolare formazione: secondo la necessità della sua visione. Per l’arte, tutto questo è indifferente”

Ebbene oggi, a distanza di 136 anni, ringraziamo il bidello Setaccio per aver indirettamente contributo alla vittoria di una grande scommessa letteraria: rendere la poesia in lingua napoletana preziosa manifestazione artistica.

In molti modi si potrebbe provare a spiegare quello che Salvatore Di Giacomo esprime con la sua letteratura; ma forse le parole giuste si trovano nei suoi stessi versi:

 

Avite maie liggiuto quacche cosa

ca, zumpanno, v’ha fatto, llà pe llà,

nu sciore sicco, na frunnella ‘e rosa,

nu mutivo ‘e canzone allicurda’?

 

D’allicuorde campammo. A poco a poco

cennere fredda avimm’ addeventa’,

ma sempe sott’a cennere lu ffuoco

d’ ’e tiempe belle s’annascunnarrà.

 

Va, libbro, attorniato d’angiulille,

sceta stu ffuoco e nun ‘o fa’ stuta’,

nu sciore sicco, nu cierro ‘e capille

a chi te legge falle allicurda’ …

 

 

Claudia Grillo

Con la splendida illustrazione di Alex Amoresano

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